«In Svizzera la mafia c’è e investe i suoi soldi»

conferenza

All’USI si è tenuto il primo convegno dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata - Intervenuta anche la PM antimafia Alessandra Cerreti: «Grandissima capacità imprenditoriale, investono in bitcoin e sono laureati nelle migliori università»

«In Svizzera la mafia c’è e investe i suoi soldi»
© CdT/Gabriele Putzu

«In Svizzera la mafia c’è e investe i suoi soldi»

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«Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia». Attorno a questa famosa citazione di Giovanni Falcone è ruotata la conferenza «Tracce della criminalità organizzata in Ticino tra passato e presente – Primo convegno dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata (O-TiCO)» tenutasi giovedì 16 settembre, all’Aula Magna del Campus Ovest dell’USI a Lugano.

L’incontro, moderato da Francesco Lepori, giornalista e responsabile operativo dell’O-TiCO, è stato aperto dalla professoressa Federica de Rossa, direttrice dell’Istituto di diritto dell’USI, con un’esortazione a seguire un’educazione alla legalità. Necessaria per lottare efficacemente contro l’erosione criminale della società: «Serve una crescita culturale collettiva che induca nei cittadini un rigetto delle dinamiche mafiose». Ha poi sottolineato come, purtroppo, il fenomeno della mafia tocchi da vicino anche il nostro Cantone. «Serve la consapevolezza per la lotta». E in questo è importantissimo il ruolo dell’Osservatorio.

Il nuovo volto delle mafie

Si è trattato poi il tema dell’evoluzione delle mafie, condotto dalla professoressa titolare dell’USI Annamaria Astrologo, responsabile scientifica dell’O-TiCO. La mafia è cambiata, ha spiegato, nel senso che è difficile al giorno d’oggi comprendere e fotografare cosa significhi, poiché si esprime in modi diversi. Citando l’esempio di “Mafia Capitale”, l’inchiesta del 2014 nella quale era emerso come la mafia fosse in grado di condizionare le gare degli appalti pubblici di Roma, Astrologo ha sottolineato anche la difficoltà che si incontra nell’individuazione del reato: non sempre si riesce a far riconoscere la componente dello «stampo mafioso» nel reato di associazione a delinquere. È la sottile differenza che c’è tra agli articoli 416 (associazione per delinquere) e 416bis (associazione di tipo mafioso) del Codice penale italiano. La professoressa ha proseguito spiegando che, a livello giuridico, per caratterizzare lo stampo mafioso non si guarda la finalità, dal momento che alcune finalità possono essere lecite. Come ad esempio l’acquisizione o la gestione di attività perfettamente legali o le gare di appalti. «È il metodo che caratterizza: lo stampo mafioso c’è quando c’è il metodo mafioso». Secondo la professoressa Astrologo ci sono dei punti chiave: che la capacità intimidatrice abbia un riscontro esterno, che questa forza di intimidazione derivi dal gruppo e non dal singolo associato, e che questa non vada necessariamente a minacciare l’integrità fisica. Un punto molto importante. Vengono considerate infatti anche le lesioni dei beni economici: «Limitare condizioni economiche e lavorative, minacciare di escludere dalle gare d’appalto, mettere a rischio un posto di lavoro. Siamo fuori dagli stilemi classici». La relatrice, a questo proposito, ha attirato l’attenzione sulle nuove forme che sta assumendo il crimine organizzato: la cosiddetta «criminalità dei colletti bianchi: si tratta di un mondo di mezzo, dove i confini tra sfera legale e sfera criminale sono opachi». Bisogna fare attenzione, ribadisce, alla corruzione, ai ricatti che falsano la concorrenza, a quest’area grigia: non c’è più la criminalità che spara. Una forma di criminalità più silenziosa ma che si insinua molto facilmente.

