La natura, dimora da amare

AMBIENTE

Concepire l’uomo al centro di tutto ha ostacolato e intralcia tuttora l’azione contro il cambiamento climatico? O può invece rilanciare la protezione del nostro ecosistema? Ne parliamo con Stefano Prandi, direttore dell’Istituto di studi italiani

La natura, dimora da amare
I teloni protettivi posti sul ghiacciaio del Rodano, in Vallese. ©KEYSTONE/Urs Flueeler.

La natura, dimora da amare

I teloni protettivi posti sul ghiacciaio del Rodano, in Vallese. ©KEYSTONE/Urs Flueeler.

Di solito si tende ad affrontare il problema ambientale da una prospettiva scientifica. Stavolta proviamo invece a farlo in modo differente e forse non meno interessante, ovvero da un punto di vista più legato alle discipline umanistico-letterarie, insieme a Stefano Prandi, ordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società e Direttore dell’Istituto di studi italiani dell’USI.

Da «re in ascolto» a tiranno

Stiamo scontando un eccesso di umanesimo o, per meglio dire, di antropocentrismo? Forse abbiamo sbagliato a porre sempre e solo l’uomo al centro di tutto, e avremmo dovuto invece considerare centrale la natura. «Questo errore storicamente si è verificato», osserva Stefano Prandi, «ma se c’è una tendenza del pensiero fondata sulla consapevolezza dei propri limiti, questa è l’Umanesimo. Il testo che solitamente si cita a proposito della centralità dell’uomo nell’universo è l’‘‘Oratio de hominis dignitate’’ di Pico della Mirandola. Ebbene, in quest’opera è Dio stesso che, parlando all’uomo che ha appena creato, gli dice di non avergli dato una natura definita proprio perché potesse decidere in piena libertà se essere un animale selvaggio o una creatura celeste. L’uomo può imitare Dio proprio perché è un artefice, un essere dotato di un ingegno inventivo e creativo. Ma proprio per questo ha grandi responsabilità: avrebbe dovuto essere “un re in ascolto”, come ha scritto Calvino». E invece? «È stato il più delle volte un tiranno, che ha fatto ricorso alla sua intelligenza – soprattutto da quando è in possesso di una tecnologia incredibilmente potente – per sfruttare i suoi simili, gli animali e l’ambiente naturale per interessi economici. Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss ha mostrato bene quanti danni e sofferenze discendono dal “mito della dignità esclusiva della natura umana”: prima negando qualsiasi diritto agli altri esseri viventi, considerati solo un puro mezzo di sostentamento (secondo le statistiche della FAO, in tutto il mondo ogni anno vengono macellati circa 60 miliardi di animali, esclusi pesci e altri animali marini), poi addirittura discriminando gli uomini tra loro, ed emarginandone alcuni sulla base di pretese teorie scientifiche», prosegue Stefano Prandi. «Insomma, l’attribuzione di un privilegio assoluto alla condizione di appartenere alla razza umana porta sempre ad affermare che c’è qualcuno più umano di altri, e che tutte le altre creature viventi non hanno alcuna dignità. Ma, come ha scritto Annamaria Ortese, il pianeta in cui viviamo è “il primo dei valori, [...] da difendere in ogni momento. [...] Dovunque siano occhi che vi guardano con pace o paura, là vi è qualcosa di celeste, e bisogna onorarlo e difenderlo. So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere [...]. Tutto è uomo”. È questo il vero umanesimo in cui dobbiamo imparare a identificarci».

