Giuseppe Buffi, lo sguardo sornione e quel «troppo facile amico»

Il ricordo

A 20 anni dall’improvvisa morte del consigliere di Stato del PLR parlano i colleghi di Governo e di partito - Gli aneddoti della politica ticinese degli anni Ottanta e Novanta

Giuseppe Buffi, lo sguardo sornione e quel «troppo facile amico»

Giuseppe Buffi, lo sguardo sornione e quel «troppo facile amico»

Giuseppe Buffi, lo sguardo sornione e quel «troppo facile amico»

Giuseppe Buffi, lo sguardo sornione e quel «troppo facile amico»

Marco Borradori

consigliere di Stato 1995-2013
Lega dei ticinesi

Giuseppe Buffi aveva l’ingegno del maestro, la sintesi affilata del giornalista e la destrezza politica di un capitano di lungo corso. Da lui mi separava, io fresco di elezione in Consiglio di Stato nel 1995, un mare di esperienza, oltre che l’appartenenza politica. Tuttavia avevamo trovato un’intesa, modellata e cresciuta durante un paio di viaggi di lavoro fatti insieme, a Roma e Salisburgo. Fianco a fianco per lunghe ore e con del tempo per raccontarci; in quelle occasioni lo avevo conosciuto meglio, mi parlò della sua vita, delle passioni, di qualche insofferenza, anche. Ne nacque una bella complicità. Ricordo che guardava sempre oltre le contingenze immediate, valutava e faceva quello che gli sembrava davvero giusto. Da Salisburgo ci portammo a casa, come voleva il Ticino, il sostegno della Lombardia ad AlpTransit e alla galleria di base del San Gottardo, in un momento in cui l’asse ferroviario nord-sud sembrava essere minacciato dal Lötschberg. Il suo modo di affrontare i temi, da uomo libero, mi è stato di insegnamento e non l’ho mai dimenticato, tanto che - al di là degli anniversari - di lui mi ricordo spesso certe sue frasi, l’ironia nel definire i problemi, la solidità culturale che non temeva il giudizio. Ricordo, come fosse ora, il notiziario da cui appresi della sua scomparsa, i colleghi straniti, la cerimonia di commiato in Piazza della Foca. E l’ultimo saluto della collega Marina Masoni a conclusione dell’elogio funebre: caro Giuseppe, «vale». Stammi bene.

Fulvio Caccia

consigliere di Stato 1977-1987
PPD

A Buffi mi lega una storia fatta anche di vicende molto controverse. La prima risale al 1974 e riguarda la Legge sul cinema, votata a maggioranza dal Gran Consiglio. Contro la stessa fu lanciato il referendum. Al dibattito televisivo finale fui invitato insieme a Buffi a difendere la Legge, che poi cadde in votazione popolare. La collaborazione diretta è nata invece nella legislatura 1983-1987, quando Buffi sostituì Carlo Speziali. Si è trattato di una legislatura che ha segnato importanti cambiamenti nell’attività e nei rapporti interni al Consiglio di Stato, con l’arrivo di tre nuovi colleghi. La collaborazione chiestami da Speziali a proposito dei destini dell’Orchestra della RSI la continuai con Buffi, rassegnando un rapporto sulla Fondazione OSI nel 1988. Alla mia mancata rielezione del 1987 Buffi reagì chiedendomi di collaborare sulla politica universitaria, collaborazione particolarmente intensa e durata fino alla fine del 1991. Il primo rapido risultato fu la realizzazione del Centro Stefano Franscini al Monte Verità, in collaborazione con il Politecnico federale di Zurigo. Il secondo importante traguardo è stato il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico, a conclusione di una vicenda incredibile, alla quale pose la parola fine la decisione di Otto Stich a favore della soluzione più vantaggiosa. La collaborazione mi ha permesso di apprezzare la visione lungimirante di Buffi, la scelta di costruire fatti concreti sulla via della politica universitaria, accompagnata da grande tenacia e pazienza. I risultati sono arrivati e costituiscono una caratteristica importante del Ticino moderno.

