Quel ristorante di Lugano in cui iniziò la Guerra fredda

Storia

Il 3 marzo di 75 anni fa, in una sala del Grand Café al Porto, agenti segreti davano il via all’operazione Sunrise - Accelerò la fine della guerra in Italia, ma per alcuni storici contribuì a esacerbare i rapporti tra USA e URSS - Per due giorni si potranno visitare i luoghi che hanno fatto la storia

Quel ristorante di Lugano in cui iniziò la Guerra fredda

Quel ristorante di Lugano in cui iniziò la Guerra fredda

È possibile che la Guerra fredda sia iniziata esattamente settantacinque anni fa - il 3 marzo 1945 - nella sala del cenacolo fiorentino del Grand Café al Porto di Lugano? Sembra una provocazione, un’esagerazione, ma diversi storici (per esempio la tedesca Kerstin von Lingen, autrice nel 2015 del volume Allen Dulles, l’OSS e i criminali di guerra nazisti) sembrano concordare sul fatto che l’operazione Sunrise contribuì a peggiorare notevolmente i rapporti tra alleati e Unione Sovietica e a far credere a Stalin che gli Stati Uniti stessero preparando una pace separata con la Germania, in barba all’accordo di Casablanca (del 1943), per poi iniziare un conflitto con l’URSS.

A tavola con il capo della CIA
Ma veniamo ai fatti. È come detto il 3 marzo di esattamente 75 anni fa e seduti a un tavolo del Gran Café al Porto - all’epoca Ristorante Bianchi - si trovano in gran segreto due ufficiali tedeschi delle SS (Eugen Dollmann e Guido Zimmer), il barone italiano Luigi Parrilli, un agente dei servizi segreti americani (Paul Blum) e due agenti svizzeri: il maggiore Max Waibel e il dottor Max Husmann. Seduti a quel tavolo - in una Lugano che pullula di spie - discutono la resa dell’esercito tedesco nel Nord Italia. È, appunto, l’inizio dell’operazione Sunrise («Alba»). Tutti sanno che la Germania - attaccata a Est dall’Armata rossa e da Ovest e Sud dagli anglo-americani - perderà la guerra. Occorre solo capire come e quando. Blum risponde ad Allen Dulles (responsabile dell’intelligence americana in Europa e poi, dal 1953, direttore della CIA), Dollmann al generale Karl Wolff, plenipotenziario militare in Italia. Cosa hanno da offrire i tedeschi? La resa dei loro 800.000 soldati ancora stanziati in Italia e la garanzia di non applicare le volontà di Adolf Hitler, che aveva ordinato la strategia della «terra bruciata» e, dunque, della distruzione completa del sistema industriale del Nord Italia.

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Luci e ombre
È però possibile - questa per esempio è la tesi di von Lingen - che l’operazione Sunrise sia servita a Wolff a evitare di finire imputato al processo di Norimberga (verrà processato solo nel 1962 e condannato a 15 anni, scarcerato dopo 6, per la deportazione di 300.000 ebrei verso il campo di Treblinka).

Il coinvolgimento elvetico
Ma come mai la neutrale Svizzera si è prestata a un’operazione di questo tipo? Un’operazione che ancora oggi non è del tutto stata chiarita? Ufficialmente Waibel - lo afferma lui stesso nella sua biografia - ha agito da solo e senza informare il Consiglio federale. «In quei giorni – scrive l’ufficiale nelle sue memorie – ho capito che è molto più facile iniziare una guerra che concluderla». Voleva evitare all’Italia ulteriori e inutili ferite e contribuire a una rapida conclusione del conflitto («Il 23 aprile, quando i plenipotenziari tedeschi arrivarono in Svizzera per presentare la resa gli alleati stavano ancora a sud del Po. Quanto sangue si sarebbero potute evitare se non avessero più dovuto sferrare l’attacco a nord del fiume»). E, probabilmente, anche dimostrare qualcosa agli alleati. Il ruolo di Waibel infatti non era solo quello di mediatore. Il 19 marzo organizza addirittura una spedizione armata (in cui prende parte anche un agente ticinese) a Cernobbio proprio per liberare Wolff, nel frattempo arrestato dai partigiani.

L’ira di Mosca
Per la sua partecipazione all’operazione Waibel venne redarguito dalla Confederazione (ma poi nominato addetto militare a Washington). Berna poteva infatti venir accusata di non aver rispettato la neutralità. Non a caso il 7 aprile 1945 Stalin, in una lettera a Roosevelt, chiese di bloccare ogni trattativa di pace in corso in Svizzera. Il Cremlino temeva appunto che si stesse elaborando una pace separata e che questa avrebbe permesso ai tedeschi di trasferire truppe a Est da opporre all’Armata Rossa. Secondo lo storico Stephen P. Halbrook, Stalin sabotò l’operazione Sunrise poiché temeva che la resa delle truppe tedesche in Italia avrebbe impedito l’espansione dell’influenza sovietica in Austria e in Italia. Resa firmata solo il 29 aprile del 1945 a Caserta (un giorno prima della morte di Hitler e 8 giorni prima della definitiva caduta della Germania). Sunrise permise comunque agli angloamericani, secondo Halbrook, di avvicinarsi a Trieste (occupata dagli jugoslavi) e farsela poi riconsegnare prima dell’arrivo dei sovietici. E proprio per questo, come detto, c’è chi considera Sunrise come una delle primissime azioni della guerra fredda. Ma c’è dell’altro. In un documento della CIA - da tempo declassificato - si parla di Guido Zimmer (l’ufficiale che per primo, al Porto, iniziò a trattare la resa). Un documento in cui si dice che Zimmer già nel 1944 - in un’operazione tedesca chiamata Woof - aveva suggerito un contatto in Svizzera con gli alleati. «Più che un colpo americano – termina il documento – è stato un affare tedesco». Un tentativo elaborato dai nazisti per «sfaldare» il fronte alleato e mettere in crisi l’alleanza con la Russia. La verità forse non la sapremo mai, così come mai sapremo quante vite sono state salvate da Sunrise.

Due giorni per visitare il luogo e scoprirne le vicende

Il Grand Cafè al Porto, in collaborazione con l’Associazione per la Rivista militare Svizzera di lingua italiana, organizza due giornate di porte aperte al cenacolo fiorentino, e dunque alla sala che accolse i primi incontri segreti dell’operazione Sunrise. Venerdì 6 e sabato 7 marzo si potrà fare una visita guidata (alle 15, alle 16 e alle 17) in cui verrà rievocata quell’avvincente periodo storico.

Ieri - per la stampa - alcune delle vicende dell’operazione Sunrise sono state ripercorse dallo storico Marino Viganò e da Franco Valli, dell’Associazione per la Rivista militare Svizzera di lingua italiana.

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