L’estremismo dietro le sbarre

TICINO

Ecco come fanno gli agenti di custodia a prevenire la radicalizzazione dei detenuti - Il direttore delle carceri Laffranchini: «È un fenomeno sotto controllo, ma restiamo vigili»

L’estremismo dietro le sbarre
© CdT/Archivio

L’estremismo dietro le sbarre

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«Siamo in un periodo di bel tempo, ma ci stiamo preparando al giorno in cui inizierà a piovere». Usa una metafora legata al meteo Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi, per raccontare il fenomeno della radicalizzazione. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, l’estremismo islamico è un problema sempre più diffuso in Europa. E non è escluso che possa un giorno interessare anche la Svizzera. Da qui è nata l’esigenza, quattro anni fa, di introdurre un corso pensato per le guardie carcerarie, in modo da fornire agli agenti gli strumenti per riconoscere tempestivamente i segnali di radicalizzazione tra i detenuti. «Il progetto è nato sulla scorta dei fatti di Parigi, Nizza e Barcellona. Il fenomeno è particolarmente avvertito nelle carceri italiane e francesi. Più in generale, negli anni ci si è accorti che il carcere può essere un luogo favorevole alla radicalizzazione», spiega Laffanchini. «In Ticino, così come in Svizzera, non abbiamo finora notato alcun segnale preoccupante. Sintomo che anche sul nostro territorio si tratta di un fenomeno tenuto sotto controllo. Tuttavia, questo non significa che non ci toccherà mai», prosegue. Meglio dunque prepararsi. E il progetto ticinese intende agire alla radice, cogliendo tempestivamente i segnali preoccupanti e arginandoli.

Il carcere può essere un luogo favorevole alla radicalizzazione

Uno strumento in più
«Non è un unicum, anche il Centro svizzero di formazione del personale penitenziario si è interessato al tema e sta proponendo diversi corsi che affrontano la questione». Il Ticino ha però preferito affidarsi alla collaborazione con un’università radicata sul territorio, collaborando con la facoltà di Teologia dell’Università della Svizzera italiana. I corsi, della durata di una giornata, si svolgono nelle strutture carcerarie. «Agli agenti vengono spiegate le peculiarità dell’islam come cultura e come religione. In più, vengono illustrate anche le esigenze spirituali dei musulmani praticanti. A questo si aggiunge tutto il lato della prevenzione: vengono cioè forniti alcuni strumenti per poter cogliere in maniera tempestiva eventuali segnali di radicalizzazione», racconta Laffranchini. «All’interno del carcere ci siamo inoltre strutturati in una rete di osservazione per cui tutte le persone a contatto con il detenuto hanno un ruolo preciso di segnalazione, volto a combattere l’insorgere del fenomeno». Detto altrimenti, chiunque nota qualcosa di strano segnala il comportamento sospetto, partendo proprio dagli insegnamenti acquisiti durante il corso. Una proposta che ha immediatamente incassato il sostegno delle guardie carcerarie, conferma il direttore: «In generale, gli agenti accolgono sempre positivamente tutti quegli aggiornamenti che consentano loro di gestire al meglio i detenuti, indipendentemente dal fattore religioso. Ogni lezione legata alla diversità – di qualsiasi natura essa sia – è di solito benvenuta, perché consente di avere mezzi aggiuntivi per meglio approcciarsi ai detenuti».

Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi. © CdT/Archivio
Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi. © CdT/Archivio

I segnali d’allerta
Il corso, attivo da quattro anni, si è progressivamente strutturato, permettendo al carcere di dotarsi di procedure via via più efficaci nel riconoscere eventuali segnali di radicalizzazione. Tutto parte da un comportamento insolito notato da una guardia. «Da lì – spiega il nostro interlocutore - vengono poi coinvolti tutti gli attori per capire se la sensazione è condivisa. Fondamentale è anche l’intervento del servizio medico psichiatrico, per capire cioè se un comportamento possa sfociare in estremismo». Laddove vi sono indicazioni tangibili, scattano le misure specifiche: a dipendenza del «rischio di contagio», il detenuto viene messo in isolamento, oppure gli viene permesso il contatto «solo con quella parte di popolazione carceraria più refrattaria a qualsiasi fenomeno di radicalizzazione». Negli ultimi quattro anni, Laffranchini riferisce di un unico caso sospetto: «Si trattava di un detenuto che si è progressivamente isolato. Poi, con i colloqui e monitorando la situazione, abbiamo capito che si trattava di un falso allarme». In carcere, la radicalizzazione è però solo uno degli aspetti che devono essere monitorati. «Per noi è prioritario arginare anche la creazione di bande e lottare contro la prevaricazione. Il carcere deve garantire un ambiente idoneo alla risocializzazione. Tutto quello che va contro questo obiettivo, deve essere osteggiato», evidenzia.

La libertà di culto viene garantita, a patto che non si infranga il regolamento

Le cifre
In Ticino, i detenuti musulmani sono 87, il 30% del totale. Di questi, una quarantina sono praticanti. A loro, spiega il direttore delle strutture carcerarie, «viene garantita tutta la libertà che desiderano, a patto che ciò non influenzi le attività all’ordine del giorno». Questo perché «rientra fra i compiti del reinserimento far capire che è possibile praticare il culto, a patto che questo non contraddica le regole della società e non infranga il regolamento». Nessun problema, dunque, se durante il periodo del Ramadan il detenuto mangia solo dopo il tramonto, l’importante è che si presenti puntualmente al lavoro il giorno dopo. Saltuariamente, soprattutto in occasione delle due festività principali islamiche, a varcare le porte del carcere è un imam che officia le due celebrazioni. «Si tratta - spiega Laffranchini – di una persona di fiducia, a cui i detenuti possono sempre rivolgersi. Proprio in virtù di questa fiducia, non esiste alcun obbligo per l’imam di tenere il sermone in italiano. Come non mi metterei mai ad ascoltare quanto un cattolico dice al prete, così non mi sogno di chiedere a un agente di presenziare alla funzione di un imam per controllare cosa viene detto. Significherebbe non garantire davvero la libertà di culto e andrebbe a vanificare quel rapporto di fiducia che si crea tra i detenuti e l’imam, ma anche tra lui e noi».

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