Il contact tracing al centro del momento

La serata al Ciani

Tanti relatori a Lugano per una serata in cui si è parlato anche e soprattutto dell’applicazione SwissCovid e del suo grado di sicurezza

Il contact tracing al centro del momento
© CdT/Gabriele Putzu

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Il contact tracing al centro del momento

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Il contact tracing al centro del momento

Dopo aver penetrato ogni aspetto della nostra vita, la COVID-19 fa capolino anche nel dibattito legato all’etica della digitalizzazione. Il digital ha avuto un ruolo importantissimo nel tentativo di «normalizzare» la vita nella straordinarietà del lockdown ma può diventare uno strumento ancora più efficace – non senza remore ovviamente – per il controllo e la gestione della pandemia. Così sono nate applicazioni di tracciamento del contatto (all’inglese «contact tracing»), che hanno da subito creato pareri discordanti: se da un lato hanno il vantaggio di avvertire di un possibile contagio, dall’altro non è certo che possano garantire il fondamentale diritto alla privacy.

Al centro del dibattito tenutosi ieri nella cornice del Parco Ciani, organizzato da Lugano Living Lab e le università USI e SUPSI - e al quale hanno partecipato diversi ospiti illustri, tra cui il sindaco di Lugano Marco Borradori e Sang-Il Kim, capo della nuova Divisione trasformazione digitale dell’UFSP -, c’era la SwissCovid: l’applicazione di contact tracing lanciata in Svizzera lo scorso 25 giugno. Dalle parole dei relatori è emersa una spiccata attenzione, nello sviluppo di questa app, verso i diritti personali e della privacy di chi la scarica. L’avvocato Gianni Cattaneo, specialista in diritto della protezione dei dati, ha dichiarato infatti di aver controllato accuratamente l’informativa sulla privacy e di aver piacevolmente notato la sua conformità alla legge sulle epidemie e all’impossibilità di utilizzo dei dati raccolti per altri scopi. In effetti SwissCovid ha dei protocolli atti a garantire l’assoluta protezione degli utenti. Va sottolineato però che questa applicazione non è la soluzione al problema Coronavirus e soprattutto non sostituisce il contact tracing tradizionale. È piuttosto uno strumento che può fungere da supplemento e prima protezione della società, in un clima di «solidarietà sociale», come l’ha chiamata nel suo intervento il filosofo Marcus Krienke, in grado di dare un pre-allarme all’utente di un possibile contagio. Dopotutto, come sottolineato da Paolo Attivissimo, «è buffo che le persone siano angosciate da un’app che ha tutti questi livelli di garanzia e non abbiano problemi a scaricare WhatsApp, che conserva i dati personali nei server di Facebook». Il vero problema è che SwissCovid potrebbe lanciare dei falsi allarmi, non tenendo conto dell’eventuale utilizzo di mascherine o di pannelli di plexiglas come divisori. Anche in questo caso, sempre seguendo le parole di Attivissimo, «vale la pena di correre il rischio di avere uno strumento e non usarlo?».

Tutta la questione è fondata in ultima analisi sulla fiducia che ripone il cittadino svizzero nei confronti dell’autorità del proprio Paese. Sulla carta SwissCovid sembra garantire trasparenza, sicurezza e rispetto della privacy, ma non essendo obbligatorio scaricarla e attivarla, è nella responsabilità civile e nel rapporto di fiducia tra svizzeri e Svizzera che questa app trova il suo spazio di azione. Antonio Paolillo

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