L’arancione rafforzato di Como allarma il Canton Ticino

Pandemia

Nella provincia lariana sono stati registrati 282 casi ogni 100 mila residenti - Da oggi chiuse le scuole di ogni ordine e grado, con la sola eccezione degli asili nido - L’allarme del medico cantonale: «I contagi sul nostro territorio non stanno scendendo»

 L’arancione rafforzato di Como allarma il Canton Ticino
Le immagini di strade e piazze affollate, nelle città lombarde, potrebbero scomparire per molte settimane: la regione è tutta in zona arancione. ©EPA / Matteo Corner

L’arancione rafforzato di Como allarma il Canton Ticino

Le immagini di strade e piazze affollate, nelle città lombarde, potrebbero scomparire per molte settimane: la regione è tutta in zona arancione. ©EPA / Matteo Corner

La lunga teoria dei colori che si è alternata, oltrefrontiera, per segnalare la pericolosità della diffusione del coronavirus è ferma, da oggi, all’arancione «rafforzato». Escamotage cromatico utile soprattutto per rimanere un gradino sotto il rosso -notoriamente associato al pericolo estremo - ma affatto rassicurante.

La decisione della Lombardia sulla provincia di Como, ufficializzata lunedì dal presidente Attilio Fontana, è giunta dopo un’attenta analisi dei dati e la conferma della crescita esponenziale dei nuovi contagi. È stata la stessa Agenzia Territoriale della Salute (ATS Insubria) a segnalare alla Regione il picco di 282 positivi ogni 100 mila abitanti registrato sul Lario. Il superamento, sul territorio comasco, della soglia limite di 250 contagi ogni 100 mila abitanti ha obbligato la Regione a intervenire con misure aggiuntive di prevenzione e di contrasto al virus e a istituire, come detto, la zona arancione rafforzata nell’intera provincia.

Sul piano pratico, le limitazioni si fanno più forti. I comaschi non potranno recarsi nelle seconde case, nemmeno se ubicate nella stessa provincia. Chiudono le sedi universitarie, il Conservatorio e ogni altro centro di formazione. Si va avanti con la sola didattica a distanza anche in tutte gli altri ordini e gradi scolastici, con l’unica eccezione degli asili nido. Un lockdown dell’istruzione che ha causato la furibonda protesta delle famgilie. Sono infatti moltissimi i genitori che, dovendo andare al lavoro non sanno a chi lasciare i figli. Da ieri mattina, i centralini dei sindacati sono stati presi d’assalto: decine le telefonate con richieste d’aiuto. «In alcuni casi il problema riguarda bambini molto piccoli - ha detto il segretario generale della Camera del Lavoro lariana Umberto Colombo - I genitori chiamano per capire se esiste una soluzione, ma i congedi decisi nei precedenti decreti sono scaduti. Servono nuovi permessi straordinari che consentano alle mamme e ai papà lavoratori di accudire i propri figli senza essere obbligati a prendere giorni di ferie. Speriamo che le istituzioni e le associazioni di categoria presentino la stessa richiesta al governo, poiché si tratta di una vera e propria necessità».

Controlli alle frontiere

La zona arancione rafforzata cambia qualcosa anche nei controlli alle frontiere tra il Ticino e la provincia di Como.

Le forze dell’ordine hanno ricevuto disposizioni per incrementare il pattugliamento del territorio nelle ore serali e notturne. Il cosiddetto «retrovalico» sarà quindi sorvegliato in modo più assiduo.

Una maggiore presenza di polizia, carabinieri e guardia di finanza è stata in realtà notata già lo scorso fine settimana; adesso, questa intensificazione dei controlli potrebbe diventare sistematica, almeno nelle prossime due settimane. Va ricordato che in zona arancione vige il divieto di spostamento dalle 22 alle 5 del giorno successivo.

Per chi dal Ticino si reca in Italia le regole non cambiano. Rimane obbligatorio il tampone negativo nelle 24 ore precedenti l’espatrio, a meno di non poter dimostrare ragioni di forza maggiore (lavoro, sanità, esigenze eccezionali).

I dati ticinesi

Mentre il territorio comasco è alle prese con un pesante ritorno della pandemia, il Ticino osserva con preoccupazione i propri numeri.

La situazione, nel nostro Cantone, è sicuramente meno difficile ma nulla permette di abbassare la guardia. Lo ha ripetuto in modo chiaro ieri mattina il medico cantonale, Giorgio Merlani, ai microfoni di «Modem».

«L’indice Rt attuale è attorno a 1,05. Poiché ormai tutti sono diventati esperti, si sa che un tasso di replicazione del virus superiore a 1 equivale a una fase di crescita dell’epidemia». Osservando i numeri «da una settimana all’altra - ha detto ancora Merlani - non trarrei eccessive conclusioni, ma è vero che i contagi non stanno scendendo; c’è stato un aumento dei casi ed è per questo che teniamo i numeri sotto stretta sorveglianza; non è detto che anche noi subiremo per forza una terza ondata. Ma vedendo ciò che succede nei vari Paesi attorno e constatando il fatto che vogliamo anche noi a tutti i costi riaprire, il rischio di ritrovarsi con un aumento dei casi è concreto e reale».

Merlani ha poi aggiunto che anche in Ticino la diffusione della variante inglese del virus è ampia, attorno «al 60-70% dei casi testati».

Gobbi: «Più verifiche»

Intanto ieri sera, intervistato da Ticinonews, il presidente del Consiglio di Stato Norban Gobbi è tornato a invocare più controlli da parte delle guardie di confine. «Abbiamo chiesto più volte a Berna di verificare i movimenti, con l’obiettivo di limitare i contagi; nonostante le limitazioni, da ambo le parti la mobilità frontaliera resta elevata. Chiediamo di fare attenzione in una situazione ancora fragile».

«Se guardiamo a Nord - ha aggiunto Gobbi - vediamo che la Germania ha iniziato a chiedere controlli anche con la Francia, soprattutto per i lavoratori frontalieri cui si chiedono ora più tamponi>.

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