«È più importante il sorriso del tedesco»

Le reazioni

Il nostro reportage sulla conoscenza della lingua di Goethe nella ristorazione ha suscitato molti commenti - Il presidente di GastroTicino Massimo Suter: «Ne emerge una cultura dell’accoglienza in crescita, ma tutti devono alzare l’asticella»

 «È più importante il sorriso del tedesco»
(Foto Shutterstock)

«È più importante il sorriso del tedesco»

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LUGANO - Che non si dica più che la lingua tedesca non sa scaldare gli animi. Prova ne è l’acceso dibattito nato su Facebook in relazione al nostro reportage fra il serio e il faceto sul livello di tedesco degli operatori turistici di Lugano, pubblicato ieri. Reportage che ha restituito globalmente una sufficienza tutto sommato tranquilla nella comprensione della lingua di Goethe da parte di chi con il turista germanofono si deve confrontare.

Diversi i temi discussi da chi si è espresso, a partire da quello della reciprocità (per non dire del benaltrismo), cioè dell’impossibilità di essere compresi parlando italiano nei cantoni della Svizzera interna (un aspetto sollevato anche da un gruppo di turiste svizzere tedesche da noi intervistate ieri). Come a dire: noi sì e loro no? Punto di vista, quest’ultimo, non condiviso proprio da tutti: un commento testimonia infatti una conversazione in italiano avvenuta in un autogrill della Svizzera interna. Diversi utenti hanno poi sottolineato che, comunque, con l’inglese ce la si cava un po’ dappertutto, e che quindi la conoscenza del tedesco scivola in secondo piano.

Per altri invece il problema non è tanto la lingua quanto il turista: dovrebbe essere lui a sforzarsi di imparare qualche espressione locale per poter compiere le comunicazioni di base. Fa discutere anche il tema dell’accoglienza nel nostro cantone: alcuni fanno notare che siccome una buona fetta del nostro turismo è germanofono, occorre adattarsi linguisticamente se si vuole mantenerlo. Come osserva un commentatore, a pochi chilometri da Lugano è prassi consolidata e quasi esasperata: «Sulle rive del lago Maggiore se non si parla tedesco i camerieri non capiscono», scrive.

Infine, è stato sollevato anche il tema dell’aspettativa in relazione al plurilinguismo svizzero: è stato infatti sottolineato che non conoscere una parola di tedesco nella vicina Penisola è percepito come meno grave che a Lugano, in quanto in Italia il tedesco non è lingua nazionale.

E farmacie, ospedali e polizia?

Passando alle reazioni più istituzionali, il presidente di GastroTicino Massimo Suter ci fa sapere che «l’osservazione del direttore di Lugano Turismo Alessandro Stella mi ha lasciato l’amaro in bocca: è riduttivo dire che bisogna migliorare solo nel settore della ristorazione perché il turista non va solo nei bar e nei ristoranti. E nelle farmacie, negli ospedali, in polizia? Se occorre alzare l’asticella allora facciamolo anche negli altri settori». Una critica simile, tra l’altro, si legge anche tra i commenti su Facebook: «Io alle reception di due ospedali ho assistito a scene fantozziane che mi hanno costretto a dare una mano traducendo sia in tedesco che in francese», scrive un utente.

A parte questo punto, Suter si dice però soddisfatto di quanto letto nell’articolo: «Mi sono rimaste impressioni positive dai risultati scaturiti dal reportage e mi rallegra molto il fatto che siate stati accolti col sorriso: ciò significa che la cultura dell’accoglienza si sta espandendo».

Infine, lui come molti altri sul web, ha fatto notare l’ambiguità di un’altra affermazione di Stella, questa a proposito dei costi del personale troppo qualificato («Se fra i criteri d’assunzione ci fosse un certo livello di conoscenza del tedesco, il personale verrebbe a costare di più e occorrerebbe assumere frontalieri»). Stella, da noi raggiunto, ha precisato affermando che, da un lato, assumendo personale non svizzero o comunque non residente è meno probabile che sappia il tedesco; mentre dall’altro chi sa il tedesco ed è pronto a lavorare in questo settore o non lo si trova, o se lo si trova, costa di più rispetto ai frontalieri.

Chi è senza peccato...

Nel nostro giro siamo più o meno riusciti a farci capire e a ottenere quel che volevamo. Abbiamo valutato come sufficiente l’esperienza. Ma, a dimostrazione dell’osticità del tedesco, nemmeno noi siamo andati esenti da errori, come quando abbiamo chiesto «ein kaltes Kaffee», invece di «einen kalten Kaffee».

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