Il caso

«Qui siamo, qui restiamo!»

Dopo la decisione del Consiglio comunale di Lugano di riqualificare l’ex Macello escludendo il centro sociale, i molinari fanno capire che non intendono scendere a compromessi

 «Qui siamo, qui restiamo!»
(foto Putzu)

«Qui siamo, qui restiamo!»

(foto Putzu)

LUGANO - Non si è fatta attendere troppo la reazione degli autogestiti alla decisione del Consiglio comunale di Lugano di riqualificare l’ex Macello escludendo il centro sociale. In una lunga presa di posizione (vedi sotto per il documento integrale), i molinari fanno capire che non intendono scendere a compromessi e dialogare con le autorità per trovare una nuova sede: «In attesa della disdetta, ribadiamo quanto scritto nei precedenti comunicati: qui siamo, qui restiamo! Il Molino non si tocca! Saluti libertari». Netta, dunque, la posizione degli autogestiti. Ma è netta anche quella della politica, che per motivi giuridici (la risoluzione del Legislativo è chiara) e di credibilità non può fare marcia indietro. Come finirà? I molinari hanno fatto la loro mossa, anche se è una conferma di posizioni passate. Accusando il sindaco Marco Borradori di «superbia» e il vicesindaco Michele Bertini di fare lo «sceriffo», gli autogestiti rifiutano anche la richiesta di avere un interlocutore unico e stabile che li rappresenti. «Chi ce lo chiede si rassegni. E se dopo 23 anni vive questo fatto come una preoccupazione, è segno che dell’autogestione, dell’assemblea, di un funzionamento collettivo, orizzontale, antiautoritario e aperto non ha ancora capito nulla».

CON I SOLDI SI RISOLVE TUTTO, O QUASI...

23 anni dopo. Il messaggio è di quelli caldi. Finalmente tutt* riuniti e pronti a cimentarsi nell’esercizio che riesce loro meglio: la concessione dei crediti.

Il momento è storico. (Per chi non conosce la storia o la narra dall’alto)

Ma di fatto...nulla di nuovo sotto questo cielo.

A loro dire, la recente approvazione del credito per una nuova progettazione dell’ex-Macello era il tassello mancante e fondamentale per una fuga in avanti verso la risoluzione del problema ultra-ventennale dell’autogestione a Lugano e in Ticino.

36 voti a favore, ben 450’000 franchetti (!) per un bando in-ter-na-zio-na-le, una lettera di disdetta pronta sulla scrivania e... tanti saluti all’autogestione. 23 anni dopo tutto sembra filare. 27 milioni e finalmente l’exMacello verrà riconsegnato alla popolazione.

(hahaha!)

Ma facciamo un passo indietro. L’ex-Macello risale ai primi anni del secolo scorso e per decenni è rimasto in stato di abbandono, in ostaggio della speculazione edilizia di questa città. Solo a partire dal 2003 ha trovato nuova vita con l’insediamento del Csoa il Molino. Anche – e forse soprattutto - grazie all’autogestione, nel 2009, questa struttura è stata inserita nei beni culturali da proteggere sfuggendo di fatto alla tragica fine toccata a molti altri edifici e luoghi storici di Lugano. In quest’ ottica la città di Lugano non si è mai prodigata nella salvaguardia dell’immobile (così come di molti altri, ultimo esempio il teatro Cittadella!) e in tempi non sospetti l’inserimento nella lista dei “beni da proteggere” aveva fatto storcere il naso a non pochi politici e investitori.

Ma si può cambiare, la politica insegna. E allora ecco che la lunga ed estenuante battaglia contro il Molino riesce a generare nelle autorità un amore incondizionato (o meglio di convenienza) verso le eccezionali caratteristiche architettoniche e il valore storico del comparto. Nei fatti però gli interessi sono rivolti al sedime pregiato e alla posizione strategica.

E’ così da sempre.

Il concetto di pianificazione non appartiene a questa città, la quale si è costruita e trasformata (malamente) attraverso la speculazione edilizia più selvaggia e la distruzione di quasi tutto quanto di storico ci appartenesse. Un eccellente esempio di politica dell’opportunismo a tutti i livelli.

