«Avevano paura di morire, ho voluto bene a loro»

PREGASSONA

Parla Paola Grandi, la donna che ha placato la rissa fra due iracheni in via Ceresio - Il trentasettenne accusato di tentato omicidio si difende: «Una lite finita male»

«Avevano paura di morire, ho voluto bene a loro»
Il posteggio era cosparso di sangue.  ©CDT/Chiara Zocchetti

«Avevano paura di morire, ho voluto bene a loro»

Il posteggio era cosparso di sangue.  ©CDT/Chiara Zocchetti

«Alla fine della mia vita vorrei poter dire a me stessa ‘Paola, hai sempre fatto quello che sentivi fosse giusto fare’». Lunedì a Pregassona, di fronte a due uomini che lottavano coperti di sangue, Paola Grandi ha sentito che fosse giusto intervenire. È lei la donna che è riuscita a farsi consegnare il coltello impugnato da uno dei contendenti, evitando che la sua lama affondasse ancora.

Un «vaffa» e via
È successo tutto poco prima delle 15 nel posteggio dell’Aldi in via Ceresio. «Stavo imbustando la spesa, quando ho notato che fuori era in corso una colluttazione». A battersi, due cittadini iracheni. «Di fronte a loro c’erano alcuni uomini e uno filmava la scena. Ho detto ‘facciamo qualcosa, separiamoli!’ - ci racconta la signora - ma nessuno si è fatto avanti. Così ho pensato ‘ma vaffanculo’ e mi sono inginocchiata vicino ai due rivali». Li ha supplicati. «Ti prego, nel nome di Dio, nel nome di Allah, lascia andare quel coltello! Per favore, siete fratelli, nel nome di Dio!». Le sue parole hanno funzionato: la tensione è calata e poco dopo è arrivata la polizia. Il giorno successivo, Paola spende parole caritatevoli per quei due individui. «Siamo tutti persone. E quando una persona fa così è perché non sta bene. Nei loro occhi vedevo il dolore, la disperazione, il terrore di morire in quel momento. Ho provato forte compassione. Mi sembrava di sgridare dei bambini che litigavano per niente e mi ha riempito il cuore quando uno dei due mi ha detto ‘va bene signora, ti do il coltello’».

«Adesso mi ammazzano»
Paola Grandi vive nel Malcantone. È una madre, un’artista e un’esperta di programmazione neuro-linguistica, una tecnica che agisce sui pensieri e i comportamenti delle persone aiutandole a raggiungere i loro obiettivi. La buona riuscita della mediazione, probabilmente, è passata anche da questa sua sensibilità, oltre che dalla conoscenza della cultura islamica. «Quando ho nominato Allah ho pensato ‘adesso mi ammazzano’, ma guardandomi hanno capito che ero intenzionata a voler bene a loro. Ho voluto bene a loro». L’indole della donna ha fatto il resto: «Mi dicono che sono istintiva, ma non è così. Seguo la mia natura: di fronte a un’ingiustizia cerco sempre di fare qualcosa, sono un’amica della verità. Non un’eroina». La paura, in quei minuti concitati, non ha trovato spazio in lei. «L’adrenalina svuota la mente, ti fa agire e basta. Ho temuto dopo, quando uno dei due voleva riprendersi il coltello. Per fortuna l’altro mi ha protetto: lo ringrazio per questo. Quando tutto è finito, ho sentito una forte stanchezza».

«Sono persone come noi»
Nei confronti del trentasettenne le ipotesi di reato sono di tentato omicidio, esposizione a pericolo della vita altrui, lesioni gravi e lesioni semplici qualificate. Se il giudice dei provvedimenti coercitivi confermasse l’arresto, la sua carcerazione preventiva dovrebbe durare parecchie settimane. Interrogato ieri, ha sostenuto che l’episodio è da ricondurre a una lite finita male: secondo lui non c’è stata intenzionalità e a cominciare la rissa sarebbe stato il trentaseienne. Mentre la polizia cerca altri testimoni, sul caso infiamma il dibattito. Una reazione diffusa è «fuori questi individui dalla Svizzera», ma Paola non è d’accordo: «Posso capire chi dice così, ma quei due uomini sono persone come tutti noi. Se avessimo qui le condizioni che hanno nella loro patria, e se dovessimo anche noi lasciare la nostra per cercare pace altrove, distrutti nell’animo, capiremmo».

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