«Sarebbe bello sentir parlare di più il dialetto»

La città che rivorrei

Versione amarcord dell’appuntamento con 5 personaggi e la loro visione della città di Lugano - Oggi Bigio Biaggi, Cinzia Morandi, Angelo Renzetti, Elio Bollag e Carlo Agliati - DITE LA VOSTRA

«Sarebbe bello sentir parlare di più il dialetto»
Bigio Biaggi.

«Sarebbe bello sentir parlare di più il dialetto»

Bigio Biaggi.

Nella quarta puntata dello speciale dedicato a «Cosa vorrei in città» ci lasciamo cullare dalla nostalgia e proponiamo un appuntamento amarcord dal titolo «Cosa rivorrei in città». Lo facciamo dando voce a personaggi diversi tra loro: l’ex presentatore della RSI Bigio Biaggi, l’attrice Cinzia Morandi, il presidente del FC Lugano Angelo Renzetti, il commerciante Elio Bollag e lo storico Carlo Agliati. Se vi siete persi le ultime puntate potete leggerle cliccando QUI, QUI e QUI.

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Dove sono finiti i negozi a misura d'uomo?
«Sarebbe bello sentir parlare di più il dialetto»

Bigio Biaggi, ex presentatore RSI

Duemilacinquecento chilometri all’anno. Ogni anno. Quasi tutti in città. Naturalmente a piedi. Cammino e mi guardo attorno. Sempre più vetrine vuote. Innumerevoli cartelli, spesso scritti tristemente a mano: «chiuso per cambio di gestione». Sempre meno negozi a misura d’uomo. Applausi a chi prova a tener duro. Spariti (o quasi) calzolai, macellerie, latterie, commestibili e coloniali, casalinghi, mercerie, dischi, delicatessen. Un pensiero particolare alle edicole. Quelle che tu stavi fuori e attraverso una piccola fessura incorniciata da quotidiani e riviste potevi intravedere la figura un po’ misteriosa dell’edicolante. Alle sue spalle la possibilità di immaginare un vero paese delle meraviglie. Tornando alle botteghe, quando entravi ci si salutava con un rispettoso buongiorno e la conversazione proseguiva in dialetto. Ecco, il dialetto è la mia seconda scelta. Mi piacerebbe sentirlo un po’ di più. Non solo nei negozi ma anche per strada, sul bus, sui piazzali delle scuole e, dai lasciatemelo dire, anche sul campo a Cornaredo. Cornaredo, inteso lo stadio: qui invece è cambiato pochissimo. Solo il fronte est dove son spariti un po’ di alberi per far posto alla tribuna monte Brè. Chi scrive siede in faccia. Tribuna vecchia per capirci. Lì il dialetto la fa ancora da padrone. Anche perché l’età media degli appollaiati sui non comodissimi seggiolini corrisponde - anno più, anno meno - a quella della tribuna stessa. Ho capito che ancora una volta era valsa la spesa dell’abbonamento quando nel silenzio si è alzato un urlo: «Arbitro! Cücümar!». Ecco, detto con tutto il rispetto, anche questa genuinità è fra le cose chi mi mancano.

Valorizziamo i luoghi del passato
«Sarebbe bello sentir parlare di più il dialetto»

Cinzia Morandi, attrice

Devo dire che negli ultimi anni la città ha fatto un balzo avanti sia a livello di proposte culturali sia a livello strutturale. La riqualifica della Foce del Cassarate ha dato risalto alla natura del parco Ciani creando una zona di relax, lontana dal traffico e con una vista impagabile sul golfo di Lugano. Anche la costruzione del Lugano Arte e Cultura, oltre ad aver dato un importante polo culturale alla città, ha reso viva una zona che altrimenti sarebbe stata poco frequentata. Quello che invece a mio avviso manca è un luogo alternativo e informale come quello che potrebbe esserci, ad esempio, alla Comacina che, situata com’è in viale Cssarate, è vicinissima alla zona riqualificata della Foce. Negli stabili della Comacina, un laboratorio creativo dedicato alla sperimentazione e all’espressione artistica, convivono ben quattro realtà indipendenti. Un luogo di creazione che, con per esempio un bar o uno spazio di incontro, potrebbe mettere in contatto la popolazione con gli artisti del luogo. Potrebbe far vivere lo spazio Lab Comacina con molte più persone di passaggio e inoltre si valorizzerebbe e preserverebbe una costruzione storica luganese, costruzioni che sempre più vengono demolite. E per finire, cercando di non essere nostalgica: ma dove sono le nasse in via Nassa?

