«Ma quale terrorismo, è una vendetta dei servizi segreti»

Il caso

Samir Radouan Jelassi, imam della moschea di Viganello, risponde alle accuse della SEM: «Ho sempre denunciato gli islamisti radicali e spinto la mia comunità all’integrazione» - FOTO e VIDEO

«Ma quale terrorismo, è una vendetta dei servizi segreti»
©CdT/Gabriele Putzu

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È un caso estremamente delicato e i sospetti, anche se mai provati, anche se mai sfociati in una condanna e anche se sempre contestati giuridicamente dal diretto interessato, sono di quelli che restano attaccati per sempre. Nel maggio del 2014 l’imam della moschea di Viganello Samir Radouan Jelassi chiede e ottiene a Lugano la cittadinanza elvetica. Quattro anni dopo, il 14 settembre 2018, la SEM (la Segreteria di Stato della migrazione) annulla la naturalizzazione basandosi su un preavviso negativo dei servizi segreti. È da tempo che il SIC, il Servizio delle attività informative della Confederazione, monitora quanto accade in via Boscioro temendo che la moschea sia diventata un luogo di radicalizzazione. Questo sapendo per esempio che due giovani che frequentavano la moschea erano già partiti come foreign fighters in Iraq e in Siria, trovando la morte mentre combattevano a fianco dei jihadisti. E i servizi segreti sono convinti che l’imam, descritto da più parti come «tra i più moderati d’Europa», sia in qualche modo coinvolto.

Accuse pesanti
Una tesi fortemente contestata da Jelassi, che presenta al Ministero pubblico della Confederazione una denuncia, contro «ignoti funzionari dell’Amministrazione federale», per diffamazione, calunnia, ingiuria. Ma la denuncia cade nel vuoto visto che il Ministero pubblico della Confederazione decide per un non luogo a procedere. Decreto confermato negli scorsi giorni dal Tribunale penale federale. E proprio questa sentenza indica, nero su bianco, i sospetti (mai comunque sfociati in un procedimento penale) che l’intelligence nutriva nei confronti della guida spirituale dei musulmani luganesi.

Contatti sotto la lente
«Sono emersi indizi concreti – sottolinea la SEM in una lettera datata 3 novembre 2017 e inviata proprio all’imam – che dimostrano un suo presumibile coinvolgimento nell’ambito del terrorismo islamico. In particolare lei intratterrebbe dei legami con islamisti radicali o con persone sospettate di partecipare ad attività legate al terrorismo. Egli stesso avrebbe affermato di aver casualmente incontrato, in Arabia Saudita, un personaggio che secondo quanto sarebbe poi emerso, apparterrebbe alla jihad islamica. Risulta inoltre che alcuni membri della Lega dei Musulmani in Ticino, così come alcuni visitatori della moschea, si sarebbero radicalizzati divenendo combattenti della jihad». Ma non è tutto. «Va inoltre rilevata - sottolinea la SEM - una mancanza di cooperazione nell’ambito delle inchieste antiterrorismo durante le quali lei è stato sentito in qualità di persona informata sui fatti. Quanto affermato durante alcuni interrogatori risulta contraddittorio e poco verosimile. Ha sostenuto ad esempio di non intrattenere contatti e di non conoscere i finanziatori della moschea e ha aggiunto di non ricevere alcun finanziamento estero. Riteniamo tali affermazioni poco attendibili, specialmente in considerazione del ruolo centrale che riveste all’interno della moschea».

«Gioca due ruoli»
L’imam contesta anche le dichiarazioni fatte sul suo conto dagli 007 elvetici (e di cui riferisce la SEM). «È stato interrogato più volte e non è mai sembrato cooperativo o trasparente. Il suo comportamento era piuttosto diffidente e le sue timide risposte riguardanti le reti islamiche attive nella moschea davano l’impressione di voler nascondere qualcosa. A causa delle sue dichiarazioni evasive non abbiamo avuto un quadro chiaro del suo ruolo nei circoli islamisti attivi nella moschea (...) e i sospetti esistenti non possono essere invalidati». Una tesi questa che Giorgio Ghiringhelli aveva già avanzato nel 2015 . «Tali valutazioni - sottolinea il Tribunale federale - sebbene non apparse sufficienti per il MPC per aprire un fascicolo penale, hanno piena pertinenza a livello amministrativo e si basano su elementi concreti e rientrano nei compiti di raccolta di informazioni del SIC al fine di garantire la sicurezza della Svizzera».

