Ecco cosa voleva dire FairMed con i suoi cartelli

Solidarietà

Svelato oggi il significato della sua misteriosa campagna lanciata nelle stazioni di Berna, San Gallo, Ginevra e Lugano

 Ecco cosa voleva dire FairMed con i suoi cartelli
© FairMed

Ecco cosa voleva dire FairMed con i suoi cartelli

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Oggi FairMed ha svelato il significato della sua misteriosa campagna lanciata nelle stazioni di Berna, San Gallo, Ginevra e Lugano. Il 13 e il 18 novembre, nelle stazioni i pendolari sono rimasti perplessi davanti a cartelli segnaletici di percorsi che indicavano distanze del tipo: «72 ore di cammino fino alla postazione sanitaria più vicina».

«Mi è piaciuto il fatto che, per una volta, lo scopo non sia stato chiedere del denaro, ma informare», ha affermato Daniela, pendolare della stazione di San Gallo. Nella stazione di Ginevra, Romain è rimasto sbalordito dalle incredibili distanze che, in Africa, le persone devono percorrere a piedi per avere assistenza medico-sanitaria. «Una volta, da bambino, ho perso i sensi e mi hanno trasportato all’ospedale in elicottero – è incredibile rendersi conto di quanto siamo privilegiati in Svizzera, in confronto al destino di quelle persone dietro ai vostri cartelli». Dietro a ogni cartello dalla tipica grafica nero-gialla della segnaletica per escursionismo ci sono le storie vere di persone assistite da FAIRMED. Tra di loro, l’indigena Aka Julienne Mokongo, che abita con la sua famiglia nel villaggio di Londo, a 140 chilometri di distanza dal più vicino ospedale di Mbaïki.

140 chilometri per raggiungere l’ospedale

«Ho sofferto per mesi di dolori alla pancia, che poi si è gonfiata come un pallone. Allora i dolori sono diventati talmente insopportabili che non mi è rimasta altra scelta: ho dovuto mettermi in cammino». Julienne Mokongo ha percorso a piedi 90 chilometri in tre giorni, sotto un caldo soffocante, su strade polverose e senza un riparo sicuro per la notte. «Quando finalmente sono arrivata alla postazione sanitaria di Bagandou, l’assistente del posto mi ha detto che lì non c’era possibilità di operarmi, dovevo proseguire per raggiungere l’ospedale di Mbaïki, distante 50 chilometri. Nelle mie condizioni, non ce l'avrei mai fatta a mettermi in cammino per altri due giorni». I collaboratori FAIRMED hanno accompagnato Julienne Mokongo all’ospedale di Mbaïki con la motocicletta. Lì è stata operata: le hanno asportato una cisti di due chilogrammi e le hanno donato sei litri di sangue.

Le distanze determinano vita e morte

«La storia di Julienne dimostra che il tragitto per raggiungere la più vicina struttura medico-sanitaria può essere determinante per la vita o la morte», spiega il direttore di FairMed René Stäheli. Nelle zone più remote, questo è però solamente uno degli innumerevoli ostacoli che le persone povere devono superare per poter accedere a una buona assistenza medico-sanitaria: «Nelle zone in cui siamo attivi, c’è anche carenza di personale sanitario preparato, di strutture sanitarie adeguatamente equipaggiate, di informazione sulla prevenzione e sulla gestione delle malattie, di acqua potabile e pulita e di mezzi di trasporto per accompagnare all’ospedale le persone gravemente ammalate o infortunate».

È necessario migliorare queste condizioni avverse per le persone interessate, integrando tutti i singoli fattori che influiscono sulla salute: «I nostri collaboratori, che sono esclusivamente persone del posto, collaborano a stretto contatto con autorità locali, governo, guaritori tradizionali ed esperti del Paese». Ma prima di mettere in movimento anche l’ingranaggio più piccolo, hanno chiesto alle persone interessate informazioni sulle loro esigenze, continua a spiegare Stäheli. «Solo in questo modo è possibile ottenere un’assistenza sanitaria migliore e sostenibile per i più poveri. Per dirla con le parole di Julienne: quando si ha la salute, si ha tutto».

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