In carcere a 80 anni e finisce con un decreto d’abbandono: il racconto di don Chiappini e la versione di Pagani

Il caso

Il prelato luganese torna sull’esperienza alla Farera, dove è finito dopo l’apertura dell’inchiesta per sequestro di persona (oggi chiusa per mancanza di prove) - Parla anche il procuratore generale

In carcere a 80 anni e finisce con un decreto d’abbandono: il racconto di don Chiappini e la versione di Pagani
© CdT/Chiara Zocchetti

In carcere a 80 anni e finisce con un decreto d’abbandono: il racconto di don Chiappini e la versione di Pagani

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Il fermo di don Azzolino Chiappini, avvenuto nel novembre scorso, aveva lasciato di stucco quasi tutti all’interno della Diocesi. Il prelato, ex vicario generale ed ex rettore della Facoltà di teologia, è infatti tra le figure più importanti della chiesa ticinese e, ad un tratto, si è invece insinuato il dubbio che non fosse della rettitudine morale che ci si aspetta da un personaggio che ricopre dei ruoli come quelli summenzionati. L’inchiesta si è conclusa la settimana scorsa con un decreto di abbandono dovuto alla mancanza di indizi che corroborassero le ipotesi di reato nei suoi confronti, ossia sequestro di persona, coazione e lesioni semplici per condotta omissiva.

«Sapevo che non era successo nulla di penalmente imputabile»

Intervistato dalla RSI, durante la puntata di Millevoci, per la prima volta ha parlato oggi il protagonista di questa storia. «Posso dire che, ora che la questione si è chiusa, sto bene», ha detto don Chiappini ai microfoni radiofonici. «Pur essendo passato, a 80 anni, da esperienze mai vissute nella mia vita - perché non pensavo di finire in carcere - ero tranquillo. Perché, anche se ci possono essere stati degli errori, sapevo che non era nulla di grave e comunque nulla di imputabile penalmente», ha raccontato il prelato.

Il racconto e le impressioni di quel giorno

Ma cosa è successo esattamente quel 20 novembre? «Alle 8.30 entro a casa - narra Chiappini -, sento rumori violenti e vedo che ci sono dei poliziotti che mi intimano di aprire e di seguirli per un interrogatorio. Mi hanno poi portato in polizia e poi in carcere, senza neanche chiedermi se avessi bisogno di una camicia, un paio di pantaloni o un fazzoletto. Lì, mi pare si chiami la Farera, sono rimasto per tre notti e tre giorni. La cosa che mi ha colpito di più è il viaggio nel furgoncino fino al carcere: un tragitto in cui non vedi nulla fuori e non sai dove stai andando», racconta l’ex vicario generale. «Ti senti una cosa, come un oggetto spostato da un posto all’altro». Aspetti piccoli e secondarie, spiega l’anziano «ma che pesano» su ciò che ha provato quel giorno. Dall’intervista traspare infatti che, ad aver lasciato il segno sulla sua esperienza di incarcerazione preventiva, siano stati, tra le altre cose, l’esame corporale, vissuto sia in polizia sia dopo il trasporto in carcere. «Non penso tanto spesso a come mi sono sentito ma se ci penso - racconta Chiappini rispondendo ad una domanda dell’intervistatore -, sì, fa ancora effetto. Capisco che sia la prassi ma ci si sente come si fosse un oggetto, come non ci fosse il rispetto della persona. Se io fossi un padre di famiglia e un mio figlio soggiornasse così... ecco, non sarebbe facile».

Come sono andati i fatti: la versione di Chiappini

«Questa persona finlandese (una 48.enne che, lo ricordiamo, si era sospettato Chiappini avesse segregato in casa, ndr.) abitava con me da una ventina d’anni, inizialmente arrivata per svolgere delle mansioni, sapeva le lingue, eccetera. Negli ultimi anni, un po’ per stanchezza, un po’ per altri motivi suoi, però, non usciva più spesso di casa. Si sapeva che fosse lì ma non usciva tanto. Quando però c’era da fare dei lavori in casa ero io a rifiutare», spiega Chiappini precisando che il comportamento della donna in questione fosse volontario. Anche il motivo per cui la 48.enne fosse priva di un regolare permesso di soggiorno è imputabile all’inclinazione a restare in casa, asserisce ancora l’ex rettore e professore di teologia.

