Più di 50 messaggi al giorno, minacce di morte comprese

Ascona

L’accusa chiede una pena di 20 anni per assassinio e l’espulsione del 57.enne macedone che colpì mortalmente la moglie sulle rampe di un autosilo - I retroscena e la sua difesa: «Volevo tornasse a vivere con me»

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La mattina del 23 giugno 2017 nell’autorimessa Muraccio di Ascona si consumò un dramma familiare. © Rescue Media

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La mattina del 23 giugno 2017 nell’autorimessa Muraccio di Ascona si consumò un dramma familiare. © Rescue Media

Non ci sono sconti per l’uxoricida di Ascona: per lui la procura chiede 20 anni di carcere e l’espulsione dalla Svizzera per altri 15. E si batte affinché la Corte gli riconosca il reato peggiore, quello di assassinio della moglie «perpetrato con movente, metodi e scopi particolarmente odiosi e perversi», ha sottolineato ieri in aula il procuratore pubblico Moreno Capella, che ha rilevato il caso dell’uxoricidio dalle mani di Antonio Perugini, primo detentore dell’inchiesta sul fatto di sangue che per dinamica e modalità ha scosso la comunità asconese e non solo. Il delitto della donna, allora 38.enne, fu una vera e propria esecuzione secondo la ricostruzione dell’accusa e le immagini della videosorveglianza dell’entrata dell’autosilo diffuse ieri in aula. Riprese che hanno creato tensione e grida di dolore tra i parenti della vittima che seguono il dibattimento. L’imputato, invece, pur alternando arroganza e commozione davanti alla Corte, solo dopo il filmato e interrogato dal giudice ha ammesso un certo pentimento: «Non avrei dovuto farlo, avrei dovuto lasciarla andare», ha detto.

Agguato ed esecuzione

Lui oggi 57.enne, attorno alle 9 del mattino del 23 giugno del 2017 attese la donna alla fermata del bus, cercò di parlarle, invitandola per l’ennesima volta a tornare a casa, ma al suo rifiuto la inseguì e poi la spinse abbrancandola per il collo verso la rampa dell’autosilo, prese e armò la pistola che custodiva dietro la schiena e sparò tutti i colpi del caricatore, finendo la moglie quando era ancora agonizzante a terra. Inscenò anche un tentativo di suicidio, sparandosi un colpo di striscio alla testa, ma come ha evidenziato l’inchiesta e anche il giudice, interrogando l’imputato «è più plausibile che sia stata la messa in scena di un suicidio: lei è un provetto cacciatore e tiratore, se si voleva davvero uccidersi dopo aver ammazzato sua moglie non avrebbe sbagliato il colpo alla tempia». Tanto più che i rilievi scientifici, le testimonianze raccolte in loco e le immagini della videosorveglianza sono impietosi: il marito ha dato il colpo di grazia alla moglie, l’ultimo in canna, mentre lei era a terra supina, trafiggendole cuore e polmoni.

Vedovo risposatosi

Giardiniere di origine macedone, da più di 30 anni in Svizzera, l’uomo ha sempre vissuto nel Locarnese con la prima moglie, sua connazionale, dalla quale aveva avuto quattro figli. La donna, una decina d’anni fa, muore in un incidente in Croazia, lasciandogli una cospicua indennità di vedovanza, circa 320 mila franchi, che però lui finirà con lo sperperare al Casinò anziché pagare i debiti accumulati. Il 57.enne decide comunque di trovarsi un’altra compagna, sempre del suo paese d’origine. «I miei figli mi vedevano triste e mi serviva qualcuno che si occupasse della casa e di loro», ha raccontato in aula. La scelta cade su una più giovane compaesana, allora trentenne, ma già con due figlie in tenera età, che sposa in Macedonia e porta a vivere in Svizzera. Nell’appartamento del Locarnese del 57.enne giardiniere si crea una nuova e numerosa comunità: sei figli più i due coniugi a dividersi i 4,5 locali. Ma la convivenza non è così serena, come evidenziato dalle testimonianze raccolte dall’inchiesta e dai ripetuti ricoveri al pronto soccorso della seconda moglie e delle sue due figlie.

La figlia della vittima

Toccante la testimonianza in aula di una di loro, la più grande. «All’inizio andava tutto bene, ma solo un anno dopo, nel 2012, quello che era diventato mio padre cominciò a comportarsi come un despota, un dittatore. Ci controllava continuamente, urlava, insultava spesso mia madre, anche in presenza della mia sorellina. Un clima pesante, insopportabile anche per i suoi figli, che infatti se ne andarono di casa. Mia madre subiva e resisteva alle sue angherie, alle discussioni pretestuose, agli insulti e alle botte, finché quel giorno non le ha puntato il coltello in faccia, minacciando di ucciderla perché, a suo dire, l’aveva tradito con il genero, il marito della maggiore delle sue figlie», ha raccontato in lacrime la ragazza.

L’accusa incestuosa

Siamo ai primi di aprile del 2017, giorno fatidico secondo il procuratore, perché la conseguente denuncia della donna in polizia e i provvedimenti del pretore che ha disposto l’allontanamento del marito da casa, con divieto di avvicinarsi o telefonarle, fomentarono le persecuzioni e suoi continui appostamenti alla ricerca di un inesistente amante. Atteggiamenti che sfociarono nella volontà omicida dell’uomo. «Anche se gli era stato proibito, arrivò a scriverle anche 50 messaggi al giorno, tutti con le stesse argomentazioni, quella di ricostruire il rapporto, ma che contenevano anche la minaccia di morte se la moglie non fosse tornata sotto il suo dominio. Così s’è procurato la pistola e l’ha ignobilmente uccisa», ha concluso Capella smontando la perizia psichiatrica che prevede una lieve scemata responsabilità dell’imputato. Domani interverrà il difensore, Niccolò Giovanettina, quindi in serata è attesa la sentenza.

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