Reti sociali come «altare in memoriam»

La tecnologia

Con la scomparsa del sindaco di Lugano, Marco Borradori, il profilo Instagram che gestiva diventa una sorta di testamento — Uno spazio ricco di pensieri poetici al di là del ruolo istituzionale. Ma come si comportano le piattaforme alla morte di un loro utente? L’esperto Alessandro Trivilini spiega cosa succede

Reti sociali come «altare in memoriam»
Vita pubblica, vita privata e vita «segreta»: ogni utente è profilato dalle piattaforme e ai loro occhi è trasparente

Reti sociali come «altare in memoriam»

Vita pubblica, vita privata e vita «segreta»: ogni utente è profilato dalle piattaforme e ai loro occhi è trasparente

Il profilo Instagram di Marco Borradori – sindaco di Lugano scomparso recentemente e di cui ieri, martedì, si sono svolti i funerali – «è molto di più di un semplice profilo Instagram», ha ricordato il cugino, Luca Borradori, durante il discorso alla cerimonia pubblica per l’ultimo saluto allo stadio Cornaredo, di fronte a 3.500 partecipanti. «È un diario personale, una specie di testamento spirituale. Anzi, vi consiglio di guardarlo e di leggere quanto scriveva. Di apprezzare le parole, spesso scritte in momenti di solitudine». In effetti scorrendo la bacheca spuntano citazioni, foto di tramonti, scene rassicuranti ma anche commenti sui fatti di cronaca. «L’importante è guardare sempre avanti, con fiducia e ottimismo», «La pioggia trasmette emozioni a certuni, mentre altri si bagnano solamente». «Basta un po’ di vento e tutto cambia». Uno spazio ricco di pensieri poetici al di là del ruolo istituzionale. Una sorta di «altare in memoriam» destinato a restare «congelato» sull’ultimo scatto pubblicato, ovvero una panoramica del lago dal sentiero di Gandria accompagnata da una frase di Mario Rigoni Stern: «Basta una passeggiata nella natura, fermarsi un momento ad ascoltare, spogliarsi del superfluo per comprendere che non occorre poi molto per vivere bene». Ma dal punto di vista meramente aziendale, una grande piattaforma come Facebook (proprietaria di Instagram) cosa fa di fronte alla morte di un utente? Alessandro Trivilini, docente-ricercatore al Dipartimento tecnologie innovative della Supsi, evidenzia come, in tempi recenti, i giganti di internet hanno cominciato a porsi il problema «soprattutto a causa della diffusione della pandemia da coronavirus» (guarda il video con l’intervista). «Il tema è caldissimo. I dati personali di qualcuno che non c’è più sono ancora più personali. Perché coinvolgono coloro che non hanno più la possibilità di gestirli in autonomia».

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Guarda il video — La testimonianza di Luca Borradori, cugino di Marco, e l’intervista a Alessandro Trivilini, docente-ricercatore al Dipartimento tecnologie innovative della Supsi

Instagram ha messo a punto un formulario da compilare allegando anche una prova del decesso affinché poi questo profilo possa essere identificato tramite un’etichetta «in memoria di». «Tutto questo, ovviamente, senza violare la privatezza della persona proprietaria di quella pagina», dice Trivilini, specificando che «chi lo compila non diventa gestore post-mortem della pagina di chi è venuto a mancare, non potrà fare quello che vuole. Come non potrà nemmeno, ad esempio, andare a leggere i messaggi personali che la persona defunta potrebbe ricevere all’interno dell’area di messaggistica istantanea».

Una strada simile era stata già percorsa da Facebook, quando qualche anno fa aveva introdotto la possibilità di identificare un «erede»: una persona tra i propri «amici», secondo il concetto di Facebook, che può fare anche una richiesta per disattivare e cancellare i dati. Pure in questo caso, rispettando la sfera privata del defunto. «Il coronavirus ha dato un’accelerata allo sviluppo di queste opzioni, nel pieno rispetto dei parenti, degli amici e di tutte le persone che, come nel caso specifico di Borradori, sono vicine a un personaggio pubblico con molta visibilità», commenta l’esperto.

