Mendrisiotto

«La guerra rese più permeabile il confine»

Come è cambiata la regione più a sud del Ticino dopo il secondo conflitto mondiale, esploso 80 anni fa?

«La guerra rese più permeabile il confine»
Un posto guardie al valico di Stabio-Gaggiolo dopo l’8 settembre 1943, sostenuto da un rinforzo federale.

«La guerra rese più permeabile il confine»

Un posto guardie al valico di Stabio-Gaggiolo dopo l’8 settembre 1943, sostenuto da un rinforzo federale.

«La guerra rese più permeabile il confine»
Lo storico Marino Viganò.

«La guerra rese più permeabile il confine»

Lo storico Marino Viganò.

Fotografie in bianco e nero, documenti ingialliti, cartine fuori dal tempo. La Seconda guerra mondiale sembra riguardare un passato che non ci appartiene più. Ma è davvero così? Nient’affatto. Non foss’altro che per ragioni temporali: quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario dallo scoppio del conflitto. Come hanno trasformato il Mendrisiotto quegli anni? In che modo una regione – e una nazione – ha affrontato sanguinosi contrasti determinati da potenze ad essa estranee? Ne parliamo con lo storico Marino Viganò.

Qual è la situazione alla frontiera sud della Confederazione svizzera prima e dopo lo scoppio del conflitto?

«Coincide in parte con la frontiera del Canton Ticino, incuneato fra Piemonte e Lombardia e con l’estremità nel Mendrisiotto. Confine di fatto inesistente, pure dopo l’assorbimento dell’area da parte dei XII Cantoni sovrani nel 1521, poiché allora si hanno non confini ma giurisdizioni; e il territorio – collinare, irregolare e privo di riferimenti netti – in sostanza resta ambiguamente indefinito anche dopo il trattato di Varese di delimitazione del 1752. Per «vedere» la linea divisoria bisogna attendere la posa, dal 1894, iniziando tra Bizzarone e Rodero, della «ramina», rete ideata da Luca Bongiovanni (Bagnasco 1874 - Como 1966), ingegnere, sottufficiale della Guardia di Finanza. Non differente la situazione, comunque, in seguito, allorché il tradizionale andirivieni dei contrabbandieri annulla di fatto la pretesa separazione tra i due stati: la Seconda guerra mondiale non solo non attenua, ma accentua tale permeabilità della regione».

Come cambiano le cose con la resa dell’Italia annunciata l’8 settembre 1943?

«Non cambiano dal profilo fattuale, perché i passaggi seguitano tali e quali, solo con rischi maggiori in quanto, per la prima e ultima volta nella storia, il confine non è più riservato a duplice controllo svizzero-italiano. Dal 17 settembre 1943 difatti il Reich, insediato da una settimana nell’Italia centro-settentrionale, piazza la propria Zollgrenzschutz sull’intera fascia da Tarvisio a Ventimiglia, con Grenzbefehlstelle a Cernobbio. Duplicato così il controllo sul lato italiano da una potenza straniera (!), tanto non si risolve nulla che Mussolini decreta il 24 maggio 1944 una «zona chiusa» alla frontiera, completamente spopolata e con comandi installati fra Drezzo e Ronago, Bizzarone, Gaggiolo, Saltrio, Porto Ceresio, Ponte Tresa, Luino, Dumenza, Lozzo e Pino».

Quali i timori della Svizzera dal profilo militare? Si teme l’invasione di truppe del regno d’Italia?

«Sin dalla fine del Risorgimento, una corrente minoritaria ma aggressiva propugna in Italia l’annessione di terre «irredente» – Savoia, Alpi Marittime, Nizza, Corsica, alpe di Arbola, val Bregaglia, val Poschiavo, Trentino-Alto Adige, Trieste, e soprattutto Cantone Ticino – e, naturalmente, al rinfocolarsi di queste pretese durante il regime fascista, specie dal 1931, l’apprensione in Svizzera si fa viva. Frontiere «stabili» vengono scardinate una dopo l’altra: il Terzo Reich annette l’Austria (11 marzo 1938), i Sudeti (10 ottobre 1938), la Boemia e la Moravia (15 marzo 1939); l’Ungheria sottrae alla Slovacchia la Rutenia subcarpatica (2 novembre 1938) e alla Romania la Transilvania del nord (30 agosto 1940); l’Italia si piglia l’Albania (7 aprile 1939). E ciò ancora senza guerre, ma per trattati. Evidente il pericolo di dislocazioni ancora più radicali durante il conflitto, quando son «fatti fuori» Polonia, Stati baltici, Norvegia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia soltanto fra il 1939 e il 1940, non contando tutto il resto dal 1941.

