I dati in aiuto alla scienza

I 25 anni dell’USI

Il coronavirus ha messo in evidenza la mancanza di coordinamento tra i vari Stati nell’adottare strategie comuni e immediate: un problema soprattutto europeo

I dati in aiuto alla scienza
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L’ultimo rapporto sullo stato della salute e della sanità nei Paesi dell’OCSE ha sottolineato che lo shock generato dalla crisi sanitaria globale dovuta alla COVID-19 ha fatto emergere in maniera evidente, soprattutto in Europa, una mancanza di coordinamento tra i vari Stati nell’adottare strategie urgenti e misure di contenimento efficaci e condivise per rispondere all’emergenza. Questa frammentazione ha riproposto ancora una volta il tema delle sinergie internazionali in un mondo profondamente globalizzato, dove il battito d’ali di una farfalla in Brasile può davvero provocare un tornado in Texas.Uno dei punti dell’agenda di sostenibilità dell’ONU, il numero 17, «Partnership per gli obiettivi», mira proprio a rafforzare il partenariato mondiale di fronte a sfide e scopi comuni. Una questione intricata in un mondo così interconnesso. Un aiuto può arrivare dalla scienza dei dati, una disciplina che, con la sua capacità di analizzare grandi quantità di informazioni, può contribuire a ricostruire più esattamentele dinamiche che caratterizzano crisi come quella del coronavirus e, su questa base, suggerire riflessioni che un domani permettano una risposta più integrata ed efficace a problemi di scala mondiale. Ne parliamo con Antonietta Mira e Ernst-Jan Camiel Wit, professori di statistica e scienza dei dati all’USI.

Un atlante del coronavirus

«L’impatto della pandemia di COVID-19 è stato esteso e profondo. Nonostante siano stati fatti sforzi senza precedenti per comprenderne le implicazioni, rimangono ancora significative lacune nella conoscenza di questo fenomeno. Mentre si sviluppano nuove ricerche, si chiariscono le dinamiche del contagio e si cercano le più efficaci misure possibili di contenimento, i governi sono stati costretti a ricorrere a decisioni dettate dall’urgenza», ci spiega la professoressa Antonietta Mira. «In questo scenario si inserisce il progetto PERISCOPE, di cui l’USI è una delle istituzioni partner e che si propone di contribuire a una conoscenza più approfondita dell’impatto dell’epidemia attraverso un’intensa ricerca multi-disciplinare, sia teorica sia sperimentale, che considererà diversi punti di vista, da quello clinico ed epidemiologico passando per quello socio-economico e comportamentale fino ad arrivare a quello statistico e tecnologico».

«Uno degli obiettivi del progetto», prosegue il professor Ernst-Jan Camiel Wit, «è quello di sviluppare un «atlante» del coronavirus, il più possibile onnicomprensivo, facile da utilizzare, accessibile liberamente, che dovrebbe diventare uno strumento di riferimento non solo per i ricercatori, ma anche per le autorità, nonché una fonte dinamica di informazioni da diffondere al pubblico. Il progetto intende rafforzare la capacità dei Paesi europei di sopportare le conseguenze negative della pandemia, riflettendo su possibili cambiamenti nella governance e nella struttura delle istituzioni economico-politiche, educative e sanitarie, nel segno anche di un maggiore coordinamento sia all’interno di un singolo Paese sia tra Paese e Paese».

