Assolta la madre che pubblicò un video pedopornografico su Facebook

Pretura

Aveva pubblicato un filmato contenete atti sessuali con minorenni, ma per il giudice Biaggi la «manifesta imperizia» della donna nell’usare i social media lascia «più di un dubbio» sulla volontarietà del gesto

Assolta la madre che pubblicò un video pedopornografico su Facebook
(foto Archivio CdT)

Assolta la madre che pubblicò un video pedopornografico su Facebook

(foto Archivio CdT)

BELLINZONA - Assolta. Questo il verdetto del giudice della Pretura penale Flavio Biaggi in merito al caso di una donna nigeriana di 45 anni residente nel Luganese accusata di pornografia dura per aver «messo in circolazione e reso accessibile a terzi caricandolo sul social-network Facebook un video mostrante atti sessuali effettivi con minorenni» (per citare venti delle ventotto parole con cui la procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis - che ha ereditato l’incarto e non era presenta in aula - ha argomentato il capo d’imputazione).

«Che quel video pedopornografico sia finito su un suo profilo Facebook è un dato oggettivo – ha detto Biaggi motivando il proscioglimento – ma non riesco a dire che ce l’abbia messo lei: la sua manifesta imperizia riguardo alla tecnologia mi lascia più di un dubbio sulla sua volontarietà». Non si configura insomma il presupposto soggettivo del reato: «Perché una madre con una famiglia, un lavoro e incensurata un giorno dovrebbe decidere di conservare e condividere un video pedopornografico? O è stata una sua imperizia, o qualcun altro che aveva accesso al suo account l’ha messo lì. Non lo sapremo mai».

Il caso era approdato in aula già due mesi fa, ma allora il giudice Biaggi aveva rimandato l’incarto al Ministero pubblico, ritenendo che non vi fossero gli elementi per giungere a sentenza. Ne è scaturito un nuovo atto d’accusa che poco si discosta da quello vecchio: il video da «condiviso» è divenuto «messo in circolazione e reso accessibile a terzi». Come già emerso a maggio, l’inchiesta è scattata da una segnalazione giunta da Oltreoceano, più precisamente dal Centro nazionale per bambini smarriti e sfruttati, che da tempo dà la possibilità a privati, vittime e gestori di social network di segnalare immagini e video condivisi online dal contenuto pedopornografico o abusivo nei confronti dei fanciulli. Queste segnalazioni vengono poi verificate e inoltrate alle forze dell’ordine competenti. In questo caso, alla Magistratura ticinese, che durante l’inchiesta non è però riuscita a trovare traccia del video (né di altro materiale incriminante) sugli apparecchi elettronici in uso alla donna. L’imputata, da parte sua, ha sostenuto nuovamente ieri di non sapere chi gli abbia inoltrato il video e come sia finito sul suo profilo Facebook, continuando ad affermare di averne fermato la visione appena ha capito di cosa si trattava e di averlo immediatamente cancellato, inorridita. Si è anche detta piuttosto sicura che la visione sia avvenuta sull’applicazione Whatsapp, benché la segnalazione riguardasse il profilo Facebook. E, a proposito della segnalazione – ha sottolineato l’avvocato difensore Giuditta Rapelli-Aiolfi – «non è dato sapere se il video sia stata condiviso con terzi, né quale sia la sua provenienza. Gli inquirenti non ne hanno trovato traccia nei dispositivo della mia assistita, che quindi dev’essere scagionata, non essendo sufficiente certezza sulla configurazione del reato».

Sia la legale che il giudice hanno chiuso i loro interventi con considerazioni più generali. Rapelli-Aiolfi ha fatto notare come «tutti noi potremmo trovarci al posto della mia assistita, perché non abbiamo controllo su quello che ci arriva sui nostri dispositivi. Poteva capitare a chiunque». Ma forse non a tutti, nel caso, capiterà di sbagliarsi e – invece di cancellare il video incriminato – di caricarlo invece per errore su Facebook senza accorgersene, che per la difesa è una delle possibili spiegazioni di quanto accaduto. Ed è in questo senso che va la raccomandazione finale di Biaggi: «Visto che non si sa quel che si riceve sui social media, occorre fare attenzione. In particolare, se non si è familiari con i loro meccanismi, bisogna assicurarsi che quel che si vuole fare sia poi effettivamente stato fatto».

In questo senso, quanto accaduto all’imputata può fungere da esempio: se condannata rischiava tre mesi di carcere sospesi e l’espulsione dalla Svizzera per cinque anni (una proposta poi giudicata sproporzionata sia dalla difesa che dalla Corte). E, a prescindere dall’agognata assoluzione, la donna ha detto che nell’ultimo anno ha fatto fatica a dormire e ha pianto spesso per quanto capitatole. La sua richiesta di risarcimento per torto morale è tuttavia stata respinta in quanto i suoi disagi non sono stati sufficientemente comprovati.

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