I piani tattici italiani nel giugno 1940, affatto ignoti nelle linee generali allo stato maggiore elvetico, prevedono in caso d’attacco iniziale tedesco, di «tagliare le comunicazioni» con il San Gottardo e il San Bernardino e «occupare il centro vitale di Bellinzona». La divisione «Tridentina» ha obiettivi Airolo e il San Gottardo attraverso la val Formazza, il passo San Giacomo e la Val Bedretto; la «Trieste» deve scendere su Locarno, Valle Maggia, Bellinzona, Gottardo da Santa Maria Maggiore e Cannobio; l’«Ariete» prendere Lugano, Bellinzona e il Lucomagno via Mendrisiotto; la «Marche» puntare a Roveredo via Gravedona e San Jorio e la «Puglie» allo Spluga».

Come percepisce la popolazione le misure decise a Berna?

«Che dire? Non si hanno elementi «statistici» affidabili, ma dati disaggregati e convogliati da mezzi di comunicazione soggetti anche in Svizzera, dal 1939, a censura, o memorie sparse difficili da ricomporre. Le «sensazioni» non si possono misurare, i ricordi del dopoguerra risentono del clima. Al più si può constatare che la nazione si è affidata fiduciosa a quanto le autorità federali disponevano».

Quale d’altro canto l’atteggiamento concreto nei confronti di singoli e gruppi che chiedevano rifugio in Svizzera?

«Qui documenti e testimonianze sono univoci, e risalgono già ai diciotto mesi drammatici dal settembre 1943 all’aprile 1945. In generale singoli e comunità si dimostrano ricettivi, e persino le autorità cantonali si fanno interpreti di una maggiore larghezza rispetto a Berna. Non si spiegherebbe altrimenti perché, specialmente dal Mendrisiotto, in poche settimane dal settembre al dicembre 1943 riescano a filtrare oltre 20.000 militari e circa 10.000 civili, seguiti da altre centinaia nei mesi successivi, con punte soprattutto nell’estate 1944, e con respingimenti da imputare perlopiù alle truppe confederate di rinforzo al Corpo guardie di frontiera del IV Circondario».

Cosa accade a fine guerra, ad esempio nel caso del colonnello Mario Martinoni?

«Nulla di particolare, un fine guerra meno orrendo di quello in Lituania o in Pomerania. Le truppe tedesche tagliate fuori da una ritirata sul Brennero, imbottigliate dall’avanzata degli anglo-americani, s’ammassano il 27 aprile 1945 a Chiasso tentando l’espatrio per traversar la Svizzera verso l’Austria. Il colonnello Mario Martinoni, al comando di un reggimento di 3.000 soldati di copertura frontiera tra Mendrisiotto e Luganese, si adopera a disinnescare la minaccia dei tedeschi di sconfinare in armi, nelle circostanze è probabile più conclamata che effettiva, date le inevitabili ritorsioni: il 28 aprile così si allontana, e raggiunge le forze statunitensi a Como, sollecitando assistenza per convincerli al disarmo. Il gesto si presta a censure, non potendo un ufficiale svizzero in uniforme, armato, recarsi in territorio estero abbandonando il posto. Nel divario tra l’impressione sua, comprensibile, di dover agire in stato di necessità, e gli ordini ricevuti, si ritrova esautorato. Per il resto, frontiera sigillata: tutti coloro che provano a infiltrarsi nel Mendrisiotto – nazisti, fascisti e collaborazionisti francesi, belgi, persino indiani – vengono intercettati e sistematicamente espulsi. Per loro, ovviamente, un asilo è escluso».

Nel 1944 nell’intero cantone si contavano 105 posti.
Nel 1944 nell’intero cantone si contavano 105 posti.
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