Il caso dei permessi finisce a Roma: «Si parli con Berna»

La polemica

Dopo quanto emerso dall’inchiesta di Falò, il senatore della Repubblica varesino Alfieri si è rivolto al ministro degli Esteri Di Maio ipotizzando l’avvio di un dialogo politico tra i due Governi

Il caso dei permessi finisce a Roma: «Si parli con Berna»
© CdT/ Chiara Zocchetti

Il caso dei permessi finisce a Roma: «Si parli con Berna»

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(Aggiornato alle 17.10) - Dopo la bufera emersa in Ticino a seguito della trasmissione Falò, dalla quale sono emersi controlli di polizia assidui e invasivi della sfera privata svolti nei confronti di cittadini intenti a rinnovare il permesso di domicilio o per la concessione del permesso di dimora, il tema è diventato argomento quotidiano sia in politica sia nella società. Ora però, la questione sta assumendo contorni di portata internazionale con l’inoltro di un’interrogazione al Ministero degli Affari esteri italiano da parte di un senatore della Repubblica il quale sottolinea che il 47% delle bocciature (dati del 2019) da parte del Cantone vengano poi smentite in sede giudiziaria e si domanda come tutelare i cittadini frontalieri. Ma andiamo con ordine.

Politica in fermento in Ticino

Diversi sono stati i partiti ad aver celermente reagito dopo la trasmissione della puntata. Dapprima il PS che, in un documento firmato dal copresidente Fabrizio Sirica e del capogruppo in Gran Consiglio Ivo Durisch, si è rivolto al Gran Consiglio per chiedere l’Alta vigilanza sul Consiglio di Stato del quale, il Dipartimento delle Istituzioni di Norman Gobbi fa evidentemente parte. Se da una parte il consigliere di Stato ha cercato di ridimensionare la polemica asserendo che «la Legge sugli stranieri è stata applicata con un approccio rigoroso a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblici», dall’altra, anche il PLR ha preso posizione in merito. In un atto parlamentare firmato dal deputato Matteo Quadranti, il gruppo ha chiesto tra le altre cose all’Esecutivo se «non si ritiene che si scalfisca la fiducia del cittadino nei confronti di una via ricorsuale amministrativa che può essere condizionata dalla politica». Un ulteriore tassello alle reazioni locali è arrivato proprio oggi con l’iniziativa parlamentare - firmata da Matteo Pronzini, Simona Arrigoni e Angelica Lepori per il gruppo MPS-POP-Indipendenti - che chiede che l’Alta vigilanza sul Governo venga svolta da una commissione, tutta da costituire, nella quale la maggioranza dei seggi sia assegnata a membri del Gran Consiglio appartenenti a formazioni politiche (o liste) che non sono rappresentati in Governo.

Il tema approda oltre il confine: ulteriori accordi bilaterali?

La discussione su come viene affrontato il rinnovo dei permessi da parte dei Dipartimento non si è però limitata ai confini nazionali e, alla reazione degli scorsi giorni da parte del sindaco di Luino, Andrea Pellicini, che ha definito l’agire di Gobbi una «caccia alle streghe», si aggiunge ora un atto parlamentare ufficiale. A sottoporre l’interrogazione a risposta orale all’indirizzo del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio è stato il senatore democratico varesino Alessandro Alfieri. Le preoccupazioni principali contenute nel documento firmato dal senatore della Repubblica sono volte a capire come tutelare i cittadini italiani con permesso di soggiorno o residenza e se la diplomazia italiana non ritenga opportuno avviare con il Governo elvetico un dialogo politico al fine di concludere ulteriori Accordi bilaterali in materia di permessi di soggiorno per i cittadini italiani residenti nel territorio del cantone Ticino.

I contenuti dell’interrogazione: «Le autorità avrebbero ignorato le leggi in materia»

«Premesso che: lo scorso 3 settembre la trasmissione televisiva svizzera Falò ha mandato in onda un’indagine relativa alla politica di diniego con cui le autorità del Cantone Ticino, ignorando le leggi in materia di permessi di soggiorno e di lavoro, starebbero procedendo all’allontanamento di numerosi cittadini stranieri e tra questi anche molti cittadini italiani; qualunque cittadino straniero che voglia vivere in Svizzera necessita di un apposito permesso», si legge nell’introduzione dell’atto. «Tali permessi sono di diversa natura, in particolare, il permesso G è quello rilasciato ai lavoratori frontalieri, ovvero le persone che svolgono un’attività lavorativa in Svizzera ma residenti all’estero. Val la pena ricordare come nel Cantone Ticino i frontalieri siano per lo più cittadini italiani residenti a pochi chilometri dal confine. I permessi più diffusi sono, invece, il B e il C. (...) Occorre sottolineare come per tutti è prevista l’espulsione dal Paese laddove il cittadino dovesse diventare un pericolo per la comunità elvetica».

«Inoltre, a partire dal 1. gennaio 2019, gli stranieri residenti in Svizzera debbono ora soddisfare determinati criteri di buona condotta, come il rispetto dell’ordine pubblico e dei valori costituzionali, prima del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno. Tra gli elementi di cui si tiene conto vi sono anche la partecipazione economica e le competenze linguistiche. Coloro che non danno prova di una volontà d’integrazione possono essere costretti a firmare un contratto in cui figurano le aspettative che vanno soddisfatte. Il mancato rispetto di tale contratto può finanche incidere sul rinnovo del permesso di soggiorno. Pertanto, una persona con un permesso di soggiorno permanente, permesso C, che non soddisfa i criteri di integrazione potrebbe essere retrocessa allo status di residente temporaneo, permesso B», continua ancora l’interrogazione.

«Un diniego su due sconfessato dal TRAM»

«Secondo quanto riportato dalla predetta trasmissione televisiva diversi cittadini italiani che vivono in Svizzera da decenni al momento della richiesta di rinnovo del permesso sono stati invitati a lasciare il Paese entro un periodo che va da uno a tre mesi. Sempre secondo quanto riportato, la polizia si apposterebbe davanti le loro residenze centinaia di volte e in diversi orari del giorno e della notte. Finanche i consumi elettrici verrebbero ritenuti indizi utili per capire quanto i cittadini stranieri siano presenti nel proprio domicilio. Considerato che: diversi cittadini stranieri cui è stato rifiutato un permesso hanno presentato ricorso al Tribunale amministrativo cantonale (TRAM). Nel 2015 i ricorsi accettati sono stati il 28%, nel 2019 il 47% e dalla lettura dei numeri emerge chiaramente come un diniego su due sia stato sconfessato dalle autorità competenti». Anche il Tribunale federale, la massima istanza elvetica, - scrive ancora Alfieri - ha emesso numerose sentenze in tal senso, «sconfessando, pertanto, la politica adottata dal Governo ticinese. Tuttavia, nonostante la consolidata giurisprudenza in merito, la procedura seguita per i dinieghi in materia di permessi di soggiorno non ha subìto alcun cambiamento»

«Come tutelare i cittadini italiani con permesso di soggiorno o residenza?»

In nome dei presupposti elencati, il senatore democratico domanda quindi al Ministero degli Affari esteri guidato da Luigi Di Maio «quali iniziative ritenga opportuno intraprendere al fine di tutelare i cittadini italiani possessori di permessi di soggiorno e residenti nel territorio ticinese; se il ministro, alla luce dei fatti esposti in premessa, non ritenga opportuno avviare con il Governo elvetico un dialogo politico volto alla conclusione di ulteriori Accordi bilaterali in materia di permessi di soggiorno per i cittadini italiani residenti nel territorio del cantone Ticino».

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