L’equivoco estetico

«Se poi si vuole comprendere più specificamente il ruolo che in tutto questo giocano la letteratura e le altre discipline umanistiche», continua Prandi, «si può fare riferimento a quanto affermato dal critico e scrittore Tzvetan Todorov, ovvero che i testi letterari non si limitano a “produrre un po’ più di bellezza nel mondo”, ma intendono sempre “parlarci del giusto e dell’ingiusto”. Sulla letteratura pesa ancor oggi quello che chiamerei un ‘equivoco estetico’: è vero che leggere è un’attività piacevole, ma ci propone anche modelli positivi o negativi sui quali si esercita la nostra capacità di giudizio. È da molti anni che la letteratura mondiale mette al centro il tema ambientale: pensiamo solo a un libro importante come ‘‘Underworld’’ di Don De Lillo (1997), in cui il sottosuolo è rappresentato dalle verità nascoste ai cittadini comuni e dai rifiuti tossici sotterrati. Questo legame tra ecologia e libertà negli anni è divenuto sempre più forte, perché è dalla circolazione delle informazioni corrette – e non inquinate dalle fake news – e dalla consapevolezza dei singoli che dipende il destino del nostro pianeta. Certo, come ha scritto Jonathan Safran Foer nel suo ‘‘Possiamo salvare il mondo prima di cena’’ (2019), il racconto della crisi ambientale non è impresa facile, perché avviene un piccolo passo alla volta, non ha eclatanti colpi di scena e non ci sono eroi da un lato e ‘cattivi’ dall’altro. La tendenza è quella di raccontare – pensiamo soprattutto a cinema e serie televisive – un grande disastro ecologico che avverrà nel futuro, e come sarà il mondo dopo di esso: ma il punto su cui porre attenzione è il presente, già oggi stiamo rendendoci responsabili di una situazione insostenibile. La data che fissa il limite della sostenibilità ambientale (Earth Overshoot Day) arriva sempre più in anticipo nel corso dell’anno. Come nella città di Leonia immaginata da Calvino, in cui ogni giorno si riacquistano beni di consumo nuovi fiammanti accumulando montagne di rifiuti sempre più imponenti, non ci chiediamo mai “dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai”: viviamo in una costante condizione di oblio e distrazione rispetto a questi temi, tranne forse molti giovani, più sensibili e responsabili di noi adulti. La letteratura combatte questo oblio, attraverso la finzione ci riporta, in qualche modo, alla realtà. E richiama con forza alla necessità di una reciproca alleanza, di quell’abbraccio tra gli uomini di cui parla Leopardi nella ‘‘Ginestra’’, che però non dovrà più considerare la natura come nemica, ma come dimora da amare e salvaguardare».

Fare le cose meglio o ripensarle completamente

L’informatica per ottimizzare e predire in ambito di rifiuti e rinnovabili, l’architettura per cambiare i nostri paradigmi in tema di energia

Un contributo significativo per l’ambiente può arrivare dall’ottimizzazione delle nostre azioni.

Dati per guardare lontano

«L’informatica è di grande aiuto in questo», osservano il professor Cesare Alippi e i ricercatori Alberto Ferrante e Slobodan Lukovic. «Pensiamo ai rifiuti, tema su cui siamo al lavoro in USI con un progetto dedicato in particolare a quelli ospedalieri. Raccogliere e analizzare dati su quanti scarti vengono prodotti, quando e dove, permette a livello operativo immediato di pianificare un ritiro ottimizzato, diminuendo i viaggi. Si tratta inoltre di dati utili anche per altre ottimizzazioni. Da menzionare poi il tracciamento automatico, che assicura che i rifiuti non siano dispersi nell’ambiente. Con riferimento all’energia, altro aspetto su cui lavoriamo in USI, la forte dipendenza dal nucleare, problema numero uno in Svizzera in tema, e dai combustibili fossili può essere contrastata solo con un’efficiente integrazione delle energie rinnovabili. La capacità dell’informatica di fornire predizioni accurate su produzione, consumo e immagazzinamento energetico è fondamentale per garantire un corretto funzionamento del sistema e la riduzione dell’uso di fonti tradizionali ».

La città, paesaggio energetico

L’ottimizzazione talvolta non basta e occorre un radicale ripensamento dei nostri paradigmi. «Questo è particolarmente urgente in architettura », indica Sascha Roesler, professore all’Accademia dell’USI. «L’energia, la cui produzione e consumo rappresenta uno dei maggiori fattori di inquinamento, è infatti ancora considerata una risorsa abbondante e a buon mercato per l’architettura, che da decenni si è concentrata al più sull’autosufficienza dei singoli edifici. Per una reale transizione energetica è invece necessario ragionare su scala urbana, considerando la città come un insieme dove tessuto edilizio, topografia, suolo, fonti idriche, spazi verdi e lo stesso clima sono approcciati nelle loro sinergie, in modo integrato, come potenziali risorse di un unico ‘‘ paesaggio energetico’’ in cui sistemi tecnologici e processi naturali diventano sempre più interconnessi ».

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