Lo spacciatore agli inquirenti: «Grazie per avermi fermato»

Lugano

Due anni sospesi a un 41.enne a processo oggi che in tre anni ha venduto oltre un chilo di cocaina a diversi acquirenti della zona - L’ha fatto per finanziare il suo consumo, cominciato a causa di una depressione dovuta a una grave malattia - Gli è stato riconosciuto il sincero pentimento

Lo spacciatore agli inquirenti: «Grazie per avermi fermato»
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«Grazie. Grazie per avermi fermato». Queste sono state le prime parole pronunciate da un 41.enne svizzero di origine italiane alla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, in occasione del primo interrogatorio a suo carico a inizio 2019. Parole poi ripetute più volte, e ancora oggi in aula. L’uomo, residente nel Luganese, era sospettato di spaccio di cocaina. Sospetto confermato da lui stesso - è pienamente reo confesso - tanto che l’atto d’accusa è basato quasi esclusivamente sulle sue ammissioni. Il 41.enne, alla procuratrice, ha raccontato di aver spacciato in tre anni, soprattutto nel Luganese 1,2 chili di cocaina e 2,7 chili di marijuana e derivati, nonché di aver consumato - nello stesso periodo - circa un chilo di entrambe le sostanze. Ha anche ammesso di essersi, in «svariate occasioni», messo alla guida sotto l’influsso di stupefacenti.

Chi si mette a spacciare droga lo fa o per arricchirsi, o per finanziare il proprio consumo (delle volte, entrambi). Il 41.enne, a processo alle Assise criminali, lo ha fatto esclusivamente per il secondo motivo. La sua, tutto sommato, è una vicenda difficile. Soffre dalla nascita di una malattia ereditaria dagli effetti importanti, tanto che nel 2006 è stato costretto a smettere di lavorare e passare al beneficio dell’assistenza. «Ho cominciato a consumare per depressione - ha detto in aula. - Era l’unica via che vedevo per non pensare alla mia malattia e non subirne per un po’ gli effetti». Ed è per sostenere questo consumo che ha deciso di mettersi a spacciare: «I soldi non mi interessavano, l’ho fatto esclusivamente per finanziare la mia dipendenza».

Ed è qui che veniamo a quel «grazie» con cui abbiamo aperto la cronaca di questa vicenda: «Vedevo tutto nero - ha detto. - Ma ora che non uso più capisco di nuovo il senso della vita: vedo un futuro più bello e ampio». L’arresto, in altre parole, è stata la scossa che gli serviva per rimettere in carreggiata la propria vita. Un’affermazione che si sente spesso in aula, ma che stavolta è corroborata dai fatti. Il 41.enne non ha più ripreso a drogarsi dalla sua scarcerazione nel maggio 2019 (lo attestano i test tossicologici: alcuni, come ha riferito la sua legale d’ufficio Silvia Gianetta, fattigli a sorpresa dalla sorella, che ha comprato la strumentazione apposta), ha iniziato un percorso psicologico che - ha affermato - lo sta aiutando molto anche a venire a patti con la sua malattia, e ha sin da subito offerto ampia collaborazione agli inquirenti, tanto che ciò ha permesso di risalire al suo fornitore, il quale sarà a sua volta processato nelle prossime settimane.

Di tutto questo ha tenuto debito conto la Corte, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, che ha riconosciuto all’imputato l’attenuante del sincero pentimento e l’ha condannato a una pena di due anni, interamente sospesa per altrettanti, fiduciosa che si sia trattato «di un inciampo che non si ripeterà più», dato che dal suo agire «si è distanziato con i fatti e non solo con le parole». Inoltre, alla luce di questi progressi, la Corte ha ritenuto che una pena da espiare in carcere sarebbe stata «priva di senso e controproducente». Per questo risultato si è battuta anche l’avvocata Gianetta, mentre la procuratrice Lanzillo ha chiesto tre anni di carcere, di cui sei mesi da scontare. Ma, crediamo, date le circostanze anche lei non sarà stata particolarmente seccata dal non essere stata assecondata, tant’è che ha annunciato che non ricorrerà contro la decisione. Lanzillo che, nella sua requisitoria, ha comunque sottolineato che l’uomo ha «spacciato veramente tanta droga ed è diventato uno degli attori principali di questo traffico», mettendo di conseguenza potenzialmente in pericolo la vita di molte persone con il suo agire. E anche la Corte, malgrado le attenuanti, ha affermato che la colpa del 41.enne era da ritenersi grave.

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