Decisioni ancorate alla realtà

Da un lato dunque PERISCOPE vuole fare luce sulle conseguenze indirette e impreviste del virus, con particolare riferimento all’amplificazione delle disuguaglianze, sociali, economiche e tecnologiche; dall’altro intende indagare le risposte dei governi, nazionali e regionali. Sarà gestita una mole impressionante di dati «grezzi», traendone informazioni utili per ricostruire nel dettaglio e al contempo fornire una panoramica sintetica, «leggibile», di quali azioni siano state intraprese quando, dove e come. Il progetto, che ha ottenuto un finanziamento complessivo di 10 milioni di euro da parte della Comunità Europea, costituisce un esempio di come la scienza dei dati possa concorrere a migliorare i processi decisionali, ancorandoli maggiormente alla realtà dei fatti, e dunque a «rafforzare i mezzi di attuazione» nell’ottica del partenariato mondiale, come recita l’obiettivo ONU. Vari attori nazionali e internazionali avranno così una maggiore possibilità di agire in maniera concertata sulla base di dati reali al fine di contrastare un’eventuale e possibile futura crisi, come sottolinea Antonietta Mira. «I dati raccolti nell’atlante ci permetteranno di creare modelli della diffusione della pandemia e di fare previsioni in diversi scenari. I modelli saranno elaborati con le più avanzate metodologie statistiche e stimati con efficienti algoritmi al fine di poter esprimere valutazioni sulle migliori politiche e pratiche di intervento e suggerire nuove politiche e soluzioni tecnologiche per il contenimento degli effetti negativi di una pandemia».

Viaggi aerei possibili?

Un’altra ricerca in cui la professoressa Mira è coinvolta è condotta in collaborazione con il Dipartimento di salute pubblica dell’Università di Harvard e il Centro di Data Science della Queensland University of Technology e analizza le restrizioni alla mobilità internazionale implementate da molti Paesi durante la pandemia. «Lo studio, attraverso elaborazione di dati, modelli statistici e simulazioni», spiega Antonietta Mira, «mostra come i viaggi aerei internazionali potrebbero riprendere fino al 58% del livello pre-pandemico mantenendo al contempo un controllo sulla diffusione della pandemia paragonabile a quello di uno stop a tutti i voli. E questo se solo le politiche di intervento fossero meglio coordinate a livello internazionale». Un ulteriore esempio del contributo che la scienza dei dati può apportare alla riflessione sul rafforzamento del partenariato globale.

L’urgenza di rifondare le basi della cooperazione globale

L’emergenza pandemica ha messo a dura prova la tenuta di istituzioni e procedure previste dal diritto internazionale. E questo in un momento già critico per la cooperazione globale, spiega Ilaria Espa, professoressa presso l’Istituto di diritto dell’USI. «Abbiamo assistito, da un lato, a un ritorno a politiche di stampo nazionalistico e protezionistico, come le restrizioni al commercio di presidi medici e vaccini; e, dall’altro, a una delegittimazione delle strutture chiamate a un fondamentale ruolo di coordinamento, come l’OMS. Mai come ora tuttavia è urgente rifondare le basi per una solida e duratura cooperazione globale a sostegno di una ripresa sostenibile, anche attraverso un «ammodernamento» delle istituzioni internazionali e del loro sistema di regole. L’OMS punta sull’iniziativa COVAX per ripristinare la sua credibilità. La Banca mondiale ha varato speciali programmi di assistenza per i Paesi più deboli in questa fase critica. La WTO si appresta a discutere la sospensione dei brevetti sui vaccini. Sullo sfondo il progetto di medio-lungo termine è definire un nuovo trattato internazionale sulla prevenzione e preparazione in materia di pandemie per evitare che future crisi minino la solidarietà tra Paesi, che resta essenziale per uscire da situazioni di crisi globale».

Anche la comunicazione riveste il suo ruolo in questo percorso di ripresa nel segno della sostenibilità. Trovare risposte a problemi complessi e globali dipende infatti da quanto diversi attori, interessi e prospettive sono in grado di comunicare e comprendersi. «Per sviluppare il «partenariato» anche a livello di ricerca scientifica e far sì che la conoscenza possa contribuire al meglio all’individuazione di soluzioni non solo innovative, ma anche condivise in tema di sviluppo sostenibile», osserva Nele Langebraun, ricercatrice presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, «occorre trovare un punto di incontro alla base stessa della ricerca, la metodologia. Una metodologia infatti è un po’ come una lingua, con le proprie regole su come condurre la ricerca, formulare teorie, trarre conclusioni. Dobbiamo dunque trovare un modo per «tradurre» queste diverse lingue - economica, ambientale, normativa, politica, ... - e farle parlare e collaborare tra loro già in partenza».

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