"Giornalismo e democrazia vivono insieme"

INTERVISTA A STEPHAN RUSS-MOHL - "Il settore si sta rinnovando, l’importante è il contatto con la gente"

"Giornalismo e democrazia vivono insieme"

"Giornalismo e democrazia vivono insieme"

"Giornalismo e democrazia vivono insieme"
"Le notizie non sono solo quelle che desideriamo o che ricalcano le nostre opinioni"

"Giornalismo e democrazia vivono insieme"

"Le notizie non sono solo quelle che desideriamo o che ricalcano le nostre opinioni"

Stephan Russ-Mohl è ordinario di Giornalismo e gestione dei media all'Università della Svizzera italiana. Il suo campo di specializzazione è il giornalismo americano, tema sui cui ha pubblicato, tra gli altri, Distruzione creativa: tramonto e rinascimento del giornalismo negli USA.

Professore, prima di parlare di quotidiani e riviste, ci dica quanto sta bene, o male, il giornalismo.

«Se guardiamo all'educazione e alla formazione dei giornalisti, penso che sia in uno stato molto buono, sicuramente migliore di due o tre generazioni fa».

Quest'anno, tuttavia, si sono abbattuti su alcune importanti testate di entrambe le sponde dell'Atlantico un paio di grandi avvenimenti di rottura: Brexit e Trump. Pochi addetti ai lavori sono stati effettivamente capaci di intercettarli.

«Senza fare di ogni erba un fascio, è vero, c'è stato uno scollamento tra i giornalisti e la realtà delle cose. Realtà che meritava più attenzione».

Il New York Times è arrivato a spedire ai propri lettori una strana lettera di ammenda per non aver captato il fenomeno «The Donald». I radar di quelle redazioni erano fuori uso o c'è dell'altro?

«Per esempio?».

Mancanza di competenza, di coraggio, oppure quella che alcuni definiscono «connivenza conservatrice».

«Direi mancanza di investimenti».

Allora spieghiamola.

«Sono convinto che i giornalisti vogliano davvero raccontare la realtà, riferire dei grandi cambiamenti collettivi, ma questo è sempre più difficile e lo è per una ragione precisa: costa. Costa molto. Prendiamo la vicenda delle elezioni americane. Oggi nelle newsroom degli Stati Uniti ci sarà la metà dei giornalisti che vi lavoravano dieci anni fa. È un problema gravissimo se si vuole fare informazione per poi venderla, specie per le testate con base a New York, San Francisco e Washington. È stato quasi impossibile garantire una copertura adeguata dal Midwest, dalla Bible Belt, dalla Rust Belt, dalla Cotton Belt, da tutte le regioni dove Trump ha pescato voti, in questo scenario. Se stai dando la caccia alle notizie devi investire nei cacciatori, non ti puoi lamentare perché sei stato a casa. Ovvio che poi arrivano queste clamorose smentite, ma stupirsi è da ipocriti. Mi preoccupa molto il fatto che il cittadino americano medio non abbia potuto avere questo tipo di informazione, quello di cui ha fruito è stato di qualità molto più bassa».

Giornalisti innocenti, dunque?

«Non del tutto. Magari hanno studiato negli stessi campus delle élite, magari sono stati compagni di banco di senatori e governatori, ma quello che è mancato loro è il contatto con la gente. Questa è una parte del problema».

L'altra?

«I nuovi media. Ciascuno, informandosi solo sui social, rischia di essere prigioniero di una filter bubble, di una bolla di filtraggio, per cui le notizie che riceve su queste piattaforme arrivano solo da amici o da algoritmi che conoscono le preferenze dell'utente e le assecondano. Il contrario dell'informazione. Le notizie non sono solo quelle che desideriamo o che ricalcano le nostre opinioni».

In Svizzera come siamo messi?

«C'è lo stesso pericolo anche da noi, ma sta arrivando con un po' di ritardo. Comunque, da anni la situazione, come documenta il Forschungsinstitut Öffentlichkeit und Gesellschaft dell'Università di Zurigo, sta inesorabilmente cambiando e non in meglio».

Abbiamo parecchi svizzeri che usano Facebook per «informarsi».