Pietro Martinelli

consigliere di Stato 1987-1999
PS

Buffi entrò in Gran Consiglio nel 1971, quattro anni dopo di me. Da allora abbiamo passato assieme sedici anni in Gran Consiglio e dodici in Consiglio di Stato. Credo che Buffi sia stata la persona con la quale ho passato assieme più ore di lavoro. Dal 1979 lui era capogruppo del partito di maggioranza relativa, mentre io lo fui per un certo periodo del maggior partito di opposizione. A volte, il confronto avveniva in termini duri, ma sempre dialettici. Buffi aveva la caratteristica apprezzabile di accettare il gioco e di rispondere nel merito, a volte evocando il tema noto (da Macchiavelli a Montaigne a Croce) della parziale separazione tra etica e politica. In Consiglio di Stato credo che il suo obiettivo principale fosse la creazione dell’Università della svizzera italiana, obiettivo fallito pochi anni prima con Speziali. Per riuscire nel suo degnissimo progetto non esitò a creare alleanze spurie. Non glielo mandai a dire, ma alla fine, riconoscendo l’altro valore politico della proposta votai il messaggio. Malgrado la lunga frequentazione, anche per i ruoli e le molte convinzioni diverse, raramente ho avuto con lui momenti di familiarità come si ha con un amico. Ne ricordo però uno quando, alla fine degli anni ottanta, eravamo andati entrambi alla conferenza dei direttori dei dipartimenti di Polizia (lui) e di Giustizia (io) ad Appenzello. Dopo la conferenza ci fu la cena alla fine della quale l’allegria svizzero-tedesca favorita da abbondanti libagioni ci trovò isolati. Andando verso il nostro albergo Giuseppe mi disse: «Ma a guardar bene noi cosa abbiamo di comune con questi colleghi?». Convenimmo entrambi che c’erano più differenze che similitudini, ma che proprio questo, lo stare assieme comunque con obiettivi comuni, era il vero miracolo della Svizzera.

Marina Masoni

consigliera di Stato 1995-2007
PLR

Giuseppe Buffi viene e sarà ricordato soprattutto per la sua più vistosa e importante creazione politica: l’Università della Svizzera italiana. Oggi il Ticino è Cantone universitario: lampante, ovvio, scontato. A ritroso, può apparire una scelta quasi ineluttabile, ma non lo era e non lo è stata per nulla. Avevamo alle spalle oltre un secolo di discussioni, riflessioni, progetti, tentativi falliti, e sono occorse tutte le doti politiche di Buffi, il suo intuito, la sua abilità di costruire il consenso, di superare gli steccati di partito, di corrente, di fazione, di regione, perché il Ticino – tutto il Ticino – si decidesse a questa realizzazione. E l’intera Svizzera italiana gli deve per questo immensa gratitudine. Ma Buffi va ricordato per molte altre sue qualità, che oggi sarebbero tanto necessarie al nostro paese: anticonformismo, indipendenza, capacità di non adeguarsi a mode, pregiudizi, interessi di bottega. La capacità di stare dalla parte di sé stesso, delle proprie idee e della libertà, al di là di opportunismi, scelte acritiche, accondiscendenza per quieto vivere o tifoseria. Uno spirito libero, moderno, scevro da ogni moralismo ma guidato da valori ben saldi per i quali si impegnava con audacia, ironia e tanta efficacia. E chissà quanto potrebbe dare al paese in questi difficili tempi. Quanto manca.

Dick Marty

consigliere di Stato 1989-1995
PLR

Inaspettatamente entrato in politica, mi sono trovato a metà legislatura in un Consiglio di Stato in rottura con il passato. Il PPD aveva perso il secondo seggio e il litigio tra le due formazioni di sinistra aveva sorprendentemente premiato i due contendenti. Clima teso, dunque, poiché tutti erano assai consapevoli che si trattava di un incidente di percorso e che alla prossima scadenza per i due rappresentanti della sinistra avrebbe prevalso il principio mors tua vita mea. Responsabile delle finanze in una delicata fase di risanamento, la conflittualità con gli altri dipartimenti era all’ordine del giorno, con sedute di Governo fino a notte inoltrata per accordarsi sul preventivo. È proprio in questi momenti delicati che la personalità di Buffi si rivelò determinante: con poche parole e qualche battuta di spirito sapeva sdrammatizzare e ricucire il dialogo. Evitava il conflitto aperto e con un notevole fiuto sapeva trovare un’insospettata via di mediazione. Voglio tuttavia ricordare anche Buffi giornalista e polemista, nel senso più nobile del termine, rappresentante di quel PLR sopracenerino, popolare e progressista, protagonista di confronti e di battaglie memorabili di idee e di valori. La sua penna era talvolta tagliente, sempre elegante e sostenuta da una solida cultura. Seppe così motivare e dare un senso all’impegno politico.

