L’altro fronte caldo della sanità

Coronavirus

Insieme alle strutture ospedaliere anche i medici di famiglia sono in prima linea nella quotidiana lotta all’epidemia - Vincenzo Liguori: «La nostra categoria è molto sollecitata, ma se crolla la medicina di prossimità, crolla tutto il sistema»

L’altro fronte caldo della sanità

L’altro fronte caldo della sanità

Da ormai un mese le strutture ospedaliere del cantone sono sotto pressione e si sono man mano riorganizzate per affrontare l’emergenza coronavirus. Ma c’è anche un altro fronte caldo nella lotta quotidiana che tutto il settore sanitario sta affrontando, quello della medicina di famiglia, anch’essa sotto pressione e in prima linea per garantire le cure necessarie ai pazienti.

In prima linea
«Come giusto che sia, i medici di famiglia si trovano in prima linea nell’affrontare questa crisi», ci spiega Vincenzo Liguori, specialista in medicina interna generale e direttore medico del centro medico Lugano Care. «Anche perché - spiega Liguori - il nostro lavoro al fronte permette di evitare che i pronto soccorso degli ospedali si intasino di pazienti. Siamo i primi a ricevere le telefonate da parte delle persone preoccupate, a ricevere i pazienti in studio oppure a recarci direttamente al loro domicilio». Tante sentinelle attive sul territorio che, sottolinea il nostro interlocutore, «si sono già attivate da diverse settimane: ad esempio con l’Ordine dei medici abbiamo organizzato una rete potenziata del picchetto medico, implementando un secondo picchetto e rinforzando la guardia medica». Le telefonate che giungono ai medici di famiglia in questi giorni sono infatti aumentate parecchio: «Indicativamente ogni medico riceve una cinquantina di telefonate ogni giorno. Prima dell’emergenza erano quattro o cinque». In questo senso, evidenzia Liguori, «va anche considerato il fattore ansia nella popolazione. C’è parecchia preoccupazione, e ad ogni telefonata cerchiamo di spiegare a fondo la situazione al paziente o di rassicurarlo. Non si tratta certo di telefonate che si possono liquidare in trenta secondi. A volte chiedono anche solo come comportarsi perché un loro familiare o amico è recentemente rientrato da una determinata zona a rischio. Altre volte, invece, poi andiamo a domicilio a fare il test e risultano positivi». Un’ansia che però, in alcuni casi, risulta essere giustificata: «Diversi pazienti che non ci aspettavamo di trovare positivi, magari con sintomi lievi, sono poi risultati infetti». C’è da considerare, spiega il medico, «che il picco della normale influenza stagionale è passato, e quindi ogni paziente con sintomi influenzali deve essere considerato come un potenziale infetto da COVID-19. Poi magari i sintomi possono risultare molto lievi, ma intanto quella persona deve essere isolata. Capitano, ad esempio, casi di giovani con due linee di febbre e un po’ di tosse, che però sono anche quelli più pericolosi perché possono andare in giro inconsapevoli e diffondere il virus».

Il rischio
Ma oltre alle numerose telefonate, sono anche numerosi i pazienti che si recano lo stesso allo studio medico e poi risultano positivi al virus. «Rischiamo molto entrando a contatto con i pazienti. Diversi colleghi sono già stati contagiati e un collega psichiatra e medico di base ha perso la vita, probabilmente contraendo il virus da un paziente. Certo, noi prendiamo tutte le precauzioni possibili, ma la sicurezza al cento per cento non esiste». A questo proposito, Liguori spiega che anche in Ticino all’inizio i fornitori degli studi medici non avevano più materiale: «A un certo punto mancavano mascherine e camici. Poi con l’Ordine dei medici ci siamo attivati per garantirci il materiale necessario e abbiamo comprato mascherine e camici da distribuire a tutti». Un rischio, quello del contagio, che non riguarda solo i medici. Liguori tiene infatti a sottolineare l’importante lavoro svolto dalle assistenti di studio medico: «Fanno un lavoro dietro le quinte encomiabile e anche loro rischiano molto. Non è facile per loro perché spesso si tratta di mamme che si trovano in situazioni familiari complesse da gestire, specialmente dopo la chiusura delle scuole e con i figli a casa».

Le preoccupazioni legate a un possibile contagio hanno anche un altro risvolto, quello economico, che oggi è sicuramente meno importante della salute, ma comunque fa riflettere gli studi medici privati: «Come indipendenti da questo punto di vista non abbiamo nessuna protezione. Se il medico si ammala, lo studio deve chiudere, ma allo stesso tempo gli stipendi del personale vanno garantiti. Certo, oggi concentriamo i nostri sforzi unicamente sulla salute dei pazienti. Però per il futuro qualche piccola preoccupazione c’è perché siamo liberi professionisti e dobbiamo far quadrare i conti. E se si blocca il sistema della medicina di prossimità, si blocca tutto il sistema sanitario».

A questo proposito Liguori evidenzia il caso italiano: «Il Veneto, malgrado sia anch’essa una zona rossa, ha molte meno ospedalizzazioni rispetto alla Lombardia. E questo perché la sua rete di medici di famiglia è molto ben sviluppata. In Lombardia, invece, i ricoveri sono molti di più, e ciò ha mandato in crisi il sistema sanitario».

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