«Distruzione non necessaria: rappresenta il fallimento del dialogo»

Ex Macello

Per Boas Erez, che si era detto disponibile a fare da «facilitatore» tra le parti, si è reso «il conflitto ancora più duro».

«Distruzione non necessaria: rappresenta il fallimento del dialogo»

«Distruzione non necessaria: rappresenta il fallimento del dialogo»

Su quanto avvenuto nel fine settimana abbiamo discusso anche con il rettore dell’Università della Svizzera italiana Boas Erez, il quale si esprime a titolo personale. Lo abbiamo interpellato soprattutto perché mesi or sono il suo nome era stato fatto quale possibile «facilitatore», figura che potesse, appunto, facilitare l’incontro tra le parti. Erez, innazitutto, analizza quanto accaduto lungo il Cassarate. «Di fatto va osservato che non si è trattato dello sgombero, ma della demolizione di un edificio che era un simbolo». Di più: «La soppressione di questo simbolo mi sembra sia la parte più violenta di quanto successo ieri sera. La distruzione non era necessaria. Non ne capisco la pertinenza. Rappresenta – non nasconde – il fallimento del dialogo». A mente del nostro interlocutore c’è un altro aspetto da sottolineare: «Il fatto di aver distrutto questo edificio non distrugge l’autogestione, ma soprattutto non ne risolve il problema. Come ho già avuto modo di dire - ribadisce - l’autogestione penso che debba trovare uno spazio in una città come Lugano».

«Via Simen non è il pretesto»

Stando a quanto comunicato ieri dall’Esecutivo, la decisione di sgombero e il parziale abbattimento dell’ex Macello è stata presa dopo che alcuni manifestanti hanno occupato l’edificio dell’ex fondazione Vanoni situato in via Simen. Erez, a questo proposito, dice che «quanto avvenuto crea una tensione della quale nessuno aveva bisogno: né la polizia, né la popolazione, né naturalmente gli autogestiti. Io - aggiunge - mi interrogo sulle ragioni che hanno portato a distruggere l’edificio. Era stata annunciata la manifestazione e capisco che ci fosse stata una preparazione sotto l’aspetto della polizia. Poi si può sempre discutere sulle proporzioni. L’occupazione pacifica dello stabile in via Simen - rileva analizzando i fatti - non può essere il pretesto per una distruzione lungo il Cassarate. Lascia un sacco di problemi in sospeso».

«Si peggiorano le cose»

Come detto alcuni mesi fa si era detto disponibile ad assumere il ruolo di «facilitatore». Oggi, alla luce del fatto che la situazione si sia ulteriormente complicata, sarebbe ancora disposto ad assumere questo ruolo? «Certo - ci risponde senza esitazioni -. Ma posso anche non essere l’unica persona». Dopo gli accadimenti del fine settimana rimane una certezza: «Il problema non è risolto. Anzi: questa prova di forza, il suo lato simbolico, ci dice che qui si vuole esercitare il potere in una certa maniera. E, a seguito di questo evento, credo che si sia scavata una ferita abbastanza profonda. Queste cose non si digeriscono in poco tempo: mostrando questo aspetto del potere, in fondo, si scelgono come interlocutori persone che parlano lo stesso linguaggio. Questo è un po’ triste. Si rende il conflitto più duro».

«È necessario parlarsi»

A questo punto, catapultati in questa situazione, cosa si può fare? Boas Erez ha una sua chiave di lettura, la quale parte dalle dichiarazioni del sindaco Marco Borradori il quale ha aperto all’ipotesi che l’autogestione potesse trovare una nuova «casa» in uno stabile ubicato al Piano della Stampa. Partendo da queste considerazioni «un dialogo deve essere costruito o ricostruito. Chiediamo: quale «facilitatore» che passi intraprenderebbe? Innanzitutto «ascolterei e cercherei di capire che cosa vogliono e possono fare gli uni e gli altri. E - non dimentica - quali siano i rispettivi limiti. L’importante è che se le due parti si mettano d’accordo sull’opportunità di una facilitazione, vuol dire che sarebbe già stato fatto un primo passo. In particolare, contrariamente a quello che credo abbia sempre fatto il Municipio, non chiederei all’autogestione di nominare dei rappresentanti. Perché è proprio quello che non vogliono, che non possono fare. Ci si potrebbe avvicinare alle loro abitudini, ad esempio partecipando alla loro assemblea generale. Non è detto che si arrivi al successo, ma potrebbe sicuramente essere un punto di partenza».

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