La progettazione sostenibile, ovvero: evitare il superfluo

I 25 anni dell’USI

L’architetto e professore Muck Petzet: «Dobbiamo ridurre gli standard molto alti di spazio vitale e di mobilità a cui siamo abituati»

La progettazione sostenibile, ovvero: evitare il superfluo
© CdT/Gabriele Putzu

La progettazione sostenibile, ovvero: evitare il superfluo

© CdT/Gabriele Putzu

Il fenomeno dell’urbanizzazione è forse uno dei più spettacolari tra quelli avvenuti sulla Terra negli ultimi cento anni. Oggi più della metà della popolazione globale vive in città o in un agglomerato urbano, con stime fino al 70% entro il 2050. Questo sviluppo porta con sé molte opportunità in termini socio-economici, ma anche importanti sfide, specie sul piano dell’impronta ecologica e della qualità di vita delle persone. Si pensi alle questioni del traffico e dell’inquinamento, dell’iper-sfruttamento degli spazi, dello smaltimento di rifiuti, e di molto altro ancora. Ma come si può “correggere il tiro” dopo decenni di urbanizzazione sfrenata e, soprattutto nei Paesi di più recente industrializzazione, mal pianificata?

Agire responsabilmente

In questa puntata della serie di contributi con l’Università della Svizzera italiana dedicati al tema degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU affrontiamo l’Obiettivo numero 11, che si prefigge di «Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili», e lo facciamo interpellando chi, fra altri, è chiamato a pensare e sviluppare soluzioni per costruire e urbanizzare in modo più sostenibile: l’architetto. Sempre di più, infatti, gli architetti devono affrontare in modo diverso il tema del costruire, ma che cos’è e come funziona esattamente la “progettazione sostenibile”? Lo chiediamo a Muck Petzet, architetto, curatore e dal 2014 professore di Design sostenibile all’Accademia di architettura dell’USI. «Sebbene sia profondamente radicata negli ideali umanistici dell’Accademia, la progettazione sostenibile è una disciplina giovane e piuttosto complessa. Significa agire responsabilmente come architetto in contesti relativi alla società, l’economia e l’ambiente. L’obiettivo è quello di avere un impatto socio-economico il più positivo possibile con il minor effetto negativo sull’ambiente. Lo si fa progettando solo ciò che è veramente necessario, evitando il superfluo e utilizzando ciò che già esiste, con uno sguardo sull’intero ciclo di vita di un’edificazione, dai materiali e i processi di costruzione al loro uso e possibile riutilizzo. Come architetti è fondamentale mettere in discussione i programmi e i compiti che ci vengono dati ed essere consapevoli delle conseguenze del nostro agire. Il settore dell’edilizia ha un impatto enorme sulla società e sull’economia, sulle emissioni di CO2 e sulla creazione di rifiuti».

Non bastano nuove tecnologie

Gli architetti e gli urbanisti di oggi sono chiamati a progettare città che inquinino meno, siano più vivibili e più rispettose dell’ambiente e del clima. Muck Petzet, sull’approccio a questa aspettativa, spiega: «Anche se serve uno sforzo importante per convertire le nostre infrastrutture energetiche e quelle per la mobilità, non credo che possiamo risolvere tutto solo con nuove tecnologie e più efficienza. Per ottenere un cambiamento sostanziale dobbiamo anche ridurre gli standard molto alti di spazio vitale e di mobilità a cui ci siamo abituati. Per creare città vivibili possiamo imparare molto guardando al passato. Non molto tempo fa, infatti, le “città pedonali” erano la norma. Nate per pura necessità, erano caratterizzate da una vivace e densa economia locale e offrivano forme miste di servizi. Come architetti, dobbiamo proporre narrazioni, immagini e tipologie che rendano attraente la creazione di comunità (auto-)sufficienti e condivise».

