«Ha macchiato indelebilmente la vita di quel bambino»

Lugano

Alla sbarra l’uomo che, tra le mura dell’ex Macello nel corso del 2018, ha commesso abusi sessuali nei confronti di due fanciulli – Condannato dalla Corte a 30 mesi di carcere, dovrà sottoporsi a un trattamento stazionario affinché «venga annientato quell’impulso»

«Ha macchiato indelebilmente la vita di quel bambino»

«Ha macchiato indelebilmente la vita di quel bambino»

«I bambini non si toccano». Frase perentoria quella uscita dalle bocche della procuratrice pubblica Pamela Pedretti durante la requisitoria e dal presidente della Corte delle assise criminali Siro Quadri alla lettura della sentenza. Una frase che fa immediatamente comprendere quale sia la natura del processo andato in scena ieri: ripetuti atti sessuali con fanciullo. Alla sbarra, difeso dalla legale Alessia Angelinetta, questa mattina è comparso un 24.enne domiciliato nel Luganese che, tra febbraio e settembre del 2018, ha – per dirla con le parole della pp – «macchiato indelebilmente la vita di un bambino e quantomeno turbato momentaneamente quella di un altro». L’uomo, che al momento dei fatti assumeva alcol e droghe, alloggiava al centro sociale il Molino. Ed è proprio tra quelle mura, ora rase al suolo, che si sono verificati i due episodi ai danni di due bambini, di 8 rispettivamente 9 anni, riportati nell’atto d’accusa. Avvenimenti che (oltre ad altri reati in questo caso minori, quali infrazione alla Legge federale sugli stupefacenti, danneggiamento di lieve entità e violazione di domicilio) gli sono valsi una condanna a 30 mesi di carcere. Misura che prevede un trattamento stazionario in una struttura chiusa.

«Pochi istanti, ma eterni»

Il primo dei due episodi è durato, stando a quanto ricostruito dall’inchiesta, una decina di secondi, sicuramente meno di un minuto. «Secondi – ha ravvisato il giudice – che sono comunque eterni per lo sviluppo della psiche di un bambino». Istanti durante il quale, senza entrare nei dettagli, l’imputato ha coinvolto la vittima – dopo averla condotta in un locale vuoto durante quella che è stata definita «una visita guidata» all’interno del centro sociale – in un gesto di autoerotismo. «Particolarmente sbagliato e spregevole – ha rimarcato Quadri nel motivare la sentenza – è stato il riferimento a un chupa-chups (un lecca-lecca, ndr) per attirare l’attenzione del bambino». Anche «la mossa finale è stata spregevole: un plettro regalato per mantenere il segreto». Nel secondo caso, invece, l’uomo è stato sorpreso dalla vittima mentre stava praticando dell’autoerotismo e «anziché interrompersi – ha evidenziato la pp durante la requisitoria – ha continuato a toccarsi chiedendo al bambino se gli piacesse ciò che stava vedendo» Fanciullo che si è subito allontanato. La procuratrice ha chiesto, infine, che l’imputato venisse condannato a 30 mesi – come sancito dalla Corte – e che fosse ordinato nei suoi confronti un trattamento stazionario, ritenuto il «concreto rischio di recidiva».

«Non è un pedofilo»

«Repulsione e condanna senza appello» ha detto dal canto sua la difesa durante l’arringa. «Cosa c’è di peggio che coinvolgere e abusare sessualmente di un bambino? Purtroppo questa è la storia di troppi bambini. E anche la storia dell’imputato quando era bambino». Già, perché il 24.enne non ha vissuto un’infanzia felice: «È stato abbandonato dai genitori a 2 anni e ha vissuto in vari istituti sino ai 20. In alcuni di essi è stato a sua volta vittima di abusi. Il mio assistito – ha sottolineato Angelinetta, la quale ha chiesto una riduzione della pena aderendo alla proposta di un trattamento stazionario – è una persona che ha subito e ha a sua volta sbagliato». Riconosciuta una scemata imputabilità di grado lieve e medio, la difesa ha sostenuto come la «sua capacità di agire fosse alterata dal grave disturbo di cui soffre (una sindrome schizotipica con tratti antisociali), dall’alcol e dalle droghe usate come una terapia del proprio dolore». Però, come ravvisato anche dalla perizia psichiatrica allestita, «non siamo di fronte a un pedofilo».

Grave immaturità

Anche la Corte, facendo proprie le analisi del perito, è arrivata alla conclusione che non siamo di fronte a un caso di pedofilia. «È però rilevante – è stato rimarcato da Quadri – che la sua patologia e il suo vissuto le abbiano comunque permesso di commettere dei reati sessuali con dei piccoli». Ancor più pesa il fatto che «potrebbe essere recidivo». Stando alla perizia l’uomo dimostra infatti «una grave immaturità» che lo porta a identificarsi «in un gruppo di non adulti; si immagina nell’età di questi ragazzi. Una diagnosi che esclude la pedofilia ma non il pericolo che questi gesti possano essere commessi nuovamente». Da qui, dunque, il trattamento stazionario, affinché «l’impulso venga annientato».

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