Una perizia scagiona il picchiatore di Gordola

Locarnese

L’analisi dell’esperto commissionata dalla presidente della Corte d’Appello Roggero-Will stabilisce che la morte del 44.enne del Mendrisiotto nell’aprile del 2017, deceduto a causa della caduta seguita alle percosse subite dall’imputato all’uscita di una discoteca, sarebbe dovuta a cause naturali

Una perizia scagiona il picchiatore di Gordola
© CdT/Chiara Zocchetti

Una perizia scagiona il picchiatore di Gordola

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È una clamorosa svolta quella che ci si appresta a seguire nel processo d’appello sul delitto di Gordola. Come riferisce la RSI, il dottor Antoine Roggo, dell’Università di Berna, consegnando la perizia disposta dalla presidente della Corte Giovanna Roggero-Will per far luce sulla morte del 44.enne del Mendrisiotto, avvenuta all’uscita della «Rotonda» di Gordola il 22 aprile 2017, avrebbe indicato come naturali le cause del decesso della vittima. La lacerazione dell’arteria vertebrale sinistra, che determinò la morte del 44.enne, percosso e fatto cadere all’uscita della discoteca da un giovane biaschese alterato dall’alcool e dalla rabbia, non fu verosimilmente di origine traumatica. Secondo l’esperto, infatti, la dissezione dell’arteria vertebrale che causò la morte del 44.enne sarebbe da imputare invece a un’alterazione patologica del vaso sanguigno della vittima.

Ipotesi peraltro già ventilata nell’arringa difensiva durante il procedimento di primo grado dai legali del giovane biaschese, Yasar Ravi e Luisa Polli, che per l’Appello hanno appunto richiesto e ottenuto dalla presidente della Corte, Giovanna Roggero-Will, un’ulteriore approfondimento medico-scientifico. Insomma, secondo questa «superperizia» poco importa se venne o no sferrato un pugno, sempre negato durante il procedimento di primo grado dall’imputato: il fatto delittuoso andrebbe ricondotto a una malattia preesistente del 44.enne, dunque a cause naturali e indipendenti da quanto accadde nell’atrio della discoteca. Roggo ha inoltre escluso la frattura del clivus (un ossicino del cranio), sostenuta dagli accusatori privati a supporto della tesi dell’omicidio intenzionale.

Cinque anni di reclusione

Ricordiamo che in primo grado, nel maggio del 2019, il giovane esperto di arti marziali fu condannato per omicidio colposo (e altri reati) a cinque anni di carcere. Al termine del primo processo, il giudice Amos Pagnamenta aveva ritenuto il giovane alla sbarra colpevole di omicidio colposo, e non di omicidio intenzionale per dolo eventuale come invece chiedeva l’accusa, rappresentata dal procuratore procuratore pubblico Arturo Garzoni. Per i giudici l’allora 23.enne, pur colpendo la vittima, non poteva realisticamente immaginare quali potessero essere le conseguenze del suo agire. Pagnamenta aveva tuttavia individuato una «colpa di estrema gravità» nel suo agire sconsiderato ed egoistico. Ora la sorpresa. La perizia giudiziaria, ordinata a fronte dei pareri discordanti prodotti dalle parti, segna indubbiamente un punto a favore dei difensori, Yasar Ravi e Luisa Polli. Ma la vicenda è tutt’altro che chiusa, anche perché sicuramente sulla «superperizia» non mancheranno le richieste di delucidazioni.

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