«L’espulsione di uno spacciatore vale più dei legami familiari»

sentenza

Così il giudice Villa nel condannare un 30.enne serbo residente a Lugano a 30 mesi di carcere parzialmente sospesi e all’allontanamento dalla Svizzera per 7 anni - Lui si dichiarava innocente

«L’espulsione di uno spacciatore vale più dei legami familiari»
CDT/CHIARA ZOCCHETTI

«L’espulsione di uno spacciatore vale più dei legami familiari»

CDT/CHIARA ZOCCHETTI

La Corte delle assise criminali non ha dubbi: era il 30.enne serbo residente a Lugano a fornire la cocaina all’ingrosso alla spacciatrice e consumatrice che lo accusava. L’imputato si è sempre dichiarato innocente ma secondo il giudice Marco Villa «la sua testimonianza non era completamente credibile». Per questo l’ha condannato a una pena detentiva di 30 mesi, di cui 12 da espiare e gli altri sospesi, e all’espulsione per 7 anni dalla Svizzera. Una pena comunque inferiore rispetto a quanto chiesto dall’accusa promossa dal procuratore pubblico Roberto Ruggeri (4 anni di carcere e l’espulsione per 10 anni): la riduzione è dovuta alle quantità di stupefacente venduto. Secondo l’accusa si trattava di 1,9 chili, mentre secondo il giudice è accertato lo spaccio di «soli» 500 grammi. Droga venduta, ha detto Villa, «per guadagnare denaro che gli permetteva dei lussi che, altrimenti, non poteva permettersi».

Il processo indiziario vedeva l’uomo accusato di aver venduto la droga a una spacciatrice-consumatrice che poi la rivendeva insieme ad altre due persone (una donna e un uomo condannati lo scorso mese di dicembre): proprio dalle loro dichiarazioni ha preso il via l’indagine che ha portato alla condanna del 30.enne. Secondo la difesa, sostenuta dall’avvocato Nadir Guglielmoni, tutto era partito dalle dichiarazioni della donna, ex amante dell’imputato, quando questo aveva deciso di interrompere la relazione. Serbo trasferitosi in Ticino nel 2014, l’uomo è coniugato con una donna naturalizzata svizzera, ha una figlia nata qui ed è da qualche mese titolare di un permesso C. Per questo secondo la difesa, che chiedeva il proscioglimento per mancanza di prove oggettive (o subordinatamente, una pena sospesa o parzialmente sospesa con un massimo di sei mesi da espiare) «l’espulsione dal Paese sarebbe una violenza nei confronti della famiglia». Secondo il giudice, invece, «l’allontanamento di uno spacciatore vale più di qualsiasi legame familiare».

Villa, inoltre, ha sposato la tesi dell’accusa in merito ai guadagni illeciti. «Le difficoltà finanziarie dell’imputato sono in contrasto con i viaggi che intraprendeva in rinomate località sciistiche svizzere». Infine, anche le tracce di cocaina trovate sulla mano dell’imputato sono state ritenute una prova, nonostante l’uomo non sia mai stato trovato in possesso della sostanza né positivo alla stessa. A non piacere alla corte è stato in particolare l’atteggiamento poco collaborativo dell’imputato: «Quello di non rispondere è un suo diritto - ha detto - ma se continua a cambiare risposte non può pretendere di essere ritenuto totalmente credibile». Accolte almeno in parte, infine, le critiche mosse dalla difesa nei confronti delle modalità con le quali è stata svolta l’indagine. «In fase di indagine - ha detto l’avvocato Guglielmoni nella sua arringa - sono stati violati i diritti del mio assistito e sono state registrate irregolarità procedurali: tutta l’indagine parte dall’idea preconcetta che lui è l’unico e il solo fornitore di quelle persone». Un’idea preconcetta che «si scontra con le dichiarazioni degli accusatori stessi». Secondo la difesa è mancato inoltre un vero e proprio contraddittorio. Stando al giudice, «nei verbali di interrogatorio ci sono degli errori di concetto che hanno portato a stabilire una quantità (1,9 chili) ben diversa da quella effettivamente provata, in una situazione come questa sicuramente un verbale di confronto doveva essere fatto davanti al procuratore pubblico e non in polizia com’è invece avvenuto».

Le parti si sono riservate la facoltà di ricorrere in Appello.

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