Sicurezza nazionale
Ma le frasi più forti si possono leggere nella decisione con cui, il 14 settembre 2018, la SEM comunica a Jelassi la decisione di non concedere la naturalizzazione. «Riteniamo che l’interessato costituisca una compromissione duratura della sicurezza interna ed esterna della Svizzera e ciò specialmente a fronte del suo ruolo pubblico e in particolare della sua funzione di imam». Poi ecco la bordata. «È in effetti grazie al suo ruolo di guida spirituale che si instaura un rapporto di fiducia e devozione con i suoi fedeli, rendendo gli stessi facilmente influenzabili». La SEM temeva dunque che l’imam «svolgesse, in realtà, una funzione di doppio ruolo con lo scopo finale di intrattenere delle relazioni, in Svizzera e all’estero, con persone in corso di radicalizzazione, già radicalizzate o che sono divenute combattenti della jihad». Accuse pesanti, che l’imam e i suoi avvocati hanno sempre contestato. Ma contro cui, stando alla SEM, l’imam «non ha sollevato a tal proposito delle contestazioni valide». Accuse che l’imam ha voluto ribattere punto su punto incontrando la stampa.

«Questa è una vendetta dei servizi segreti»

Il religioso parla apertamente di odissea giudiziaria, da cui non riesce a uscire - «Prima mi accusano, poi si rifiutano di fornire le prove di quel che dicono e scrivono» - E tra le righe lascia intendere di aver collaborato in passato con l’antiterrorismo

Accuse, quelle rivolte all’imam dalla SEM_e dai servizi d’intelligence, che Jelassi non può accettare (per questo aveva, senza successo, presentato una denuncia per diffamazione). Ieri il religioso - accompagnato dal suo legale, l’avvocato Paolo Bernasconi - ha incontrato la stampa per ribattere punto su punto. «Questa - ha sottolineato - è una vera odissea giudiziaria da cui non riesco a uscire. I servizi d’intelligence mi accusano di aver legami con il terrorismo, ma senza portare prove. Come faccio a difendermi se oltretutto si rifiutano di riferire su quali basi poggiano queste accuse?». Perché nei confronti di Jelassi, questo è doveroso ricordarlo, non c’è alcun procedimento aperto da parte del Ministero pubblico.

Dalla Tunisia all’Europa
Jelassi, nato in Tunisia nel 1969, ha anzitutto ricordato il suo passato. «Mio padre - ha spiegato - è tra i fondatori della moderna Tunisia e ha subito due attentati. Io stesso sono stato torturato dalla polizia politica». Poi a 18 anni l’arrivo in Francia, dove studia (prima giurisprudenza, poi teologia) e ottiene la cittadinanza. «Da quando sono in Svizzera e in Ticino - ha spiegato - ho sempre lavorato, sul piano comunale, cantonale e federale in favore dell’integrazione e del dialogo interreligioso. Sono tutto meno che un terrorista». E, tra le righe, ha lasciato intendere di aver collaborato in passato con l’intelligence e l’antiterrorismo.

La sua moschea sotto la lente
È pur vero però, facciamo notare, che due giovani che frequentavano la sua moschea (un ventiseienne ticinese di Molino Nuovo e Oussama Khachia, trentenne di origine marocchina espulso dall’Italia) sono poi partiti per combattere a fianco dei miliziani dell’Isis (morendo in Siria e in Iraq). Ed è vero pure che - stando al Ministero pubblico della Confederazione - almeno altre sei persone nel Luganese erano sotto controllo in quel periodo (tra il 2015 e il 2018) per aver espresso opinioni vicine al jihadismo. «Siamo stati noi della moschea - ha risposto Jelassi - a segnalare al Ministero pubblico il fatto che il giovane di Molino Nuovo si era radicalizzato, tra l’altro non in moschea. E su richiesta di suo padre ho tentato di dissuaderlo. Oussama invece a Viganello si è visto pochissimo e anche a lui ho detto che non doveva creare problemi e che doveva essere grato alla Svizzera».

L’incontro alla Mecca
L’imam è stato «accusato» di aver incontrato, in Arabia Saudita, proprio Oussama Khachia. «L’ho incrociato per caso, quando ancora non era stato espulso dall’Italia, alla Mecca durante un pellegrinaggio. Per 5 minuti e all’aperto. Lui ha fatto una foto ed ecco che per i servizi d’intelligence noi intrattenevamo un rapporto. Non è così».

I finanziamenti
Ma all’imam viene anche mosso il rimprovero di essere stato vago nelle sue spiegazioni sui finanziamenti alla moschea. «Io faccio formalmente parte della Lega dei musulmani in Ticino (l’associazione che gestisce la moschea, ndr) solo da quest’anno. Prima ero solo l’imam. Quel che ho capito è che i servizi volevano da me una lista dei frequentatori della moschea, e non mi sembrava giusto. Per questo me la stanno facendo pagare». Ma per Jelassi c’è di più. «Solo in seguito ho realizzato che stavano cercando i finanziamenti dal Qatar». Il riferimento è ai famosi «Qatar papers» (ne abbiamo parlato il 17 aprile). Una controversa associazione del Qatar voleva far affluire 1,7 milioni di franchi a Lugano per un Centro culturale islamico. Soldi diretti però non alla Lega dei musulmani, ma a un’altra associazione (la Comunità islamica nel Cantone Ticino), nota per i tentativi di realizzare una moschea in via Monte Boglia e vicina ai Fratelli musulmani. «Quei soldi non sono arrivati da noi. Noi dall’estero non riceviamo nulla».

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