«Con la pandemia facciamo i salti mortali per portare il cibo nelle case»

Ristorazione

Con la crisi sanitaria e la chiusura dei ristoranti, i servizi di food delivery hanno aumentato il loro lavoro, non senza grandi problemi: abbiamo parlato con Giulia Del Bue e Cesare Villano, fondatori di divoora.ch

«Con la pandemia facciamo i salti mortali per portare il cibo nelle case»
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«Con la pandemia facciamo i salti mortali per portare il cibo nelle case»

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La pandemia che stiamo vivendo da ormai un anno ha cambiato, anche drasticamente, le nostre abitudini. Tra distanziamento sociale, lockdown, chiusura dei negozi e ora dei ristoranti, siamo diventati, per forza di cose, meno propensi ad uscire di casa. Pizza, sushi, hamburger, ma anche cibi nostrani, arrivano spesso sulle nostre tavole solo grazie ai servizi di food delivery, come Smood, Fasivery e Divoora. Il settore ha chiaramente conosciuto un’importante crescita nel giro di affari durante l’emergenza sanitaria, ma non senza grosse difficoltà. Abbiamo affrontato l’argomento con Giulia Del Bue (G) e Cesare Villano (C), fondatori di divoora.ch, il primo servizio di questo genere fondato in Ticino, nel 2013, quando le app dedicate erano ancora fantascienza.

Prima di arrivare alla pandemia, parliamo di Divoora. Come e quando è nata l’idea per questo servizio?

G: «Divoora è nato nel 2013. Io e Cesare eravamo appena laureati e dovevamo cercarci un lavoro. Abbiamo studiato a Milano e girando per i ristoranti della città, abbiamo visto che in alcuni di questi c’erano gli sticker dei vari food delivery attaccati alle pareti. Ovviamente erano pochi i servizi presenti a quei tempi».

In Italia era appena arrivato questo tipo di servizio o era già consolidato?

G: «In Italia stavano emergendo in quel momento, non avevano tutta questa notorietà. Noi stessi lo usavamo, ma le piattaforme erano ancora vecchio stile, non esistevano le app, si ordinava dal computer e i servizi erano basilari. Ce ne erano pochi. Ora sono stati acquistati dai colossi moderni. Noi utilizzavamo questi servizi e ci siamo resi conto che sarebbe stato interessante provare a creare una nostra azienda, piuttosto che andare a lavorare per qualcun altro. Abbiamo fatto un po’ di ricerca in Ticino, visto che entrambi siamo cresciuti qui. Nel nostro cantone non c’era nulla di simile, a parte il sevizio a domicilio offerto direttamente dal ristorante o i classici take away».

Quindi siete stati i primi in Ticino?

C: «Nel nostro genere siamo stati i primi: siamo stati i primi a digitalizzare il servizio e a dare l’opportunità ai ristoranti di portare il loro cibo a casa delle persone».

Quanto è stato difficile convincere gli esercenti a iniziare?

C: «È stato molto difficile. All’inizio i ristoratori erano molto restii ad utilizzare questo tipo di servizio: il mondo della ristorazione, 8 anni fa, non era ancora pronto a fare il salto. C’era parecchia diffidenza. Finché non abbiamo incontrato i primi esercenti interessati, con loro ci siamo trovati molto bene e piano piano la voce ha iniziato a circolare tra gli addetti ai lavori. Hanno capito l’utilità del servizio e le possibilità di guadagno legate ad esso. Col tempo si sono affiliati sempre più ristoranti».

Il primo anno, quando ancora stavate ingranando, quanti driver avevate e a quanti ristoranti offrivate il servizio?

G e C: «Siamo partiti con 5 ristoranti, solo nel distretto di Lugano. Avevamo tra gli 8 e i 10 driver».

E oggi, 8 anni dopo, com’è la situazione?

C: «Oggi 170 ristoranti sono nostri affiliati e sono presenti sulla nostra piattaforma. Diamo lavoro a 192 driver».

Come si muovono i driver?

C: «Sono automuniti oppure si spostano con lo scooter. Purtroppo la morfologia del nostro territorio non ci permette di usare le biciclette elettriche: le batterie hanno un’autonomia ancora troppo limitata, però speriamo di diventare più green. Ci stiamo lavorando».

G: «Cercheremo di adattarci sempre più alle politiche ambientaliste, ci arriveremo grazie alla tecnologia. In questo momento stiamo pensando di selezionare aree delle città adatte, magari quelle più pianeggianti, per iniziare a muoverci con le biciclette normali o le e-bike».

Chi è il dipendente «tipo» di Divoora? Immagino siano soprattutto persone giovani...

G: «In realtà abbiamo dipendenti di ogni tipo. Lo studente che fa le consegne nel tempo libero è un po’ un cliché, ma per noi lavorano persone di ogni tipo ed età, dai 18 fino ai 60 anni: i minorenni però non li assumiamo. Da noi ci sono persone in pensione, che magari a casa si annoiano e sono ancora perfettamente in grado di lavorare. C’è qualcuno che non ha voglia o tempo di lavorare al 100% o a determinate condizioni. Qui c’è la possibilità di lavorare con piena flessibilità: sono i nostri driver che danno settimanalmente la loro disponibilità, non siamo noi che imponiamo i turni».

C’è qualcuno che lo fa come lavoro principale?

G e C: «Assolutamente sì. Ci sono anche persone che hanno un altro impiego, o studiano, e cercano comunque di dare la loro disponibilità. Per alcuni è un impiego secondario. Noi in sede di colloquio in effetti comunichiamo che questo è un lavoro accessorio, ma poi sta al driver decidere quanta disponibilità dare. Proprio perché spesso è un impiego secondario, permettiamo molta flessibilità. In pratica sono i driver a decidere quanto tempo dedicare a questa attività».