Che rapporto c’era tra i due?

«Vivendo così tanti anni insieme, un rapporto di affettuosità si è creato», ha poi ammesso Chiappini. «Di amicizia, di affetto, ma non oltre, giusto?», gli viene chiesto. «Esatto», risponde. «La testimonianza di lei è stata determinante per accertare che la decisione di restare in casa fosse stata una sua scelta», spiega ancora il prelato. Ma «perché non interrogarla prima dell’arresto?», viene ancora domandato: «sarebbe stata la scelta più semplice» risponde Chiappini.

Il possibile addio alla cattedra

«Non credo che continuerò a insegnare - ha detto in conclusione Chiappini che aveva una cattedra alla Facoltà di Teologia di Lugano -, anche se mi piacerebbe finire il semestre perché sarebbe l’ultimo della mia vita. So che la maggior parte del corpo insegnante sarebbe d’accordo ma c’è ancora il nodo da sciogliere».

Carcere preventivo necessario?

Nel programma è intervenuto anche il procuratore generale del Ministero pubblico ticinese Andrea Pagani al quale è stato chiesto di commentare l’intervista a don Azzolino Chiappini trasmessa qualche minuto prima. «È stata l’intervista a una persona di 80 anni che ha subito un carcere preventivo e come tale va vissuta». In merito alla domanda se la carcerazione preventiva fosse strettamente necessaria, il procuratore ha argomentato: «Non si può rispondere come se stessimo parlando di matematica, perché la questione implica una certa complessità. Quando gli inquirenti scoprono fatti di questo tipo devono ricostruire l’accaduto: scoprire la “verità materiale”, il che va fatto attraverso la raccolta delle prove. Ci sono quelle oggettive ma anche quelle soggettive, ossia quelle basate su racconti e testimonianze. Queste ultime - parlo in linea di massima e senza riferirmi per forza al caso specifico - possono anche essere forzate e non veritiere: quindi vanno verificate», continua Pagani: «A volte questo implica l’arresto di una persona».

Per decidere di proseguire con l’arresto, servono tre motivi: pericolo di fuga, di recidiva oppure di collusione. Se sono presenti questi motivi, il procuratore pubblico, che nel caso in questione era Pamela Pedretti, sottopone l’arresto al giudice dei provvedimenti coercitivi che deve quindi confermare la decisione della Procura. In questo caso il giudice non ha però confermato. «Questo ha implicato sofferenza dovuta a perquisizioni, esami corporali, eccetera. È andata lunga la procuratrice pubblica, sbaglio?», ha chiesto l’intervistatore a Pagani. «Secondo me sbaglia, perché questi passaggi vengono fatti per la sicurezza, compresa quella del sospettato», risponde il procuratore generale specificando però anche che la carcerazione preventiva «non accerta l’implicazione della persona nell’inchiesta». I presunti imputati che subiscono carcerazione preventiva (12 mila incarti annui) sono molto pochi, conferma ancora Pagani aggiungendo che il motivo è legato al fatto che per procedere c’è bisogno delle condizioni summenzionate.

In merito al fatto se, all’interno della Procura, si sia fatta autocritica o si pensi di chiedere scusa riguardo alla gestione del caso specifico, il procuratore generale ha risposto: «Per carità, l’autocritica interna la facciamo costantemente. Non sta però al Ministero pubblico chiedere scusa perché è stata applicata la procedura».

E quanto sta alle misure di polizie, sono state esagerate? «Questo è un campo che compete al Cantone e non sta al Ministero pubblico commentarne l’agire anche se da quel che so, nella maggioranza dei casi, gli agenti agiscono correttamente», ha concluso Pagani.

Tutti gli articoli relativi al caso sono disponibili qui.

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