Pronti a colpire ancora

Rapina a Molinazzo

Chiesti fino a cinque anni di carcere per la banda che nel luglio 2019 assaltò un portavalori carico d’oro scappando poi in Italia con a bordo l’autista del veicolo - Stavano pianificando un altro attacco

 Pronti a colpire ancora
Per un anno le ricerche sono state infruttuose. ©RESCUE MEDIA

Pronti a colpire ancora

Per un anno le ricerche sono state infruttuose. ©RESCUE MEDIA

(Aggiornato alle 19.42) Sventando la pianificazione di un assalto a un portavalori carico d’oro nel Mendrisiotto nell’ottobre 2019, gli inquirenti sono finiti anche con il mettere le mani sulla banda che il 5 luglio 2019 aveva portato a termine la rapina da oltre tre milioni di franchi ai danni di un portavalori a Molinazzo di Monteggio. Dei principali responsabili del colpo cinque, sebbene identificati, sono ancora latitanti, ma tre - tutti pregiudicati italiani di 46 rispettivamente 63 e 40 anni – ieri sono comparsi davanti alla Corte delle assise criminali di Lugano presieduta dalla giudice Francesca Verda Chiocchetti per rispondere di una lunga lista di reati: rapina aggravata, atti preparatori a rapina associata a banda, sequestro di persona e rapimento.

Tutto ha avuto inizio attorno alle 9 di mattina di quel 5 luglio davanti alla banca Raiffeisen di Molinazzo quando il conducente di un furgone blindato si era trovato davanti quattro uomini mentre stava caricando il veicolo. Uno l’aveva minacciato con una pistola (che secondo uno degli imputati era un giocattolo e che non è mai stata ritrovata): la vittima aveva reagito e ne era sorta una colluttazione durante la quale un secondo uomo aveva preso il controllo del veicolo portavalori. La banda era quindi fuggita con più veicoli compreso lo stesso portavalori, sul quale era stato caricato a forza anche l’autista a cui era stata sottratta l’arma d’ordinanza (pure mai trovata). L’incubo del conducente era poi finito oltre la frontiera nel comune di Arcisate, dove i rapinatori lo avevano lasciato a poca distanza dal furgone poi dato alle fiamme. Erano quindi riusciti a sfondare le cassette contenenti il denaro, ma l’operazione era stata «disturbata» dall’arrivo dei Carabinieri, che li aveva costretti a darsi alla fuga con il bottino (o parte dello stesso) riuscendo a far perdere le loro tracce. La loro latitanza era durata un anno, poi il 46.enne - l’unico reo confesso del gruppo - era stato individuato mentre con altri stava pianificando una nuova rapina in Ticino, il 63.enne era stato arrestato in Polonia e poi estradato, e il 40.enne si era costituito spontaneamente.

«Sono pericolosi»

Gli elementi raccolti nel corso dell’inchiesta condotta dalla Polizia cantonale e dai Carabinieri di Varese, per la procuratrice pubblica Marisa Alfier indicano che il terzetto ha preso materialmente parte alla rapina, partecipando personalmente e direttamente all’organizzazione e all’attuazione del colpo. Ci sono filmati, dichiarazioni, tabulati telefonici che dimostrano che i loro continui spostamenti a cavallo del confine non erano casuali. C’è un’attenta pianificazione con puntuali sopralluoghi, veicoli e targhe rubate, un’arma, un disturbatore di frequenze per impedire la localizzazione del portavalori nonché strumenti per aprire le valigette contenenti il denaro. Senza dimenticare che si era preso in considerazione anche il rapimento dell’autista del portavalori. Che dire poi delle armi mai più trovate e dei 3 milioni spariti: a questo proposito l’accusa non ha creduto al 46.enne quando sostiene che il grosso dei soldi è stato bruciato perché rovinato dall’inchiostro contenuto nelle valigette. Per la procuratrice la colpa dei tre è grave e siamo in presenza di una banda pericolosa, formata da pregiudicati (uno dei quali con addirittura una condanna per omicidio alle spalle) che pianificano tutto con accuratezza, che usano armi e che arrivano a rapire una persona per raggiungere i loro scopi e che, con altrettanta accuratezza, appena tre mesi dopo, stavano preparando un secondo colpo fortunatamente non portato a termine. Proprio per questo Alfier ha proposto pene da un massimo di 5 anni di carcere per il 46.enne a un minimo di 4 anni e 6 mesi per gli altri due, e 15 anni di espulsione per tutti.

«Sprovveduti fortunati»

Ma davvero si può parlare di una banda pericolosa? Oppure si tratta di sprovveduti male assortiti, più fortunati che abili? I difensori dei tre si sono detti di questo ultimo avviso, e ciò alla luce di una pianificazione del colpo che faceva acqua un po’ da tutte le parti, colpo riuscito solo per una serie di fortunate coincidenze. Per gli avvocati Maria Galliani, Mattia Bordignon e Yasar Ravi i tre imputati hanno rivestito solo ruoli minori nell’operazione e vanno prosciolti dalle accuse principali. A carico del 40.enne, ad esempio, sono emersi molti elementi che lo collocherebbero sul luogo della rapina, ma che non possono essere ritenuti indizianti della sua partecipazione effettiva: si tratta solo di deduzioni degli inquirenti, non di certezze. Il 63.enne si sarebbe limitato a procurare un’auto ignorando che la stessa fosse rubata. E se è vero che per entrambi c’è una chiamata in correità da parte del 46.enne, è altrettanto vero – hanno ribadito gli avvocati Galliani e Bordignon – che quest’ultimo non è mai stato molto lineare e anche la pubblica accusa non ha creduto a certe sue affermazioni. In ogni caso, ha ricordato il suo difensore, l’avvocato Ravi, il 46.enne è l’unico che ha ammesso le proprie responsabilità, si è pentito e ha collaborato pienamente con gli inquirenti. Per lui ha chiesto un massimo di 3 anni e 6 mesi di detenzione. La sentenza è attesa oggi pomeriggio.

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