Giovanni Merlini

presidente PLR 2000-2010

La prima volta nell’ufficio presidenziale del partito, fresco della nomina a presidente: «Benvenuto mi disse, dalle tue prime bracciate scopriremo se riuscirai a stare a galla». Un esordio incoraggiante. Da uomo di parte ed esponente illustre del radicalismo bellinzonese qual era stato senza rimpianti, Buffi andò vieppiù maturando un atteggiamento disincantato che lo portò a smussare le posizioni dogmatiche e la faziosità e a prendere le distanze dalle certezze apodittiche, privilegiando il dialogo e l’attenzione verso le ragioni e gli argomenti degli altri. Le dure esperienze di vita che non gli furono lesinate dalla sorte lo aiutarono a sviluppare il senso per la relatività delle cose e la capacità di selezionare con saggezza le cause davvero importanti per le quali valeva la pena battersi. E quando le aveva individuate allora sapeva infervorarsi come pochi. L’uomo apparentemente schivo e talora umbratile lasciava improvvisamente il posto al trascinatore e comunicatore che riusciva a trasmettere un entusiasmo contagioso a chi lo ascoltava rapito dalla sua forbita eloquenza. In quelle circostanze sfoderava tutta la determinazione e se del caso anche la cocciutaggine di cui era capace pur di far trionfare la sua causa. La sua capacità di ragionare in termini di sistema-Paese e la sua sensibilità culturale gli permisero di cogliere al volo le opportunità nascoste tra le pieghe delle trasformazioni in atto nella società e nell’economia e sulla possibilità di contrastare la crisi degli anni novanta e la smobilitazione delle regie federali investendo nel Ticino della conoscenza. Infine, ma non certo da ultimo, Buffi deve essere ricordato anche per la sua integrità.

Luigi Pedrazzini

consigliere di Stato 1999-2011
PPD

Il fatto stesso che Buffi venga commemorato a 20 anni dalla scomparsa dimostra quanto importante e incisivo sia stato il suo lungo impegno politico. Oggi di lui rimangono le opere e in particolare, l’Università della Svizzera italiana alla cui realizzazione diede un contributo decisivo. In me che ho condiviso un percorso per certi versi parallelo (direttore de «Il Dovere» lui, del «Popolo e Libertà» io, entrambi capi gruppo in Gran Consiglio e, infine, per un solo anno, colleghi di Governo), rimane il ricordo di una personalità per certi versi straordinaria, di una mente acuta e arguta, di un grande e fine conoscitore dell’animo umano. Da uomo di partito, capace in giovane età di condurre campagne al limite della faziosità, Buffi ha saputo, soprattutto dopo l’entrata in Consiglio di Stato, diventare un punto di riferimento autorevole e affidabile per tutte le forze politiche, ha saputo dimostrare quel senso dello Stato che permette al politico di razza di creare consenso attorno a obiettivi fondamentali per tutta la comunità ticinese. La sua morte giunse improvvisa e suscitò grandissima commozione; interruppe bruscamente una sfida che aveva intrapreso da pochi mesi con l’entusiasmo di un ragazzo: la presidenza del Festival del film di Locarno. Perché Giuseppe Buffi, malgrado l’impegno di lungo corso, i tormenti della vita che non l’avevano risparmiato, i problemi di salute, è restato fino all’ultimo un uomo capace di appassionarsi per quello che faceva.

