«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

testimonianza

Le sorelle Bucci, bambine sopravvissute all’internamento ad Auschwitz-Birkenau, hanno risposto stamattina all’USI alle domande di oltre 500 studenti delle scuole medie

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»
Tatiana Bucci all’ingresso dell’Aula magna dell’USI. © CdT/Gabriele Putzu

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

Tatiana Bucci all’ingresso dell’Aula magna dell’USI. © CdT/Gabriele Putzu

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

«Incontriamo i giovani per non ricadere nel baratro»

Ne sono uscite per caso. Solo una serie di circostante fortuite ha separato la sorte di Tatiana e Andra Bucci, le due sorelle sopravvissute ad Auschwitz-Birkenau, da quella del cuginetto Sergio, morto insieme ad altri 19 bambini dopo essere stato usato come cavia per gli esperimenti del dottor Kurt Heissmeyer. Oggi, Tatiana e Andra sentono forte l’urgenza di testimoniare, di raccontare come vissero la Shoah due bambine di 6 e 4 anni. E si commuovono, davanti agli «occhi giovani» dei ragazzi delle medie, venuti all’USI (in tantissimi, oltre 500) questa mattina per ascoltarle: «Siete il futuro, siete gli uomini e le donne di domani», dicono loro le due sorelle, che confessano di essere «spaventate da questo mondo che sta impazzendo, che sembra ogni giorno di più avvicinarsi al baratro morale che portò alla più grande tragedia del secolo scorso». «Di fronte al riaffacciarsi dell’estremismo di destra, all’incapacità di accogliere il diverso – che oggi ha il volto dei migranti che attraversano il Mediterraneo – ci rendiamo conto di quanto l’uomo abbia la memoria corta. Per questo siamo qui e continueremo a raccontare». E quando anche l’ultimo testimone diretto del genocidio sarà scomparso, il compito, sperano le sorelle Bucci, passerà a loro. A quei giovani che oggi le hanno ascoltate per oltre due ore, in assoluto silenzio, rotto soltanto qua e là dagli applausi. Tante le domande che i ragazzi delle medie hanno rivolto alle due sorelle, che pazientemente hanno risposto e raccontato.

© CdT/Putzu
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«Di fronte al riaffacciarsi dell’estremismo di destra, all’incapacità di accogliere il diverso – che oggi ha il volto dei migranti che attraversano il Mediterraneo – ci rendiamo conto di quanto l’uomo abbia la memoria corta»

È stato un processo di elaborazione lunga, per Tatiana e Andra. «Ci abbiamo messo 50 anni per poter parlare di quanto abbiamo vissuto e siamo tornate ad Auschwitz solo nel 1995. Ci è voluto del tempo». «Eravamo piccole e forse la nostra incoscienza ci ha salvato. Abbiamo capito di essere ebree solo quando siamo arrivate nel campo di concentramento: chi era lì era ebreo, questo significava che anche noi lo eravamo e che agli ebrei spettava questa vita. Vedevamo i camini, da cui uscivano fiamme e fumo tutto il giorno e tutta la notte. Sapevamo che anche noi saremmo uscite da lì. Del resto, era quello che ci sentivamo ripetere ogni giorno. Ma la morte non ci faceva paura. Semplicemente, da bambine, non sapevamo cosa fosse, raccontano».

L’incoscienza, quella che solo due bambine così piccole possono avere, e poi la fortuna. «Siamo state prese in simpatia dalla blockova, a capo della nostra baracca». Fu proprio lei ad avvertire le due sorelle di non fare un passo avanti quando avrebbero chiesto se volevano rivedere la mamma. E loro ubbidirono. Andò diversamente per il cuginetto Sergio De Simone, coetaneo di Tati. Lui la sua mamma voleva abbracciarla a tutti costi. Ad aspettarlo, invece, insieme ad altri 19 bambini, c’erano solo gli esperimenti del dottor Heissmeyer e poi, con gli americani già vicini ai cancelli, la morte. Sergio e le due cugine erano arrivati insieme ad Auschwitz, dopo essere stati denunciati mentre si trovavano nella loro casa di Fiume. Lì, Sergio e la mamma Gisella si erano trasferiti nell'agosto del 1943, per sfuggire ai sempre più frequenti bombardamenti su Napoli, la loro città. Non sapevano che solo un mese dopo, in settembre, la città sarebbe stata liberata e che la scelta di trasferirsi al nord, occupato dai tedeschi dopo l’Armistizio, si sarebbe rivelata una condanna a morte. Almeno per Sergio. Gisella, che sopravvisse ai patimenti di Auschwitz e alla lunga marcia della morte, tornò a casa ma non smise mai di cercarlo. «Da quando sono nato – racconta il fratello, Mario De Simone, nato dopo la guerra – mia madre mi ha sempre ripetuto che da un momento all’altro sarebbe suonato il campanello e che mio fratello sarebbe tornato. Abbiamo saputo la verità solo grazie alla tenacia di un giornalista tedesco, che portò a galla la vicenda nel 1978».