Attenzione, la mafia arriva ovunque

E su questo tema è intervenuta Alessandra Cerreti, Pubblico Ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, mettendo l’accento sulla pericolosità e sul silenzioso insediarsi delle nuove forme di criminalità organizzata, riferendosi in particolare alla ‘ndrangheta, «la più temibile al momento». Esortando le persone a non cadere nel tranello della sindrome NIMBY: Not In My Back-Yard, letteralmente «non nel mio cortile», ovvero la tendenza a pensare che un fenomeno non ci riguardi perché «da noi non è possibile che accada». Infatti, ha spiegato Cerreti, questa ramificazione tocca anche il nostro territorio. «La mafia è più pericolosa della criminalità comune, perché conta su delle caratteristiche precise. La stabilità di un accordo criminale che dura nel tempo, la ramificazione, la capacità di infiltrazione in nuovi settori e l’internazionalizzazione. Soprattutto nel caso della ‘ndrangheta». La PM ha ribadito come, per combattere un sistema così ben organizzato, serva una risposta ugualmente ben organizzata e coordinata, anche nelle misure legali: «La mafia è un fenomeno a sé, che non può essere contrastato con strumenti ordinari». Sono molto importanti ad esempio, le misure di sequestro dei beni patrimoniali vigenti in Italia: «In moltissimi casi il carcere non basta come misura, non serve a tanto. Invece la confisca dei beni è davvero efficace, perché si va a togliere loro lo strumento principale. Se gli togli i soldi, gli togli il potere». E infatti, ha spiegato Cerreti, la ‘ndrangheta dispone di moltissimo denaro, «sono una Holding del crimine, una federazione», nella quale i legami della famiglia mafiosa coincidono perfettamente con i legami della famiglia naturale. Questo è un grosso punto di forza, ha sottolineato, «perché è difficilissimo scindere il sangue, è difficilissimo spingere a collaborare perché significa tradire la propria famiglia». La ‘ndrangheta sta cercando dove investire i grossi capitali di cui dispone, ha proseguito la PM, lo fa in tutto il mondo, anche in Svizzera, con sistemi all’avanguardia: «Hanno una grandissima capacità imprenditoriale, investono in bitcoin, sono laureati nelle migliori università, questo è il nuovo volto della mafia». E sicuramente il nostro è un Paese molto interessante per una Holding che cerca investimenti: «La Svizzera è vicina, possono riuscire a far passare armi, droga, riciclaggio di denaro e latitanti». E bisogna fare anche attenzione al reimpiego dei profitti, un punto molto importante per noi secondo Alessandra Cerreti, che ha spiegato come si debba fare molta attenzione a quell’area grigia di cui parlava la professoressa Astrologo. «In Svizzera le mafie investono moltissimo, facciamo attenzione a non diventare quell’area grigia». E ha portato l’esempio della diffusione delle organizzazioni criminali in nord Italia, ma non solo. Affermando, non senza qualche reazione di sorpresa in sala, che «ci sono persone che sono pronte ad accoglierli per fare affari con loro, non c’è nessun cancro che intacca un corpo sano. Ma bisogna ricordare a chi cerca questa Holding per fare affari, che stanno contribuendo a ripulire un denaro che puzza sempre di sangue. Ricordiamocelo quando decidiamo di stringere la mano a qualcuno».

L’evoluzione dell’articolo 260ter «organizzazione criminale»

In seguito, il giudice Roy Garré, presidente della Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale, ha approfondito l’art. 260ter del Codice penale svizzero, ripercorrendone l’evoluzione dalle origini a oggi e spiegando come si sia evoluto il concetto di reato collettivo, un’idea relativamente recente. Per molti anni, nel diritto classico, si è parlato di «reato individuale» e non si pensava di punire le persone che si associavano per commettere un crimine nella loro dimensione di gruppo. Il primo esempio di norma legale che reprimeva «l’associazione di malfattori» anche solo per l’intento di commettere crimini o delitti, è proprio nel Codice penale ticinese del 1873. Un caso unico quello del nostro Cantone, sicuramente dovuto all’ispirazione napoleonica, ma anche per via della diffusa piaga del banditismo. Il resto della Svizzera a quel tempo non ne sentiva ancora la necessità. Poi, tra la fine degli Anni ‘80 e l’inizio degli Anni ‘90, sono emersi i primi segni di preoccupazione, c’erano le avvisaglie del fatto che qualcosa stesse cambiando, ha spiegato Garré. Come le inchieste giudiziarie Pizza Connection e Lebanon Connection, la diffusione della droga anche nelle nostre città e i primi morti per eroina, mostrando quali fossero le vittime reali di questo sistema. Un altro fatto determinante è nel 1989 l’attentato fallito a Falcone nel quale hanno rischiato la vita anche due magistrati svizzeri presenti all’incontro con il giudice: Claudio Lehmann e Carla del Ponte. Questo, ha spiegato, ha dato uno scossone alla gente, mostrando come la mafia non fosse poi un fenomeno così lontano ed estraneo. Improvvisamente, la proposta di misure che ne contrastassero l’avanzare era ben vista, raccoglievano un grandissimo consenso. Si notava comunque il quel periodo, ha sottolineato Garré, che il Consiglio federale tendesse ancora a pensare che la criminalità organizzata fosse un fenomeno estero, più che svizzero. E infatti, ha proseguito, questo si riflette nella giurisprudenza: quasi tutte le sentenze di principio del Tribunale federale basate sull’applicazione dell’art. 260ter CP trattano dell’assistenza internazionale. Infine, sulla revisione vera e propria dell’art. 260ter CP, Garré ha spiegato che c’è stato un inasprimento delle pene: si rischiano ora fino a 20 anni di detenzione nei casi qualificati, e una distinzione esplicita tra crimine organizzato e terrorismo che è molto importante fare. Nonostante la riforma puntasse principalmente alla lotta contro il terrorismo, ha avuto degli effetti anche nella lotta contro il crimine organizzato, ha concluso.

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