«Il futuro del Ticino? Una questione da rilanciare»

L’intervista

Il responsabile del ciclo di dibattiti «Tavolo del confronto» parla del primo incontro che avrà luogo all’USI di Lugano lunedì 2 marzo

«Il futuro del Ticino? Una questione da rilanciare»
Giancarlo Dillena.

«Il futuro del Ticino? Una questione da rilanciare»

Giancarlo Dillena.

Lunedì 2 marzo, alle 17.30, nell’auditorio dell’USI si terrà un dibattito con la partecipazione del consigliere di Stato Christian Vitta, del finanziere Tito Tettamanti, del rettore dell’USI Boas Erez e del direttore della SUPSI Franco Gervasoni. Il tema è: «Quale futuro per il Ticino: polo di eccellenze o dormitorio per chi lavorerà a Zurigo?». L’iniziativa si inserisce nel progetto «Il tavolo del confronto» (TaCo), ciclo di incontri su problemi di attualità e sul ruolo delle università. Ne parliamo con il responsabile Giancarlo Dillena, attivo nell’Istituto di argomentazione, linguistica e semiotica della Facoltà di scienze della comunicazione dell’USI.

Lunedì ci si interrogherà sul futuro del Ticino. Perché cominciare con questo tema?

«È un tema centrale di cui si è parlato ripetutamente, proponendo scenari e interpretazioni diverse. Che però sono finiti spesso dimenticati. Crediamo che bisogna insistere, perché le visioni del domani, anche quando contrastano fra loro, rimangono essenziali per seguire e promuovere uno sviluppo intelligente del Paese».

«Ticino delle eccellenze» versus «Ticino dormitorio» per chi lavorerà fuori cantone: come mai questa contrapposizione?

«Perché, sulla scia dell’apertura di AlpTransit e dello sviluppo della ricerca accademica, in Ticino sono riemerse due storiche posizioni: quella ottimistica di chi prospetta un salto qualitativo del tessuto economico e sociale; e quella pessimistica, legata probabilmente al nostro passato di periferia povera, che vede nei collegamenti più rapidi con il resto della Svizzera un incentivo preoccupante per nuove forme di emigrazione dei ticinesi e per una ricolonizzazione dall’esterno. Non si tratta di demonizzare gli uni o gli altri, ma di capire criticamente quanto queste visioni contengano elementi di verità».

Perché nasce oggi TaCo? L’USI già conta numerose finestre.

«TaCo nasce come proposta che si inserisce in questo panorama in chiave di collaborazione costruttiva, per stimolare un dibattito fra università e società civile. Toccheremo di volta in volta ambiti diversi, mettendo a confronto le posizioni di chi opera sul terreno e di chi approfondisce i problemi in chiave accademica. Crediamo che il dialogo fra l’università e la collettività che la circonda sia essenziale».

Può anticipare le prossime questioni che TaCo affronterà?

«A fine marzo dedicheremo una serata al conflitto fra trasparenza (oggi invocata ad ogni piè sospinto) e protezione del segreto (in particolare professionale). Un nodo che si presenta ogni giorno, sia nei “vecchi” che nei “nuovi” media. A fine aprile discuteremo dell’inglese, della sua diffusione in ambito universitario e oltre, dei problemi e dei conflitti che ciò produce in particolare in un Paese già confrontato con le esigenze (e le difficoltà) del plurilinguismo».

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