Il giro di vite sullo smartphone divide i giovani politici

le reazioni

I pro e i contro dei movimenti giovanili a seguito della decisione di inasprire le regole sull’utilizzo del telefonino a scuola - Il VIDEO con le reazioni degli studenti

Il giro di vite sullo smartphone divide i giovani politici
©CdT/Zocchetti

Il giro di vite sullo smartphone divide i giovani politici

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Tra chi ha aderito al rapporto c’è la deputata e membro di comitato delle Giovani Verdi, Cristina Gardenghi: «Ho aderito al rapporto di Alessandro Speziali. In Ticino c’è un problema legato alla gestione degli smartphone e questo rapporto non prevede un’implementazione dei divieti ma delle modifiche delle direttive del DECS per renderle più omogenee, pur lasciando un minimo di autonomia ai vari istituti che conoscono le problematiche strettamente legate al loro territorio. Come Giovani Verdi siamo contro ad ogni forma di divieto in senso stretto, che riteniamo controproducente. Questa è l’occasione per puntare su un uso consapevole degli smartphone».

Una via, questa, gradita anche alla Gioventù comunista: «Come Gioventù comunista crediamo che un proibizionismo generale non funzioni. Riconosciamo che la problematica legata all’uso degli smartphone a scuola esiste ma preferiamo che si lavori sulla sensibilizzazione, sia per quanto riguarda l’uso dentro che fuori dagli istituti scolastici. Sarebbe interessante implementare queste tecnologie per l’uso didattico senza limitarsi a proibirli tout court. Chissà come la prenderebbero i parlamentari se i telefonini venissero vietati in Gran Consiglio», spiega il coordinatore Samuel Iembo.

Federica Caggìa, membro di comitato della Gioventù socialista, si è detta critica: «Sono molto critica. Anche all’interno del Comitato della GISO vediamo un paradosso all’interno della società, dove vige una sorta di obbligo ad avere un cellulare. Non ha senso colpevolizzare gli allievi ed è paradossale proibire l'utilizzo di uno strumento che è onnipresente nella vita delle persone. Ci sono diversi problemi, ad esempio il cyberbullismo, ma il ruolo della scuola è quello di insegnare a gestire il web e i suoi contenuti. In generale vietare non è mai una soluzione».

Dal canto suo, il movimento giovanile del PPD, Generazione Giovani, è «parzialmente soddisfatto» del rapporto: «I casi di bullismo e cyber bullismo, sono presenti nella realtà scolastica cantonale. Vessazioni, insulti e prese in giro hanno trovato nelle nuove tecnologie un nuovo alleato. Come giovani, non possiamo però non vedere anche il potenziale di un uso corretto degli strumenti tecnologici nel percorso educativo dei ragazzi. L’utilizzo di smartphone durante le lezioni per interagire con l’insegnante sono un metodo educativo interessante e che permetterebbero una partecipazione attiva degli allievi nella costruzione della lezione stessa grazie agli innumerevoli strumenti educativi. Riteniamo infine indispensabile l’educazione da parte dalla scuola al corretto utilizzo delle nuove tecnologie, integrando anche l’utilizzo degli smartphone nelle lezioni scolastiche», ha spiegato il presidente Tommaso Merlini.

Il presidente dei Giovani PLR Daniel Mitric si dice «favorevole al compromesso trovato dalla Commissione» perché «essendo i giovani oberati di informazioni, relazionarsi dal vivo ed educare al contatto sociale è sicuramente un fattore positivo».

Il vicepresidente dei Giovani UDC Diego Baratti considera il giro di vite della Commissione «inutile», perché visto come «un primo passo verso il divieto assoluto», e sottolinea come la scuola sia «il luogo più adatto per insegnare un corretto utilizzo di questi oggetti».

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