«Già, ma di fianco a questo trend, mi fa piacere dirlo, il livello dei nostri media di informazione resta molto più alto di quelli americani. Garantito».

Avranno capito la lezione, laggiù?

«Trump è stata sicuramente una cesura paragonabile a quelle del 1989 o dell'11 settembre. Inizia ora negli USA una nuova epoca dell'informazione – tutta particolare, tutta da studiare – ma ne finisce anche un'altra: quella in cui i lettori non si interessavano troppo di politica perché le cose, tutto sommato, andavano bene o benino, fatta salva qualche crisi. Credo che un simile orizzonte si stia avvicinando pure da noi. Si tratta, ad ogni modo, di un'atmosfera "conflittuale" che è sempre feconda per la stampa, se ci sa fare».

Veniamo ai nuovi media: sono loro che hanno ridotto la notizia alla stregua di una commodity?

«Ahimé, una commodity che vale poco. Ragioniamo senza paraocchi. Oggi le notizie sono di poco valore anche quando sono di grande portata. Prima non esisteva questo problema perché le aziende spendevano milioni in pubblicità e gli editori riuscivano a sostentarsi, anche molto bene, facendo allo stesso tempo giornalismo di qualità».

Non si è smesso di fare pubblicità, però.

«Tutt'altro, ma i soldi ora piovono nelle casse di Google, Facebook e altre piattaforme simili, e non più in quelle degli editori».

Con l'arrivo di Internet gli editori hanno fin da subito iniziato a cedere il loro prodotto di punta, le notizie, in modo completamente gratuito. Mai visto nella storia una cosa simile.

«(Il professore ride, una bella e discreta risata alla tedesca). È stato uno sbaglio enorme, enorme. Cerchiamo di capirlo. Guardiamo al mondo di vent'anni fa, andiamo indietro con la memoria a quando il web era in statu nascendi. Né Google né Facebook erano, a quel tempo, visibili come concorrenti in grado di assorbire un'enorme fetta di mercato pubblicitario. Che poi questo advertising digitale funzioni davvero, è un altro discorso. Ecco, in quel mondo di vent'anni fa gli editori hanno pensato due cose».

La prima?

«Che nel futuro non avrebbero dovuto più spendere per la carta, per la stampa, per la distribuzione. Il più grande blocco di costi per un editore sembrava sulla strada di sparire per sempre».

La seconda?

«Hanno creduto che quello che guadagnavano con la pubblicità in print l'avrebbero guadagnato pure con quella online e che con tali ricavi si sarebbe potuto tranquillamente finanziare le redazioni».

In altre parole hanno pensato: il mondo non cambierà.

«Esatto. Possiamo dire che non è andata così. D'altra parte, da quando in qua il mondo non cambia? Il giornalista, così come l'editore, deve saper interpretare quello che gli accade sotto il naso, cogliere i segnali in una direzione o nell'altra. Mi lasci dire una cosa: da questo punto di vista non sono pessimista».

Non saremmo molto in tono con la festa per i 125 anni del Corriere.

«Il Corriere ne camperà almeno altrettanti, ma sempre più online. L'informazione prenderà stabilmente casa in Rete e non dimentichiamo - ed è per questo motivo che non sono pessimista - che l'informazione è necessaria, non è un lusso».

Dopo tutto, senza giornalismo crolla la democrazia.

«La mia speranza parte proprio da qui. In Svizzera abbiamo un modello di democrazia diretta dove ognuno può votare, potenzialmente, ogni tre mesi. In Svizzera c'è un pubblico altamente educato, più che altrove, che si interessa costantemente di politica, che vuole informarsi. Ora, occorre trovare una soluzione a livello tecnico-contabile, ma che le news abbiano un futuro non c'è dubbio: almeno fino a quando l'avrà la democrazia».

I giovani hanno però «imparato» che l'informazione è un bene di cui usufruire gratis.

«Occorre un'educazione verso la notizia di qualità. Le notizie inutili o di gossip possono essere gratis, quelle che hanno o possono avere un valido peso nella tua vita non lo sono mai. È una questione culturale: dovremmo pagare di più per notizie di qualità. Detto questo, non ci sono soluzioni facili».

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