«Mio figlio malato nel degrado della pensione La Santa»

Il caso

Parla la mamma di un giovane affetto da disturbo psichiatrico e dipendenza da sostanze collocato nella struttura: «Avevo paura per lui, nessuno deve vivere così» - Il direttore medico dell’OSC: «Non fa parte del progetto terapeutico ma può capitare»

«Mio figlio malato nel degrado della pensione La Santa»
Dopo l’incendio del 28 dicembre, la struttura di via Merlina è vuota in attesa della chiusura definitiva il 15 gennaio. © CdT/ Chiara Zocchetti

«Mio figlio malato nel degrado della pensione La Santa»

Dopo l’incendio del 28 dicembre, la struttura di via Merlina è vuota in attesa della chiusura definitiva il 15 gennaio. © CdT/ Chiara Zocchetti

«Mio figlio malato nel degrado della pensione La Santa»
© CdT/ Chiara Zocchetti

«Mio figlio malato nel degrado della pensione La Santa»

© CdT/ Chiara Zocchetti

«Quando ho saputo cos’era successo alla pensione La Santa non ho dormito tutta la notte. La prima cosa che ho pensato? Che è dovuto succedere qualcosa di brutto perché la situazione di disagio venisse a galla». A parlare è Anna (nome di fantasia, la sua identità è nota alla redazione), luganese che ha deciso di raccontare la sua storia alla luce di quanto emerso sulla questione dei collocamenti alla pensione di Viganello dopo l’omicidio del 35.enne Matteo Cantoreggi, lo scorso 17 dicembre. Quella pensione Anna la conosce bene. Ci è stato suo figlio Luca per diversi mesi, posteggiato lì come un oggetto in un tira e molla tra cliniche psichiatriche e centri di recupero che dura da ormai sei anni. È infatti il 2014 quando a Luca viene riscontrata una doppia diagnosi, ovvero un disturbo psichiatrico associato al consumo di sostanze stupefacenti. I medici gli consigliano di farsi aiutare in una clinica specializzata ma «lui non ne voleva sapere, è un suo diritto visto la maggiore età; – racconta Anna – allora mi sono rivolta all’Autorità regionale di protezione (ARP) ma, visto che secondo loro non c’era pericolo, nessuno è intervenuto» (la competenza per ordinare un ricovero a scopo di assistenza spetta infatti all’ARP, ndr.).

La frustrazione mi accompagna sempre, da anni. Non posso aiutare mio figlio come vorrei, ma non si può lasciare una persona vivere in quel modo.

«La situazione è peggiorata: mio figlio ha iniziato a non uscire più di casa e a parlare da solo, volevo farlo ricoverare ma senza il suo consenso avevo le mani legate. Poi un giorno mi ha aggredita: solo allora si è deciso per un ricovero coatto alla Clinica psichiatrica cantonale (CPC) di Mendrisio. Come genitore avevo le mani legate perché nella sua mente ero io che l’avevo fatto rinchiudere, – racconta Anna visibilmente scossa - lui non voleva neanche che sapessi come stava. Mi sono scontrata con un sistema poco accorto nei confronti di famiglie che già si trovano in una brutta situazione». In seguito, il ragazzo viene spostato nella clinica psichiatrica Santa Croce di Orselina, dove gli diagnosticano uno scompenso psicotico. «Poi è tornato a casa e ha avuto un episodio violento, era completamente disconnesso dalla realtà – continua la madre – e allora è stato ricoverato nuovamente al CPC». In mezzo a questo susseguirsi di dentro e fuori dalle cliniche, vi è anche il tentativo, non riuscito, di una presa a carico lavorativa.

Al posto della pensione sorgerà uno stabile residenziale di sette piani destinato a studenti universitari in vista del nuovo campus USI-SUPSI. © CdT/ Chiara Zocchetti
Al posto della pensione sorgerà uno stabile residenziale di sette piani destinato a studenti universitari in vista del nuovo campus USI-SUPSI. © CdT/ Chiara Zocchetti

Dopo un altro ricovero al CPC, l’anno scorso il giovane viene collocato dall’Assicurazione invalidità prima in un hotel di Lugano e poi alla pensione La Santa.

La finestra della stanza era rotta, la porta doveva essere chiusa con un lucchetto, mio figlio dormiva su un materasso lercio e c’erano persino gli scarafaggi.

«Mi hanno detto che la cassa malati non copriva oltre le spese della clinica». A Viganello viene seguito dagli infermieri ma – ci dice la mamma – «è chiaro che in una struttura del genere per lui era facile non farsi trovare. Spesso non si rendeva conto di aver bisogno delle medicine». Alla pensione Luca «rimaneva sempre chiuso in camera, la finestra della stanza era rotta, la porta doveva essere chiusa con un lucchetto, dormiva su un materasso lercio. C’erano persino gli scarafaggi – continua Anna – e nella situazione in cui era Luca non poteva provvedere a se stesso. Io ci provavo ma non sempre ci riuscivo». Nelle parole di Anna si percepisce la frustrazione di una madre che si sente impotente di fronte al disagio del figlio. «La frustrazione di quel periodo mi accompagna sempre, da anni. Non posso aiutare mio figlio come vorrei, ma non si può lasciare una persona vivere in quel modo. E lì certo non aiutava il fatto che la droga era facilmente reperibile. Quando mio figlio era lì avevo molta paura per lui, – continua con la voce rotta dal pianto – sono situazioni difficili da capire per chi non le vive». Ma allora perché ci è rimasto ben cinque mesi? «Non capiva che aveva bisogno di essere collocato in una struttura chiusa e il nostro sistema mi è sembrato incapace, negli anni, di assicurare a una persona come mio figlio un’assistenza come si deve».

La scelta di proporre una pensione o un hotel come soluzione abitativa non è dovuta alla malattia psichiatrica ma piuttosto alla situazione sociale e finanziaria della persona.

Per capire se il collocamento di persone affette da malattia psichiatrica in strutture come pensioni e hotel sia una prassi comune e perché avvenga, ci siamo rivolti al dottor Rafael Traber, direttore medico dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC). «Un collocamento di questo tipo - spiega - non fa parte del progetto terapeutico dell’OSC, ma questo non vuol dire che i servizi ambulatoriali dell'OSC non seguono anche pazienti che vivono in pensioni in mancanza di soluzioni abitative alternative. Noi non incoraggiamo questo tipo di soluzione abitativa perché non lo riteniamo favorevole alla guarigione. Una volta dimessa dalla clinica psichiatrica, la maggior parte delle persone torna dunque a vivere nella propria casa o famiglia. Solo poche persone hanno bisogno di un collocamento in un foyer dopo un ricovero in CPC. La scelta di proporre una pensione o un hotel come soluzione abitativa da parte dei curatori o dei servizi sociali dei comuni - conclude Traber - non è dovuta alla malattia psichiatrica ma piuttosto alla situazione sociale e finanziaria della persona».

Secondo Anna, «le sistemazioni nelle pensioni o in altre strutture simili mettono in pericolo la persona malata». Nel caso di Luca, conclude amareggiata, «il degrado psichico e personale nel quale lui si è trovato durante il soggiorno in quei luoghi, unito al consumo di sostanze, gli ha provocato scompensi psichici permanenti, aggravando la malattia».

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