La gerarchia dei rifiuti

All’Accademia dell’USI, Petzet e colleghi hanno applicato strategie di Reduce/Reuse/Recycle, per esempio, in un recente progetto di diploma riguardante l’area di Chiasso-Ponte Chiasso. Di cosa si tratta? Le strategie potrebbero essere applicate altrove in Ticino? Risponde sempre il professore di Design sostenibile: «Le tre R, di Ridurre/Riutilizzare/Riciclare, sono la cosiddetta “gerarchia dei rifiuti”, un chiaro sistema di valori e istruzioni su come agire nella gestione dei rifiuti (che purtroppo ci manca nel settore dell’edilizia). Significa preferire l’opzione di evitare, prima di riutilizzare o riciclare, e quindi di sfruttare al massimo ciò che già esiste. Si tratta di un nuovo atteggiamento affermativo nei confronti del patrimonio edilizio esistente. Che piaccia o no, dobbiamo trattare con rispetto e responsabilità le preziose risorse sociali, storiche, energetiche e architettoniche incorporate negli edifici, nelle città e nelle infrastrutture esistenti. Per raggiungere questo obiettivo come architetti dobbiamo seguire la strategia RRR del minimo intervento. Come direttore dei diplomi dell’Accademia nel 2020, ho proposto questa strategia come fondamento stesso del lavoro degli oltre 140 studenti coinvolti nei progetti di diploma nell’area di confine di Chiasso e Ponte Chiasso. Un’area che è chiaramente determinata da un eccesso di offerta di infrastrutture, una sovrabbondanza che può essere resa nuovamente utile, riprogrammando, collegando, rafforzando e reindirizzando i flussi. Il sistema di valori RRR è generalmente applicabile - non solo in Ticino - ed è uno dei nostri strumenti più potenti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Il capitale territoriale

Progettare le città del futuro in modo più vivibile significa anche fare i conti con la sostenibilità economica, ma come?

Un sistema organizzato

Giriamo la domanda, centrale, direttamente all’economista Barbara Antonioli Mantegazzini, vicedirettrice dell’IRE e membro di un consorzio di progettazione per il futuro della Città di Lugano. «La sostenibilità economica è la base dello sviluppo sostenibile; riguarda la salvaguardia e la valorizzazione del capitale economico umano, sociale e naturale, sintetizzabili nel concetto di “capitale territoriale”. Si tratta di risorse materiali e immateriali, non facilmente riproducibili. Parliamo di infrastrutture, servizi, imprese, risorse naturali, patrimonio architettonico, relazioni sociali, saper-fare collettivo, coesione sociale, urbanità. Il territorio non dovrà essere un contenitore nel quale attori pubblici e privati operano come entità separate, bensì un sistema organizzato di imprese di produzione, servizi, amministrazioni, persone assumendo, in questo modo, una sua responsabilità di sviluppo».

Fare leva sui dati

La città del futuro non sarà solo più vivibile, ma anche più “intelligente”, grazie anche alla scienza dei dati. Un esempio? Pensiamo alle emergenze cardiovascolari, come l’arresto cardiaco o l’ictus cerebrale, e all’importanza di intervenire in tempi molto rapidi per salvare vite. L’USI, assieme a Cardiocentro Ticino, Fondazione Ticino Cuore e Federazione cantonale ticinese servizi ambulanze, sta lavorando su un progetto che, tramite lo sviluppo di nuovi modelli statistici e algoritmi che integrano diverse fonti di dati, mira a ridurre i tempi di intervento, individuando le aree urbane ad alto rischio di eventi cardiovascolari e prevedendo tempestivamente e con accuratezza le aree a rischio futuro più elevato, tenendo conto di caratteristiche demografiche, fattori socio-economici, climatici e ambientali. Come spiega la professoressa Antonietta Mira dell’Università della Svizzera italiana, «produrremo mappe di rischio cardiovascolare sul territorio ticinese, aggiornate settimanalmente, che saranno a disposizione degli operatori di pronto intervento».

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