Il problema del decesso degli utenti, agli albori di queste piattaforme, non era nemmeno contemplato. Ma oggi ha acquistato una rilevanza di primo piano

Certo è che il problema del decesso degli utenti, agli albori di queste piattaforme, non era nemmeno contemplato. «Ci sono tre fasi che accomunano lo sviluppo di tutte le reti sociali – dice Trivilini –. La prima è convincere le persone ad accedere al loro mondo, cosa che è successa negli ultimi vent’anni. Poi bisogna mantenere gli utenti nell’ecosistema. La terza fase, infine, consiste nell’andare oltre, un aspetto che al momento ha acquistato una rilevanza di primo piano perché è anche nel loro interesse: così facendo evitano di arrestare la raccolta di dati, il vero cuore della loro attività».

Trivilini spiega poi l’importanza di seguire le procedure e di utilizzare gli strumenti corretti previsti dai giganti della rete: «Sanno quel che fanno, hanno dipartimenti con tanto di giuristi e avvocati, ci mancherebbe. Sono aziende molto strutturate, non sono degli sprovveduti. Tant’è vero che se una loro procedura non fosse in regola, rischierebbero di trovarsi nell’occhio del ciclone, attirando critiche e attacchi dalle autorità delle varie nazioni». Tutto in regola, quindi. A patto di trovarsi effettivamente sulla pagina della piattaforma corretta «e non su un’imitazione della pagina caricata tramite un sito fittizio e fraudolento». La truffa, in effetti, è in agguato in qualsiasi momento: «Quando la notizia della morte di un personaggio pubblico molto esposto e molto attivo inizia a girare, c’è una certa criminalità subdola, sporca e un po’ maledetta che ne approfitta avvicinando i parenti attraverso le reti sociali e cercando di far leva sulle emozioni. Questi protocolli permettono anche di evitare situazioni del genere e tutelano la dignità delle persone coinvolte».

Borradori usava lo strumento per raccogliere quei frammenti di una città di cui lui era ‘padre’ per condividerla con chi aveva un terreno comune

L’esperto di informatica e tecnologia conosce bene il profilo di Marco Borradori e lo considera come una sorta di emblema del «terreno comune» tra il personaggio pubblico e la comunità a cui si rivolge: «Usava lo strumento per raccogliere quei frammenti di una città di cui lui era ‘padre’ per condividerla con chi aveva un terreno comune. Non è l’uso dello strumento fine a sé stesso. Ne viene fuori un sistema di valori e una credibilità del suo atteggiamento. Un anello di congiunzione tra la sua vita ‘offline’, tra le sue attività ordinarie nella veste di sindaco, e una dimensione più personale, più intima. Il valore aggiunto sta proprio nell’esprimere quel lato più creativo, più sensibile che non era possibile mostrare nel ruolo di sindaco». Le due cose non sono una l’esclusione dell’altra, ma si completano. Di Borradori, colpiva «L’onestà intellettuale nell’impiego della piattaforma di fronte agli utenti. Non la ricerca del like o del consenso a tutti i costi, ma nell’ottica di valorizzare ciò che si rappresenta».

È da vent’anni che gli algoritmi classificano gli esseri umani. Ormai, oggi, riescono a leggere la vita pubblica, privata e segreta di qualsiasi persona

Trivilini sottolinea anche come lo sviluppo delle reti sociali si basi soprattutto su un approccio antropologico, relegando la tecnica in secondo piano. In particolare, il principio cardine è l’osservazione del comportamento degli utenti. L’algoritmo crea comunità di profili affini affinché essi possano essere stimolati continuamente. «Facebook, per esempio, descrive un profilo con oltre 270 parametri. Dai viaggi al lavoro, dalla religione alla «vita segreta». L’umanità ha superato i vent’anni di utilizzo di queste piattaforme. L’intelligenza artificiale che le regola ha studiato gli esseri umani in modo dettagliato e approfondito. «Non abbiamo scampo, non ci sono più segreti. I tre aspetti della nostra vita, vale a dire quello pubblico, privato e segreto, se non direttamente dal nostro profilo personale, ma da quello di qualcuno simile a noi, sono rivelati integralmente agli algoritmi», conclude l’esperto.

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