«Lugano non è Londra né New York, a volte sembriamo dimenticarcene»

Negozi

Paolo Poretti lascia la presidenza della Società dei commercianti dopo 23 anni e ci racconta i cambiamenti, in una città che si è dovuta trasformare rapidamente non potendo più contare sui soldi delle banche: «Prima si viveva in una sorta di doping»

«Lugano non è Londra né New York, a volte sembriamo dimenticarcene»
©CDT/GABRIELE PUTZU

«Lugano non è Londra né New York, a volte sembriamo dimenticarcene»

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In ottomilatrecentonovantacinque giorni a Lugano, in Svizzera, in Europa e nel Mondo è successo di tutto. La firma dei bilaterali, l’introduzione dell’euro, l’arrivo di Internet nelle nostre case, l’11 settembre, la crisi del 2008, il ritorno di Apple, l’allentamento del segreto bancario, la nascita di Amazon e poi di Alibaba.com. Ora perfino la pandemia.

Paolo Poretti, da ottomilatrecentonovantacinque giorni alla testa della Società dei commercianti di Lugano, le ha viste tutte. Ha guidato l’associazione per 23 anni, in un periodo di cambiamenti epocali, e stasera passerà il testimone al suo successore. Un’occasione per parlare di come il mercato sia cambiato in questi due decenni. Si lavorava meglio 20 anni fa? «Ogni epoca - ci spiega Poretti - è diversa. Vent’anni fa probabilmente c’era chi affermava che era meglio vent’anni prima. Più facile? In un certo senso sì. Di sicuro c’erano più punti di riferimento e la grossa differenza rispetto ad allora non è tanto il cambiamento, quanto la velocità con cui esso avviene».

Paolo Poretti.
Paolo Poretti.

Cambiamenti imprevedibili, incontrollabili. Altri un po’ meno. Un virus che si sviluppa in un mercato di Wuhan in Cina e porta per mesi l’Occidente al lockdown, una banca che fallisce a Manhattan e dà il via alla crisi globale, un imprenditore come Jeff Bezos che si sveglia una mattina e scopre il modo di rivoluzionare l’e-commerce. Per Poretti il grande cambiamento è però rappresentato dall’allentamento del segreto bancario. «Per 40 o 50 anni a Lugano si è vissuto in una sorta di doping commerciale. I clienti delle banche (ma anche gli stessi dipendenti delle banche) portavano soldi e facevano acquisti sviluppando un mercato che dipendeva dall’esterno. Un mercato che con la sola clientela indigena non avrebbe mai retto». E che ha portato marche, brand, che nella piccola Lugano (aveva 29.000 abitanti) non sarebbero mai arrivate. Sulle grandi catene internazionali si apre poi un discorso infinito. «Hanno fatto grande via Nassa e fondamentalmente è stato un bene, perché hanno dato prestigio a Lugano». Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. «Via Nassa è sempre stato un luogo prestigioso, ma un tempo era probabilmente più accessibile al pubblico locale. Oggi è più esclusiva». E oggi, appunto, più di un tempo i commerci devono fare affidamento al pubblico autoctono. «A Lugano e in Ticino, in generale, a volte perdiamo di vista le nostre dimensioni. Mi fa specie quando come termine di paragone citiamo New York, Londra o Milano, dimenticando che sulla strada di una città di quelle dimensioni transitano in un giorno i potenziali clienti che a Lugano passano in dieci anni».

«Si è sempre in ritardo»

I grandi cambiamenti ci sono stati. Ma, chiediamo, in generale i commercianti hanno reagito in tempo? «Credo fondamentalmente di sì. Perlomeno hanno fatto quel che hanno potuto. Senza dimenticare che a volte non è la bravura a determinarne il successo. Ci son prodotti che, per un motivo o per l’altro, smettono di essere venduti. E la difficoltà risiede proprio in quanto dicevo prima. Nella velocità dei cambiamenti. Per quanto noi commercianti tentiamo di trovare soluzioni, pur sapendo che di bacchette magiche non ce ne sono, quando troviamo la quadratura del cerchio è probabile che si sia già presentato un nuovo fattore che stravolge la situazione». E se gli addetti ai lavori fanno fatica a stare al passo con i tempi, la politica ha tempi ancora più lunghi. «È inevitabile, anche se lasciatemi dire che i rapporti ultimamente con la Città sono molto buoni».

L’indotto che si volatilizza

Negli ultimi anni, a complicare la situazione ci si è messo l’e-commerce (e il fatto che quelli che un tempo, per i negozi, erano semplici fornitori, ora sono diventati anche concorrenti). «A preoccuparmi - continua Poretti - non è tanto l’atto dell’acquisto online in sé, ma il fatto che l’indotto da esso generato non resti sul territorio. Questa è una cosa che andrebbe regolamentata».

«Ho imparato molto»

La domanda è di rito. Come mai lasciare la presidenza dopo 23 anni? «È un po’ che ci pensavo. Ventitré anni sono molti e non mi piacciono le cariche a vita. Credo che sia giunta l’ora di un cambio generazionale. Di idee nuove. Sono stati anni molto piacevoli e ho imparato molto». Chiudiamo con una domanda a bruciapelo. È vero che i commercianti - in qualsiasi parte del mondo - si lamentano sempre e non sono mai contenti? «Non credo (sorride, ndr) che si lamentino più di altre categorie professionali. I commercianti sono imprenditori ed è normale che puntino sempre a crescere e a migliorare».

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