Per spiegare meglio questo “concetto” basta richiamarsi all’intervento fatto dal consigliere comunale Galeazzi lunedì sera, per il quale il fiume Cassarate sarebbe un naviglio, magari come quelli popolati dalla movida milanese. Ebbene: i navigli lungo il Cassarate, la spiaggia in stile Copacabana, un Piano viario che si ispira a Copenaghen (!), l’opportunità, sfuggita, della Formula E e sopratutto 450’000 franchetti per un bando internazionale di architettura. Quanta genialità, quante manie di grandezza! Le stesse politiche che per decenni hanno portato all’assenza di dormitori, alla privatizzazione quasi totale delle rive lacustri, alla mancanza di piste ciclabili, allo svuotamento delle piazze e del centro città in tutte le sue forme di vita: in poche parole alla distruzione del tessuto sociale. E non da ultimo alla chiusura dei bagni pubblici necessaria per risanare le finanze (!) di un municipio allo sbando.

Ma quanto sa essere piccola (e ipocrita) questa città?

Negli anni per l’ex-Macello si sono susseguite le proposte più disparate e improbabili: dalla cittadella per i/le bambini/e, all’insediamento del liceo e del museo di scienze naturali. Un acquario o un acqua park forse potevano essere più verosimili, vista la vicinanza con il lago. Dopo tutti questi anni di sparate rimane il fatto inconfutabile dell’appetibilità del sedime, la sua ubicazione e il suo inserimento nel nuovo disegno urbano gentrificatorio che andrà dal nuovo quartiere di Cornaredo, giù lungo il fiume (il Cassarate è un fiume non navigabile), passando per il campus e arrivando a Campo Marzio. Ma ora sul tavolo degli studi d’architettura di mezza Europa andrà IL PROGETTO, ovvero l’ideazione di un nuovo Polo Culturale in tutto il comparto dell’ex-Macello. Deciso dagli arruffoni, dai papponi, dagli imprenditori, dai fiduciari, dai destroidi, dai razzisti, dai radical vip, dagli aperò chic in terrazza che proliferano sulle rive stagnanti di questa città.

E sulle modalità di decisione? Lasciamo perdere. Unilaterali ed escludenti in partenza, riflesso del marcio di cui sopra.

Il noi e il loro

Ci vien da sorridere quando pensiamo alle tante belle parole dei vari politici che negli ultimi anni (o meglio dal lontano 1996!), con modalità, tempi e credibilità variabili hanno esortato l’assemblea del CSOA IL MOLINO a instaurare un dialogo serio e continuo con le autorità in modo da poter trovare una soluzione che potesse rendere tutt* felici e riconsegnare la struttura alla popolazione. Tutto questo nel pieno riconoscimento del valore dell’esperienza autogestita.

Belle parole, e poi...? Il vuoto.

E nonostante più volte abbiamo ripetuto che non avremmo nessun problema qualora venissero dati gli spazi liberi dell’ex-Macello ad altri gruppi e associazioni, ora l’autogestione lì non è più pensabile, perché “non in grado di collaborare”. Quanta superbia, caro Marco.

Quando in tutti questi anni il municipio non ha fatto altro che ripetere, in assenza di argomenti validi, che il nostro tempo all’ex-macello era agli sgoccioli. Che l’autogestione all’interno della struttura stessa era cosa inimmaginabile. Che l’unica via percorribile era quella di abbandonare volontariamente gli spazi, evitando uno sgombero che nessuno vuole (ne siamo certi?), e poi, forse, ne avremmo riparlato seduti a un tavolo davanti a un caffè. Da buoni amici, oltre le barriere di pensiero (che pare siano solo nostre!)

Come ha potuto il CSOA IL MOLINO non cogliere un’occasione simile?

Citando un intervento televisivo dello sceriffo Bertini: “La città non è obbligata a trovare una soluzione per gli autogestiti, nulla è dovuto”. Parafrasando: siamo a corto di idee, effettivamente di altre strutture non ve ne sono. Ma al Sig.Bertini piace la cultura e allora si inventa l’idea di una piattaforma provando a contattare associazioni, gruppi culturali, musicali e teatrali, per fare fronte comune contro il Molino e mettere sul tavolo la ghiotta possibilità di avere accesso alla struttura dell’ex-macello nel futuro progetto: autogestione esclusa, chiaramente. Forse Bertini dovrebbe rendersi conto che la cultura non è il suo campo, visti i miseri risultati ottenuti.

La sopravvivenza del Molino è logicamente sempre stata legata a doppio filo all’occupazione di spazi o strutture, fa parte della sua natura e del suo essere, piaccia o meno.

Siamo consapevoli che l’autogestione, così come la intendiamo e pratichiamo, proprio non la digeriscono e ci può anche stare. Proprio per questo motivo il tutto si riduce al solito teatrino mediatico e alla ciclica strumentalizzazione per un pugno di voti. E che si noti bene, i municipi che si sono susseguiti non hanno MAI messo sul tavolo proposte, alternative e/o soluzioni che avessero un minimo di credibilità e consistenza. Solo tanti bla-bla, bugie, demistificazioni e interviste alla stampa.

