Processo

«Nel cantiere AlpTransit sfiorata una tragedia»

Nel 2016 un operaio rimase ustionato nella galleria di base del Ceneri - Condannati per lesioni colpose gravi un caposquadra e un capocantiere

«Nel cantiere AlpTransit sfiorata una tragedia»
(archivio CdT)

«Nel cantiere AlpTransit sfiorata una tragedia»

(archivio CdT)

LUGANO - «In quei giorni il cantiere era caratterizzato dal disordine, da uno scambio di informazioni non efficace, da malintesi». A parlare è il giudice della Pretura penale Siro Quadri e «il cantiere» non è uno qualsiasi, bensì uno tra i più importanti tra quelli aperti nel Luganese negli ultimi anni: AlpTransit. Con queste parole, pronunciate ieri in aula, Quadri ha condannato a pene pecuniarie sospese per lesioni colpose gravi e violazione delle regole dell’arte edilizia per negligenza un capocantiere 50.enne e un caposquadra 39.enne, entrambi italiani soggiornanti al villaggio ATG di Sigirino. I fatti risalgono al luglio 2016 nel cantiere per la galleria di base del Monte Ceneri, quando un operaio rimase ferito in modo serio perché un tubo dell’aria compressa che stava smontando esplose, causandogli tra l’altro ustioni di secondo grado a metà del volto e agli avambracci. «Si è trattato di una tragedia sfiorata» ha detto il giudice, che ha sposato la tesi dell’accusa, promossa dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli, secondo cui il capocantiere (difeso dall’avvocato Luca Trisconi) non avrebbe comunicato al caposquadra e agli operai un cambiamento nella prassi di svuotamento dei tubi dall’aria compressa. Il caposquadra (difeso dall’avvocato Luca Taddei) non si sarebbe invece assicurato che l’aria compressa fosse stata scaricata dagli operai a ciò delegati. L’operaio ferito, infatti, non avrebbe dovuto compiere quel lavoro: non era una sua mansione. «La catena delle deleghe non ha funzionato – ha spiegato Quadri – e l’operaio si è trovato a lavorare nel posto sbagliato: c’è stato un cambio di prassi molto pericoloso che ha messo in pericolo il cantiere e che, probabilmente, vigeva da un po’. Quell’incidente – ha aggiunto con tono perentorio – si poteva evitare». Il giudice ha ritenuto credibile la versione della vittima, nonostante in una prima fase si fosse auto accusata per non mettere nei guai i suoi capi. L’operaio non poteva smontare quel tubo e non sapeva che fosse sotto pressione: la colpa è quindi dei superiori, che avrebbero dovuto trasmettere gli ordini in maniera sicura ed efficace. «In un cantiere la catena delle deleghe deve sempre esistere», aveva detto la procuratrice pubblica durante il processo che ha avuto luogo la settimana scorsa. Il giudice ha confermato quindi il decreto d’accusa così come le pene: 80 aliquote giornaliere da 200 franchi sospese per due anni nei confronti del capocantiere 50.enne e 70 aliquote da 180 franchi sospese per due anni nei confronti del caposquadra 39.enne. La difesa, invece, chiedeva l’assoluzione dei due sostenendo che non c’era stato nessun cambiamento di prassi e anche se fosse non avrebbe impedito l’incidente.

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