È anche per Sergio che le due sorelle Bucci continuano instancabilmente a raccontare la loro storia, che è fatta «soprattutto di flashback e di suoni». «Quando siamo tornate la prima volta ad Auschwitz non è stato come ce lo saremmo aspettate: era primavera, c’erano le farfalle e le margherite. È bastato però sentire il rumore dei treni della stazione vicino al nostro albergo per ripiombare nell’incubo», racconta Andra.

© CdT/Putzu
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«Quando siamo tornate la prima volta ad Auschwitz non è stato come ce lo saremmo aspettate: era primavera, c’erano le farfalle e le margherite. È bastato però sentire il rumore dei treni per ripiombare nell’incubo»

Un incubo da cui si sono salvate restando sempre insieme, unite. «Nel campo prima, e a Praga poi, non ci siamo mai lasciate. Solo una volta arrivate a Lingfield, quando ho sentito finalmente che saremmo state amate e capite ho capito che era il momento di lasciare la mano di Andra e riprendere in mano la mia vita», racconta la sorella maggiore. Un gesto, quest’ultimo, che Andra ha compreso – a accettato - solo molti anni dopo. «L’ho vissuto come un abbandono, ma non ne abbiamo mai parlato fino a 40 anni», spiega. Allo stesso modo, solo quando sono diventate madri, hanno capito davvero cosa doveva aver provato la loro mamma, molti anni prima. «Se siamo riuscite a sopravvivere lo dobbiamo anche alla forza di nostra madre: per tutto il tempo ci ha ripetuto chi eravamo e da dove venivamo. Sapeva che era l’unica speranza di non perderci. È venuta da noi ogni volta che poteva, ma noi la respingevamo. Ci rifiutavamo di toccarla. Quella che vedevamo arrivare nella baracca, vestita di stracci e rasata, non era più la nostra mamma, bella ed elegante. La rifiutavamo, esattamente come successe anni dopo, quando l’abbiamo rivista alla stazione Tiburtina di Roma. Non volevamo separarci dall’assistente sociale che ci aveva accompagnato dall’Inghilterra. Abbiamo pianto, anziché abbracciarla”, racconta visibilmente commossa Tatiana. Con la madre non hanno mai parlato di quanto accaduto ad Auschwitz. Semplicemente, «lei ha rispettato il nostro silenzio e noi il suo».

«Era appena finita la guerra, non c’era cibo e serviva ricostruire il Paese. Nessuno aveva voglia di ascoltarci. Nostra madre provò una volta a raccontare la sua esperienza a un’amica: “Ma va là, cosa dici”, le fu risposto»

Ai ragazzi, che domandano se i compagni di scuola o gli amici abbiano mai chiesto spiegazioni del tatuaggio sul braccio, le sorelle Bucci spiegano: «Erano altri tempi. Era appena finita la guerra, non c’era cibo e serviva ricostruire il Paese. Nessuno aveva voglia di ascoltarci. Nostra madre provò una volta a raccontare la sua esperienza a un’amica e lei si rifiutò di crederle. “Ma va là, cosa dici”, le fu risposto». «Capitava anche che sul tram, quando d’estate lasciavamo le braccia scoperte, qualche ragazzo chiedesse se ci fossimo scritte il numero di telefono», raccontano. Ci sono voluti 50 anni per raccontare cosa è stato per loro Auschwitz, «ma ora sentiamo che non possiamo fermarci. Gli uomini hanno la memoria corta».

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