«Il virus oggi è lo stesso di ieri, ma noi abbiamo imparato molto»

Pandemia

Con Enos Bernasconi, responsabile di malattie infettive dell’EOC, abbiamo fatto il punto sull’attuale forza del coronavirus e sulla natura dei suoi obiettivi

 «Il virus oggi è lo stesso di ieri, ma noi abbiamo imparato molto»
©CdT/Gabriele Putzu

«Il virus oggi è lo stesso di ieri, ma noi abbiamo imparato molto»

©CdT/Gabriele Putzu

Una fase apparentemente interlocutoria, quella attuale, che lascia spazio a dubbi e speculazioni. Si discute in particolare sull’attuale forza del virus e sulla natura dei suoi obiettivi. Ma davvero ora nel suo mirino ci sono i giovani più che gli anziani? Per evitare di inciampare in simili ipotesi, abbiamo fatto il punto con Enos Bernasconi, responsabile di malattie infettive dell’EOC.

Dottor Bernasconi, cos’è il virus oggi? È forse il caso di ribadire che è lo stesso di ieri? «Per quello che ne sappiamo è ancora lo stesso di ieri. Le mutazioni riscontrate non ne hanno cambiato la tipologia, e non lo hanno reso meno virulento, ma neppure lo hanno reso più virulento, come invece speculato da alcuni ricercatori. Non possiamo dire che sia cambiato qualcosa di significativo insomma nel virus che ha causato la pandemia, quello partito da Wuhan pochi mesi fa. Potremmo dire che è in corso un processo di adattamento all’uomo, ma non possiamo ancora definire tale adattamento, non ci sono gli elementi per farlo, né virologici né epidemiologici. Un adattamento che non si può definire se positivo o negativo. In Europa si osservano nuovi focolai, nuovi aumenti dei casi di contagio, ma per ora nulla di estremamente preoccupante. Bisogna aumentare l’attenzione, quello sì, insistere sul lavaggio o la disinfezione delle mani, sulle distanze, sulle protezioni, ma in fondo, grazie a tutte le misure intraprese e in parte mantenute, tuttora notiamo che quei focolai non esplodono, che quegli aumenti dei casi non sono particolarmente rapidi. Ma credo che se domani tornassimo a essere quelli che eravamo prima del virus, gli aumenti tornerebbero a essere più violenti».

Siamo sempre tutti uguali di fronte a questo coronavirus?

«L’Ufficio del medico cantonale ha presentato negli scorsi giorni i risultati dello studio sul test sierologico nella popolazione ticinese, che ha mostrato una prevalenza degli anticorpi contro il coronavirus del 10%. Ciò ci dice che almeno il 10% della popolazione è stato contagiato dal virus e ha sviluppato i relativi anticorpi, ha insomma avuto l’infezione. Poi però potrebbero anche esserci persone infettate che non hanno sviluppato gli anticorpi, o che li hanno persi rapidamente dopo l’infezione. Potrebbero esserci addirittura persone resistenti al coronavirus grazie a un’efficace immunità innata, la prima barriera immunologica contro i virus. Se la percentuale di questi individui fosse alta - e non la conosciamo -, allora la percentuale della popolazione suscettibile al virus sarebbe ben più bassa di quanto supposto. Questa per ora è una speculazione, e allora proprio per questo è doveroso mantenere alto il grado di attenzione nel rispetto delle regole e delle misure igieniche.

Non è una questione generazionale. Se ora si parla più dei giovani che non degli anziani lo si deve alle dinamiche sociali.

«Sì. Il fatto che abbiamo pochissime nuove ospedalizzazioni per COVID e che non si riscontrino rapidi aumenti in questo senso, penso dipenda dal fatto che se da una parte a infettarsi oggi sono soprattutto i più giovani, dall’altra è probabile che le persone più a rischio tendano ancora oggi a proteggersi bene. E i giovani fanno più attenzione a mantenere la giusta distanza dagli anziani e dalle altre persone più a rischio».

Quanto accade in altri Stati smentisce la teoria della stagionalità del virus?

«Non l’ho mai sostenuta, benché non si possa escludere del tutto. Se oggi notiamo una certa ripresa del virus, correlata con le più importanti riaperture, in particolare quelle decise il mese scorso, significa che, se non stiamo attenti, anche d’estate potrebbero sorgere focolai anche significativi. Non sappiamo poi se questo fenomeno potrà essere più marcato in autunno e in inverno».

Per settimane abbiamo descritto i numeri bassi come frutto del lockdown. Oggi possiamo dare il merito dell’assenza di una nuova esplosione di casi proprio alle dinamiche sociali?

«Possiamo definire questi risultati come una coda del una misura estrema presa in una situazione di emergenza sanitaria, in cui si rischiava il crollo delle strutture, proprio come è stato il caso in alcune città del nord Italia. Non possiamo dimenticare le immagini di Bergamo. Noi abbiamo evitato di poco questa situazione proprio grazie a quelle misure, anche controverse. Visto quanto sta accadendo in altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti e dal Brasile, credo che abbiamo fatto bene a mettere in pratica un’azione tanto incisiva. Così come bene abbiamo fatto a riaprire progressivamente. Ora non credo che diverrà necessario, in futuro, attuare chiusure tanto estreme, ma molto dipenderà dalla responsabilità individuale. E meglio riusciremo a proteggere le persone più fragili, più efficacemente eviteremo che i contagi sfocino in complicazioni severe e decessi».

Si può allora dire che siamo più pronti come società, e non solo come strutture sanitarie, ad affrontare tale situazione e ad evitare allora una seconda ondata?

«Abbiamo imparato molto. La maggioranza delle persone ha capito il problema e continua a fare attenzione. E anche l’obbligo di utilizzo della mascherina sui mezzi pubblici è stata apparentemente ben accolta. Leggo questa misura, che inizialmente era tanto controversa, persino tra gli specialisti, come una reazione all’aumento dei casi e come l’intenzione di non ripartire in quinta con nuove e più severe chiusure, che sarebbero problematiche a livello sociale. Per evitarle, ecco che dobbiamo cercare nuove vie, che possono essere seguite senza troppe difficoltà. La mascherina si aggiunge alle misure già note, al distanziamento in particolare, è insomma un complemento. E poi ha l’effetto di portare chi la indossa a mantenere alta l’attenzione. Se la usiamo, tendiamo automaticamente a stare più attenti, a ricordarci che il problema non è risolto».

Il dottor Enos Bernasconi. ©CdT/Chiara Zocchetti
Il dottor Enos Bernasconi. ©CdT/Chiara Zocchetti
©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Ticino
  • 1
  • 1