Frontalieri, «Accordo in vigore non prima del 2023»

fiscalità

Lo ha affermato il capo del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer in conferenza stampa: «Le relazioni con l’Italia sono notevolmente migliorate» - Dopo la firma inizia l’iter parlamentare

 Frontalieri, «Accordo in vigore non prima del 2023»
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Frontalieri, «Accordo in vigore non prima del 2023»

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(Aggiornato alle 19.06) Dopo cinque anni di stallo, mosse e contromosse politiche tra Berna, Roma e Bellinzona sembra proprio che la vicenda legata all’intesa sull’imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri si stia avviando verso la tanto attesa conclusione. L’accordo, che andrebbe a sostituire quello attualmente in vigore e risalente al 1974 «potrebbe entrare in vigore già nel 2023». La conferma è arrivata direttamente dal capo del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer, che ieri ha aggiornato il Governo ticinese sull’andamento dei negoziati con la vicina Penisola su questo dossier che, come detto, si trascina da ormai cinque anni.

Ad Agno nel 2016

Per Maurer quella di ieri non è stata l’unica visita in Ticino incentrata sull’accordo fiscale. Un incontro con il Governo cantonale si era tenuto l’8 marzo del 2016 e anche in quell’occasione si era discusso dello stato delle trattative con Roma.

Eppure la sensazione comune è che questo colloquio rappresenti la tanto attesa accelerata. D’altronde in tempi non sospetti altri due consiglieri federali – Ignazio Cassis lo scorso 28 settembre a Bellinzona e Simonetta Sommaruga il giorno successivo a Roma – avevano ribadito che sì, le trattative dovrebbero concludersi entro la fine del 2020. In questo senso, Maurer ha confermato che negli ultimi mesi i rapporti diplomatici con Roma sono notevolmente migliorati. Tanto da far compiere passi avanti importanti: «Negli scorsi mesi abbiamo migliorato i rapporti con l’Italia e oggi possiamo parlare di temi che negli scorsi anni ha sempre evitato di affrontare. Adesso stiamo affinando gli ultimi dettagli in modo da arrivare alla firma entro l’anno», ha spiegato Maurer al Corriere del Ticino.

Su questi dettagli, alcuni dei quali già emersi negli scorsi giorni a mezzo stampa (come ad esempio la quota di prelievo delle imposte alla fonte o la retroattività), il consigliere federale ha mantenuto il più assoluto riserbo «per non indebolire la posizione della Svizzera». Un cambio di rotta netto, il suo, rispetto agli scorsi anni, caratterizzati forse da un eccessivo trionfalismo che, come accaduto per l’accordo quadro con l’UE, ha messo i bastoni tra le ruote alla diplomazia elvetica. «In queste fasi conclusive bisogna essere prudenti affinché tutte le parti possano comprendere bene tutti questi dettagli», ci conferma il capo del Dipartimento federale delle finanze. In ogni caso, «stiamo andando verso una situazione di win-win per la Svizzera e per il Ticino». E proprio le richieste ticinesi, ha evidenziato, sono state trattate in «maniera costruttiva» da Berna.

L’iter parlamentare

La firma, come detto, è attesa entro il 1. gennaio 2021 ma questo atto, seppur molto atteso, non implica l’entrata in vigore immediata del nuovo accordo. Lo stesso, ha ribadito il consigliere federale, dovrà prima superare un duplice iter parlamentare, svizzero e italiano. «Dopo la firma il Consiglio federale licenzierà un messaggio all’attenzione del Parlamento. Di norma in Svizzera questo inter dura circa due anni, in Italia un po’ meno. Quindi l’entrata in vigore è prevista non prima del 2023».

I due obiettivi

Un cauto ottimismo è filtrato anche dal presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, il quale ha confermato che il Ticino «accoglie con favore la ripresa del dialogo e sosterrà questo nuovo accordo, a patto che consenta di raggiungere i due obiettivi che ci siamo prefissati: lottare contro il dumping salariale tramite una maggiore imposizione dei frontalieri e garantire al territorio maggiori ricadute fiscali a copertura dei costi generati per il territorio da questi lavoratori». Su questo punto, ha sottolineato, «abbiamo ricevuto rassicurazioni da parte di Maurer».

«I feedback che abbiamo ricevuto oggi e l’ultima settimana di settembre da Cassis e dalla visita a Roma di Sommaruga lasciano intendere che l’intenzione sia quella di chiudere il nuovo accordo», ha proseguito. Tuttavia, ha rimarcato Gobbi, «finora il Ticino ha pagato il conto di questo stallo diplomatico, soprattutto a livello di risorse fiscali che sono venute a mancare».

Il presidente del Governo ha poi ripercorso questi cinque anni di attesa, durante i quali il Ticino ha più volte fatto sentire il proprio malcontento. «Malgrado la parafatura dell’accordo l’Italia ha disatteso le aspettative di Confederazione e Cantoni. In questo quinquennio il Ticino non è però rimasto a guardare e ci siamo resi protagonisti di un’iniziativa di politica estera dal basso» culminata nella lettera firmata congiuntamente il 30 marzo scorso dall’allora presidente del Governo Christian Vitta e dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e indirizzata ai ministri dell’Economia di Roma e Berna.

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