Lo chiamano «il carcere», ma il verde arriverà

Lugano

Fa discutere l’impatto visivo del campus che SUPSI e USI hanno quasi finito di costruire a Viganello - LE FOTO

Lo chiamano «il carcere», ma il verde arriverà
Quasi finito, questione di settimane.  ©CDT/Gabriele Putzu

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Quasi finito, questione di settimane.  ©CDT/Gabriele Putzu

Lo chiamano «il carcere», ma il verde arriverà

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Lo chiamano «il carcere», ma il verde arriverà

Lo chiamano «il carcere», ma il verde arriverà

Dalla posa della prima pietra nell’ottobre di tre anni fa all’avvitamento dell’ultima lampadina entro il prossimo dicembre, insieme all’acqua del fiume Cassarate anche molte parole sono fluite attorno al nuovo campus universitario di Viganello. Parole che con l’avvicinarsi dell’apertura, prevista nel febbraio 2021, stanno diventando torrenziali. Sì. Questa realizzazione fa discutere. Non è passato inosservato, infatti, il messaggio pubblicato su Facebook dal consigliere comunale dei Verdi Nicola Schoenenberger, che ha definito il complesso «una montagna di cemento su una spianata d’asfalto. Un’altra occasione persa». Puntuali sono seguiti i commenti. Anche al vetriolo. Come questo, verde di rabbia: «Quando confondi educazione con rieducazione. Lugano è oramai un caso perso, una città vecchia gestita da vecchi per i vecchi». O dal tenore assai più conciliante: «La trovo una costruzione futurista che non merita la forzata discriminazione che fate, del tipo va tutto male. Il polo universitario di Lugano andrebbe accolto di buon grado».

Lo chiamano «il carcere», ma il verde arriverà

Parola al quartiere
Noi ci siamo allora recati sul posto, tra via Boscioro e via la Santa, e abbiamo colto al volo le impressioni dei passanti al cospetto del «diretto interessato». La prima reazione non lascia scampo: «Mi fa schifo» commenta un uomo di mezza età. Più ragionato il secondo parere: «Da sempre gli edifici pubblici si distinguono per un carattere ed un impatto evidenti. Sull’architettura si può sempre discutere, ma nell’insieme il progetto racconta qualcosa d’importante. In sintesi: riuscito». Uno a uno. Proseguiamo. Scusi signora, cosa dice del nuovo campus? «Quante finestre, e che spreco di cemento! Sembra un carcere!». «Io invece - dice un altro cittadino - non lo trovo male. Esteticamente può sembrare un ecomostro, mi piace però pensare al quartiere USI-SUPSI come ad un luogo futuristico, fresco ed internazionale». Con il susseguirsi dei passanti, i pareri sembrano andare nella direzione della somma zero. Umoristico il commento di un arzillo signore assai esperto in fatto di primavere: «Mica male. Ricordo quando qui c’era il Campari. Vorrà dire che gli studenti penseranno meno agli aperitivi e più a studiare». Già. Carcere o edificio futuristico che sia, qui convergeranno nuovi studenti che da dietro le finestre chiuse, magari, apriranno nuove vie, nuove visioni del mondo.

Gradoni stile foce
Alberto Petruzzella, presidente della SUPSI, incassa con fair play le critiche al campus, ma anche lui, anzi soprattutto lui, invita tutti ad esprimersi alla fine, quando saranno terminati anche i lavori di arredo. «Siamo in dirittura d’arrivo - fa sapere - Concluderemo nelle prossime settimane, poi cominceremo con i traslochi». Una parte del campus tuttavia rimarrà provvisoria ancora per un po’: l’area esterna lungo il fiume, dove si prevede di realizzare dei gradoni simili a quelli della foce creando un accesso all’acqua che oggi non c’è. Portato avanti dal Cantone insieme alla Città, il progetto non è stato molto pubblicizzato e non sappiamo in quali tempi potrebbe concretizzarsi. Attendono anche USI e SUPSI. «Su quel lato del campus intanto abbiamo cercato di fare qualcosa di pulito scegliendo l’asfalto - prosegue Petruzzella - È chiaro che non è bello, ma non avrebbe avuto senso spendere tanto per un assetto non definitivo». In generale, il presidente assicura che i nuovi spazi universitari, una volta completi e frequentati dagli studenti, faranno tutto un altro effetto. «Attorno agli edifici sono previste delle zone verdi, in particolare un prato fiorito che verrà falciato meno spetto rispetto a quelli tradizionali, per dare un po’ di colore. Sulla superficie aperta all’interno, invece, delle piante permetteranno di avere un’ombra naturale».

Un mezzo o un fine?
La superficie citata è l’agorà del campus, che sarà estesa più o meno come piazza della Riforma e aperta al pubblico, anche per eventi. La municipale Cristina Zanini Barzaghi l’ha definita «una spianata di pietra naturale» precisando che sarebbe stata migliore con più verde e ancora più ombra, soprattutto nella parte verso il bar.

Petruzzella spiega che la piazza è stata oggetto di molte riflessioni. «Siamo arrivati alla conclusione che fare un prato non aveva senso e abbiamo optato per la pietra naturale ticinese, che ci permetterà di usufruire di questo spazio mettendo sedie e tavoli e per gli eventi. Gli alberi comunque ci saranno e nella zona del bar, come riparo dal sole, avremo delle coperture. Evidentemente è un work in progress: vedremo come sarà realmente vissuta, se serviranno altri elementi li aggiungeremo» assicura il presidente, che comunque invita ad andare oltre gli aspetti materiali della struttura. «Non bisognerebbe guardare solo il cemento, ma il fatto che il nuovo campus è un’occasione per far vivere la città. L’edificio è il mezzo, non il fine. La sua architettura può piacere o no, ma non possiamo sdraiarci su un prato a discutere di filosofia come si faceva nell’antica Grecia: ci servivano degli spazi ed era inevitabile che fossero imponenti, vista la quantità di contenuti che devono ospitare. Senza dimenticare che le direttive per lo sviluppo chiedono di densificare le costruzioni andando verso l’alto. A me, comunque, il nuovo campus piace».

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In questo articolo:

  • 1 Giuliano Gasperi
  • 2 Marco Ortelli
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