Poca volontà politica, tante parole vuote. E in questo vuoto politico si decide allora di aggrapparsi a commissioni varie o alla famigerata Convenzione stipulata nel 2002 da Municipio, Cantone e Associazione Alba e che prevedeva l’individuazione di “una soluzione valida e condivisa” in caso di abbandono degli spazi dell’ex Macello. Di cui pure un giurista, recentemente interpellato dall’attuale municipio, ha confermato la validità. Insomma...oltre alla presa in giro delle “pseudo proposte”, anche uno smacco per la Città la quale riponeva grandi speranze in questo foglio di carta. Ma, al di là della sua validità, IL MOLINO ha capito da tempo che la propria sopravvivenza non passa solamente da quel foglio di carta e tanto meno da una lettera di disdetta.

L’ex-Macello

La memoria è sempre troppo corta. In pochi forse ricordano le condizioni – di totale abbandono - in cui versava la struttura dell’ex-macello, quando entrammo nel lontano 2003. Quello che sappiamo e di cui siamo sicur* è che, se proprio vogliamo parlare di decadenza e degrado, dovremmo volgere lo sguardo all’area dell’ex-Macello gestita dalla Città di Lugano. A tal proposito, come non menzionare i 2 incendi che hanno avuto origine nei locali occupati dalla Città stessa? Forse negligenza o forse altro. Fatto sta che è davvero esercizio difficile e fuori luogo prendere come esempio questo tipo di (in)gestione. Perché a differenza di quanto dichiarato dal sindaco Borradori durante l’incendio partito dal locale utilizzato dalla città di Lugano (programma occupazionale) il Molino ha segnalato tempestivamente e permesso/facilitato l’intervento dei pompieri.

Oltre alla “scusa” del degrado, tra i temi più gettonati e poveri utilizzati dai detrattori troviamo le spese generate e l’illegalità.

E allora, per l’ennesima volta, ribadiamo che IL MOLINO è una realtà autogestita, che occupa uno spazio, che le bollette le ha sempre pagate e che da sempre ha gestito, pulito, ristrutturato e messo in sicurezza in maniera autonoma lo spazio. E che proprio perchè spazio occupato, anticapitalista e di conflitto, si rivendica il fatto prettamente politico di non pagare un affitto, come strumento di rottura a sostegno di pratiche meticce, antirazziste, antifasciste, antisessiste e antipatriarcali di socialità, di condivisione e di sperimentazione, di uno spazio, stavolta sì, attraversato e partecipato da tante diversità e alterità della popolazione.

Se lorsignori vogliono fare i legalisti fino in fondo dovrebbero sviluppare una parvenza di autocritica su come sono state portate avanti le politiche della città e su alcuni insospettabili politici che negli anni hanno occupato posti in municipio. Senza fare nomi o riesumare vicende che nell’illegalità si sono sviluppate, ma che in un modo o nell’altro hanno dato forma alla “Grande” Lugano. La lista sarebbe troppo lunga e la presa in giro ancor di più!

Il Molino, almeno, il suo essere “illegale” se lo rivendica senza patemi e senza ipocrisia, come parte intrinseca della sua stessa natura.

Il noi e l’autogestione

Il Molino continuerà come da 23 anni a questa parte a proporre le proprie attività all’interno dello spazio e nelle strade. Continuerà a confrontarsi con individui, associazioni, gruppi, collettivi e portare avanti le proprie attività politiche, sociali e culturali. Lo farà come sempre attraverso le iniziative, proiezioni, concerti, teatri, workshop, cene di autofinanziamento, serate solidali, manifestazioni, presidi, che già coinvolgono quella parte della popolazione che l’attuale municipio si ostina a non voler riconoscere. Continuerà a dare forma alle proprie discussioni, pratiche e strategie attraverso le assemblee settimanali.

E a chi chiede – ingenuamente e provocatoriamente – una persona unica e stabile come referente, ribadiamo che si può pure rassegnare. E che se, dopo 23 anni, ancora lo vive come una preoccupazione, è segno evidente che probabilmente dell’autogestione, dell’assemblea, di un funzionamento collettivo, orizzontale, antiautoritario e aperto non ha – al di là di tante parole – ancora capito nulla.

In attesa della disdetta, Il CSOA IL MOLINO ribadisce quanto scritto nei precedenti comunicati: QUI SIAMO, QUI RESTIAMO! IL MOLINO NON SI TOCCA!

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