La truffa per i quadri della moglie

Processo

Dieci mesi sospesi a un anziano che, senza dirglielo, molto denaro di un’amica in una società d’arte piemontese che fallì poco dopo e che comprò le pitture della compagna dell’imputato

 La truffa per i quadri della moglie
©CDT/ARCHIVIO

La truffa per i quadri della moglie

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È una vicenda fumosa quella approdata dopo oltre dieci anni oggi di fronte alla Corte delle assise correzionali presieduta dalla giudice Francesca Verda Chiocchetti. Risale al periodo 2008-2010 e ha per oggetto la sottrazione, da parte di un oggi 78.enne italiano con un passato da promotore finanziario, di 340.000 euro dai conti svizzeri di una sua connazionale, amica di lunga data. Soldi che l’uomo ha prelevato all’insaputa della donna e ha investito in una società d’arte piemontese fallita poco dopo. Soldi di cui non vi è più traccia e che sono stati solo parzialmente rimborsati dall’imputato, che pure aveva attinto ai conti italiani della donna, per circa 900.000 euro (la vicenda in Italia si è chiusa in Appello dove è stata constatata la prescrizione del reato). Quasi due milioni di franchi svizzeri, considerato il cambio di allora.

Le accuse
L’uomo era accusato dal procuratore pubblico Andrea Gianini di truffa e falsità in documenti ripetuta, riciclaggio di denaro aggravato e appropriazione indebita. Dalle due ultime imputazioni la Corte - che l’ha condannato a dieci mesi sospesi per due anni e a rimborsare l’ex amica - l’ha prosciolto.

Movente fumoso
La parte fumosa della vicenda è: cosa aveva in mente di farne, di quei soldi, l’imputato? Lui ha sostenuto che era sua intenzione farli fruttare all’amica nel mercato dell’arte, di cui da un lato non era conoscitore e dall’altro considerava più remunerativo di altri in quel periodo di crisi finanziaria. C’è però da considerare che nel frattempo la società aveva acquistato dei quadri dipinti da sua moglie (circa a 800 euro a pezzo), che in quel periodo si trovava in una situazione di sconforto. Acquisti «che l’hanno gratificata», come ha detto l’imputato. Anche questo aspetto avrebbe dunque giocato un ruolo, cosa che non ha però convinto l’avvocato Luca Marcellini, patrocinatore della vittima: «È una motivazione talmente inspiegabile e assurda da essere offensiva: che per far vendere dei quadri alla moglie abbia immesso nella società due milioni di franchi lo va a raccontare da un’altra parte». Per l’avvocato di fiducia dell’uomo, Fabio Nicoli, la spiegazione è invece più semplice: un investimento sbagliato. «Non aveva intenzione di arrecare danno - ha detto. - Non poteva immaginare il fallimento. E non si è di certo arricchito egli stesso».

Alla fine per il 78.enne, che ammetteva di non aver informato la donna, è arrivata la condanna. La vittima, invece, ben difficilmente rivedrà i suoi soldi, essendo l’imputato oggi indigente.StF

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