Caso Consonni, un altro proscioglimento

Usura

Stralciato il procedimento a carico dell’ultima persona che ancora doveva comparire di fronte alla giustizia per il caso di taglieggiamenti sistematici delle buste paga degli operai

 Caso Consonni, un altro proscioglimento
© CdT/Zocchetti

Caso Consonni, un altro proscioglimento

© CdT/Zocchetti

Tutta colpa di quel «nefasto» decreto d’abbandono, come l’ha definito colei che l’aveva stilato, la procuratrice pubblica Chiara Borelli. Anche l’ultimo imputato del caso Consonni - un 48.enne italiano il cui procedimento è stato disgiunto perché non si era presentato in aula lo scorso ottobre - è stato infatti prosciolto dall’accusa di usura per contribuito a creare dei sistemi per taglieggiare sistematicamente le buste paga degli operai (il peggior caso di malaedilizia mai visto in Ticino, l’aveva definito il sindacato OCST).

Come noto, tutti gli imputati sono stati prosciolti in primo grado dal giudice Mauro Ermani per una sorta di tecnicismo, in quanto non si può essere processati due volte per la stessa fattispecie (è il principio ne bis in idem). Borelli aveva innanzitutto postulato i reati di coazione ed estorsione, salvo poi abbandonarli nel 2017 (con un decreto d’abbandono) e promuovere l’accusa di usura, perché vestiva meglio il reato. Ma quel decreto d’abbandono, ha sentenziato la Corte, valeva in sostanza come proscioglimento; ed essendo gli imputati quindi già stati giudicati per la fattispecie, non era più possibile promuovere l’accusa di usura, dato che era riferita agli stessi fatti.

Il principio ne bis in idem oggi è stato evocato come questione pregiudiziale dal legale del 48.enne, l’avvocato Francesco Wicki, e la Corte l’ha accolta, ravvisando un impedimento a procedere e stralciando l’accusa di usura nei suoi confronti. In altre parole, il procedimento è terminato ancora prima di entrare nel merito.

La novità è che Borelli - che ha annunciato che settimana scorsa ha inoltrato Appello contro la decisione di primo grado - ha spiegato dal suo punto di vista come si è arrivati a questo punto, a quello che Ermani ha definito «un errore per eccesso di zelo». La procuratrice ha affermato che era prassi del Ministero pubblico in Ticino e in altri cantoni di chiudere le posizioni degli imputati, compresi i reati non portati a giudizio: «Era solo un precisare» che questo o quel reato non sarebbe stato perseguito, a favore di altri (per esempio: non omicidio colposo, ma lesioni gravi). A sparigliare le carte è stata una recente sentenza del Tribunale federale, che ha fatto chiarezza al riguardo e ha stabilito in pratica che quest’uso del decreto d’abbandono non è buon diritto. «La Corte ha ascoltato con interesse le suggestive motivazioni dell’accusa - ha detto Ermani, - ma a contare non sono i motivi che hanno portato all’abbandono, bensì il complesso dei fatti. Il resto è un’arrampicata sugli specchi, un tentativo di correggere un errore nato da un eccesso di zelo. Non so quale sia la prassi del Ministero, ma di certo questa Corte non ha mai chiesto un abbandono. A mente nostra la partita è chiusa».

Ora, come detto, starà alla Corte d’appello e di revisione penale di chinarsi sulla questione. Intanto l’imputato ha ricevuto, oltre al proscioglimento, un indenizzo dallo Stato per le spese legali «limitato a quanto stretto necessario» e pari a 12.400 franchi.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Lugano
  • 1
  • 1