Fulvio Pelli

presidente PLR 1988-2000

Sembra impossibile quanto velocemente passa il tempo: non sempre però la velocità affievolisce il ricordo. Il volto di Buffi è sempre lì, sorridente per una battuta ben riuscita, o corrucciato e pensieroso, quasi lui stesse pensando di quale consiglio hanno bisogno coloro che sono oggi confrontati con quesiti importanti. Lui, a suo tempo, li aveva sempre saputi affrontare con la serenità dei saggi e con un’arguzia strategica che la sua intelligenza gli suggeriva di utilizzare, ma con cautela. Aveva alcune capacità che solo pochi politici possiedono. La prima era quella di sapere sempre scegliere collaboratori di qualità e poi di stimolarli a fare intenso uso delle responsabilità che assumevano. Atteggiamento vincente che li ha spinti ad aiutarlo nel suo compito di capo politico, svolto senza alterigia ma con piacere e convinzione. La seconda era una penna sicura e competente, capace di scrivere d’un botto e senza un solo errore un testo di trecento parole accattivanti e convincenti. La terza sua abilità è quella di aver saputo coinvolgere altre forze politiche nei più importanti progetti suoi e del suo partito liberale radicale. Ne sono risultati una scuola al passo con i tempi in tutte le sue componenti, sempre all’altezza del loro compito istituzionale e della loro funzione sociale, ma anche il gioiello della sua attività politica: quell’Università svizzero italiana fino ad allora rimasta al palo di partenza per la ben nota attitudine del nostro Cantone a dividersi. Ha negoziato con convinzione, per unire, raccogliendo stima e consenso.

Patrizia Pesenti

consigliera di Stato 1999-2011
PS

Non ricordo dove eravamo, in quale occasione. A nome del Governo occorreva tenere un breve discorso. Giuseppe Buffi era presidente. Dopo che si era rimesso a sedere rammento di avergli chiesto: «Come fai? Senza una nota scritta, senza preavviso, ti alzi e tieni un discorso che pare pronto per essere stampato». Sornione, mi aveva risposto: «È il mestiere, vedrai, dopo un po’ viene facile». Non gli ho creduto. Non era il mestiere o l’esperienza. O perlomeno non solo. Era la sua intelligenza, la sua lucidità. La capacità di cogliere l’essenziale e riformularlo con chiarezza, con eleganza. La sua qualità negli scritti e nei discorsi era proprio questa: non aveva bisogno di mettere in mostra le sue conoscenze o lo spessore della sua analisi. Le allegorie e le metafore sembravano cadergli in mano, senza sforzo. Ma ovviamente non era così. Erano il frutto di una attenta osservazione e di approfondimento, espressione di una capacità sintesi fuori dal comune. Riusciva a condensare situazioni complesse in un concetto e il concetto in una immagine. E come fanno gli artisti quando cercano l’angolazione e la luce giusta, Buffi era capace di vedere le situazioni, i problemi da diversi punti di vista. Forse per questo le immagini che poi sceglieva erano precise, spesso ironiche ma certo inequivocabili.

Renzo Respini

consigliere di Stato 1983-1995
PPD

Prima di conoscere Buffi ho conosciuto i suoi editoriali arguti e anche graffianti su «Il Dovere». Lo conobbi però veramente solo più tardi, quando nel 1986 entrò in Governo e iniziò tra noi uno scambio proficuo e intenso, che andò oltre la mia permanenza a Bellinzona e che prese fine in quel triste 20 luglio di venti anni fa. Penso di poter dire che quello di consigliere di Stato fu il ruolo pubblico che gli fu più congeniale, perché cessò di essere uomo di parte e passò dalla parte delle visioni, delle idee e della ricerca del modo per realizzarle. Nei 14 anni della sua permanenza in Governo non perse l’arguzia, ma abbandonò i commenti graffianti, perché sapeva che il Paese aveva bisogno di visioni e progetti e di politici capaci di costruire ponti per realizzarli. Certo non gli andava bene tutto, ma con il suo «troppo facile amico» sapeva marcare il disaccordo senza perdere le premesse per il dialogo, per essere ascoltato, capito e seguito. Quando entrò in Governo, trovò le ceneri del sogno universitario della Svizzera italiana. Avrebbe potuto prenderne atto e indirizzare altrove il suo impegno politico; ma Buffi non era di quella pasta. La Svizzera italiana non poteva ancora attendere e lui si buttò senza risparmiarsi dalla parte di quel sogno, lavorò incessantemente con tutti coloro che remavano nella stessa direzione e riuscì a far nascere quell’USI che non era solo una rivendicazione, ma un progetto di società del nuovo Ticino.

Giuseppe Buffi, lo sguardo sornione e quel «troppo facile amico»
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