«La realtà dei piccoli macelli ticinesi presenta pochi rischi»

Il caso

In Germania uno dei più importanti focolai del coronavirus è sorto in un mattatoio con quasi settemila lavoratori: dimensioni impensabili dalle nostre parti

«La realtà dei piccoli macelli ticinesi presenta pochi rischi»
© EPA/Friedemann Vogel

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«La realtà dei piccoli macelli ticinesi presenta pochi rischi»

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«Il problema dei macelli coinvolti dai recenti fatti di cronaca sanitaria è che sono strutture enormi, nelle quali vengono impiegati migliaia di collaboratori. Sono dimensioni impensabili per la nostra realtà, sia quella svizzera che, ancor più, quella ticinese - spiega Luca Bacciarini, veterinario cantonale -. Nel nostro macello più grande, quello di Cresciano, si arriva a lavorare in due o tre che si occupano della macellazione, più il veterinario che fa il controllo. Non si possono insomma fare paragoni». Una delle principali differenze tra le strutture svizzere e quelle più importanti estere, riguarda l’origine dei lavoratori, le loro condizioni di lavoro. «Altrove si punta su manodopera straniera, che lavora a stagione, a mesi, persone costrette a vivere in situazioni estreme, in camerate con più letti. E in quelle condizioni - dove è impossibile mantenere le distanze - il rischio di infezione va oltre l’orario di lavoro. Nei nostri macelli - oltre a quello di Cresciano, ce ne sono altri nove, uno dei quali macella solo animali propri -, oltre a esserci poco personale, parliamo di personale residente».

Detto questo, anche in un piccolo macello ticinese le dinamiche del lavoro impongono a volte delle difficoltà pratiche, nel rispettare le distanze. «È vero, in determinate fasi della macellazione è difficile rispettarle. E poi si lavora comunque a temperature molto basse, d’estate come d’inverno, in una piccola come in una grande struttura. L’aerosol si crea, è inevitabile. Sono fattori di rischio che non esistono in altre realtà lavorative». Proprio per questo, lo stesso Ufficio del veterinario cantonale si è mosso per tempo, emanando al più presto informazioni e direttive, rivolte sia ai responsabili dei macelli che ai veterinari. «Abbiamo imposto da subito l’uso della mascherina, nonostante le difficoltà del caso, sempre legate alla fisicità di certi passaggi della macellazione. In tutti i casi non abbiamo registrato casi positivi tra il personale dei macelli e tra i veterinari incaricati del controllo della carne. Non è che siamo stati i più bravi, è che le nostre realtà sono davvero piccole. Più il macello è grande poi, più entrano in gioco altre dinamiche, di turni, di ritmi da rispettare, di mense, di altri rischi quindi. In Svizzera alcuni macelli hanno delle mense, ma so che sono stati fatti salti mortali per garantire il distanziamento».

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