Diverse inchieste giornalistiche hanno scoperchiato il cosiddetto vaso di Pandora sul mondo del food delivery: spesso i dipendenti appartengono alle categorie più deboli e lavorano senza sosta per pochi euro. Cosa pensate di queste situazioni?

G: «Non succede solo in Italia, ma in gran parte del mondo. La cosa più importante è contrattualizzare i driver: il problema più grande che i food delivery devono affrontare con sindacati e legislazioni varie, è che cercano sempre di dipingere la categoria dei driver come indipendente. Cosa che assolutamente non è. Il lavoro diventa fattibile e onesto se viene contrattualizzato: il dipendente deve essere tutelato dal punto di vista assicurativo, quindi se si fa male o è malato, e deve essere tutelato in caso di disdetta. Il problema più grande è che in molti Paesi tutti i rischi sono a carico del lavoratore».

Dal punto di vista della concorrenza come siamo messi in Ticino?

G: «Negli ultimi anni sono arrivati diversi nuovi attori. Penso a Smood , che però opera maggiormente in Svizzera francese, oppure a Fasivery, creato da uno studente della Scuola americana, attivo nel Luganese».

Quanto influisce la morfologia del Ticino sulla capillarità del servizio?

C: «Questi servizi nascono e sono efficienti in zone densamente popolate. Noi ce la mettiamo tutta e proviamo a coprire la maggior parte di territorio possibile, ma ovviamente il servizio non può essere dato nelle valli o dove ci sono centri abitativi poco popolati. In una città come Bellinzona, che ha circa 40 mila abitanti, riusciamo a offrire il servizio senza problemi, ma nei posti meno abitati si fa fatica».

G: «Nei nostri obiettivi c’è anche quello di riuscire a servire anche i posti più piccoli. La conformazione del Ticino è uno dei motivi per cui tanti competitor svizzeri non sono mai arrivati da noi, o comunque hanno messo il nostro cantone da parte per quanto riguarda le scelte strategiche. Noi abbiamo iniziato proprio qua, quindi da subito abbiamo trovato soluzioni per riuscire a coprire pure i poli meno popolati».

Quante consegne riuscite a fare in un giorno?

C: «Questi sono dati un po’ riservati. Diciamo che in un periodo come questo le ordinazioni possono andare dalle 500 alle 1000 al giorno».

Il lockdown prima, la chiusura dei ristoranti poi. La pandemia quanto ha influito sul vostro lavoro?

G: «Durante la pandemia le consegne sono decisamente aumentate, non solo perché le persone erano costrette a casa e i ristoranti sono stati chiusi. Sono proprio cambiate le abitudini della gente: l’emergenza sanitaria ha incentivato le persone restie ad utilizzare i servizi online. Il nostro servizio è entrato nella cultura della gente. La crescita è quindi indubbia, ma il lavoro è molto più complesso di prima».

C: «Insieme alla grandissima richiesta da parte dei clienti, ci sono anche molti problemi. Non tutti i ristoranti hanno tenuto aperto nella prima ondata e ora, che sono tutti chiusi, molti hanno deciso di non usufruire del servizio d’asporto. A marzo, ad esempio, ci siamo trovati con il 50% dei ristoranti in meno. Con l’ultima chiusura, il dato è un po’ migliorato, ma ora tutto il traffico viene convogliato in pochi ristoranti e in fasce orarie ristrette. Quindi noi, come in tutta Europa, siamo molto sotto pressione. Aggiungiamo poi che il coronavirus non risparmia i nostri driver: ad ogni minimo sintomo, anche un solo colpo di tosse, siamo costretti a lasciare a casa i lavoratori. In questo periodo ci si è messa anche l’influenza stagionale, e poi la neve. È una situazione straordinaria anche per noi: non riusciamo a lavorare come vorremmo. Siamo costretti a fare i salti mortali».

Avete assunto nuovi dipendenti per far fronte a questa situazione?

G: «Noi continuiamo ad assumere, ma a volte basta un contatto con un positivo al coronavirus o un sintomo per bloccare il driver. Ci siamo trovati anche con la flotta dimezzata, ma siamo sempre riusciti a trovare delle soluzioni».

Con la pandemia si sono affiliati a voi nuovi esercenti, anche non legati alla ristorazione?

C: «In questo periodo è avvenuta una trasformazione che ci aspettavamo sulla lunga distanza: in pochi mesi molte attività si sono affiliate a noi, come molte persone si sono “convertite” alla digitalizzazione, rompendo quel muro di diffidenza che magari avevano verso la tecnologia. Una volta che hanno provato il servizio, si sono trovate bene, e sono diventate clienti fissi».

G: «Ora abbiamo dei supermercati per cui facciamo il servizio a domicilio, lavoriamo con le gastronomie, come le macellerie o le pescherie, oppure per chi vende il vino».

C: «A breve abbiamo in programma di offrire il servizio anche alle farmacie. Ci stiamo lavorando».

E queste new entry funzionano?

C: «Funzionano molto bene. Stiamo ricevendo ottimi riscontri, soprattutto per quanto riguarda la spesa a domicilio».

Se dovesse arrivare un nuovo lockdown, o comunque la chiusura dei negozi non legati al settore agroalimentare, sareste pronti a servire questi esercizi?

G: «Assolutamente sì. Potremmo essere una soluzione per i negozi costretti a chiudere. Il nostro obiettivo era fin dal principio quello di svilupparci in orizzontale. La pandemia ha accelerato questo processo. Da “food delivery” ci stiamo trasformando in “everything delivery”. Ogni cosa che può essere portata a domicilio può entrare nel nostro servizio».

Al centro: Cesare Villano e Giulia Del Bue
Al centro: Cesare Villano e Giulia Del Bue
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