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«La chiusura del Living è una grave perdita per la cultura ticinese»

Le riflessioni di Aris Bassetti, chitarrista e cantante dei Peter Kernel, che sul quel palco ha mosso i primi passi che poi l’hanno portato in tour in tutta Europa e oltre

«La chiusura del Living è una grave perdita per la cultura ticinese»
Aris Bassetti.

«La chiusura del Living è una grave perdita per la cultura ticinese»

Aris Bassetti.

LUGANO - Aris Bassetti, chitarrista e cantante dei Peter Kernel, oggi porta la sua musica sui principali palchi d’Europa (e non solo). È uno dei pochi musicisti ticinesi, perlomeno nel panorama della scena indipendente, a essere riuscito a costruirsi una carriera. A vivere di musica. E non è arrivato dove è oggi per caso. Da qualche parte ha iniziato. E lo ha fatto proprio al Living Room. «Mi ricordo di quando suonavo – ci spiega – negli Eva Kant, il mio primo gruppo. Per una band nuova è importante fare concerti per capire come funziona. Quando ho scoperto che esisteva il Living Room, che avevo cioè un locale di questo tipo praticamente sotto casa, è stato un po’ come vincere al lotto. Quella prima data al Living ci ha permesso di capire molte cose. Capire come funzionano le dinamiche di un palco, di un buon palco. E per tanti anni è stato forse l’unico locale che trattava gli artisti con dignità. Offriva cachet decenti e metteva i musicisti in condizioni ottimali. Era uno dei pochi posti che trattava i musicisti locali come se venissero da fuori. E questo è importante per l’autostima di un gruppo. Non è certo come suonare in uno snack bar, e questa è una cosa che ti gasa e ti stimola. Il Living Room nella mia testa è sempre il palco che ti permette poi di uscire dal Ticino».

E così, per i Peter Kernel, è stato. «È un posto in cui si ritrovano le dinamiche dei locali all’estero, quelli che si trovano nelle grandi città. Per questo ci siamo sempre tornati volentieri a suonare, a presentare le nostre novità. Quando dovevamo lanciare un disco, automaticamente, ci veniva voglia di farlo al Living». Un luogo da cui iniziare ma anche, appunto, riniziare. «Aveva la capienza giusta, il palco era bello, il suono buono giusto. E ti trattavano bene». Venire a sapere della chiusura è dunque stata dura. «Quando l’ho saputo mi è venuta malinconia. È come veder partire qualcuno che ci è caro. È il tipico locale che mancherà in Ticino, perché se è vero che ci sono nuove realtà, come il Living non c’è nulla. E questa è una cosa che mi spaventa. Per il Ticino sarà una perdita culturale enorme e spero che qualcuno colga l’occasione per trarre insegnamento da questa situazione, magari trovando delle nuove idee».

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