Ritroviamo lo spirito mediterraneo
«Sarebbe bello sentir parlare di più il dialetto»

Angelo Renzetti, architetto e presidente del FC Lugano

Penso che l’approccio sul filo della nostalgia alla ricerca di piazze, edifici e alberi scomparsi sia fondamentalmente sbagliato. Parto da un altro presupposto: di cosa ha bisogno la città di Lugano oggi? E qui la risposta mi viene spontanea: di ritrovare il gusto e l’atmosfera di una vera città mediterranea. E questo è quanto esiste ancora in molte realtà italiane, ad esempio. Sto parlando della gioia di vivere, la capacità delle persone di incontrarsi e parlarsi avendo i luoghi e gli stimoli adeguati per farlo. La popolazione di Lugano è notevolmente cambiata nel corso degli ultimi decenni. Sono infatti arrivate molte persone, alcune anche facoltose, ma che risultano estranee al contesto e non sempre per volontà propria. In città, infatti, non esistono occasioni di incontro e confronto. Questa gente non sa dove potersi inserire, dove poter dire la propria opinione e ascoltare opinioni altrui. Proprio essere capiti dà alle persone un’enorme voglia di fare. Già nel secolo scorso, infatti, si parlava di «intelligenza collettiva» e cioè della capacità di mettere insieme competenze, informazioni e memoria di una moltitudine di soggetti, per dar vita a opere che diventano un bene comune e di cui beneficia ogni individuo. Ecco: è questo che mi piacerebbe che a Lugano ci fosse.

Un comitato apolitico di persone di buona volontà
«Sarebbe bello sentir parlare di più il dialetto»

Elio Bollag, commerciante

Se penso a Lugano, mi torna in mente quanto scritto tempo fa da Mario Botta sul CdT: «Non ho mai visto una città morire così in fretta !». Da anziano, memore dei bei tempi di Lugano, non posso che dargli ragione. Ci piace colpevolizzare cercando la ragione della trasformazione di una città che da perla preziosa si è ridotta a dozzinale gioiello di bigiotteria. Sono contento di abitarci perché abbiamo uno dei più bei panorami al mondo, ma va fatto un esame di coscienza per capire dove abbiamo sbagliato. Oggi, da quando «gli italiani non portano più i loro soldi», da quando la maggior parte delle banche ha dovuto ritirarsi togliendoci posti di lavoro, da quando uffici e case chiedono di esser riempiti, cerchiamo di trovare un sostituto a quello che ci manca. Ricreare l’atmosfera della Lugano di allora è un’utopia dalla quale dobbiamo poterci staccare. Trovare idee nuove per incrementare la perduta vivacità delle nostre strade è difficile. Dobbiamo aver l’onestà di riconoscere di essere una città in crisi. Basta guardare le vetrine vuote da mesi, i cartelli che ricordano quanti uffici sono da affittare, vedere una città che dopo le 19 si svuota. Cosa vorrei in città ? Un comitato apolitico di persone di buona volontà, che si riunisca una volta al mese per una tempesta di idee per ripensare Lugano e condividerle con un Municipio a corto di idee.

Manca quel rione popolare che era il Sassello
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Carlo Agliati, storico

L’occhio della nostalgia – almeno per gli storici – è quasi sempre miope, però, però... «Vielle ville» di Lugano, se ci sei batti un colpo! Quelli della mia generazione, ma anche i più anziani, l’hanno conosciuta unicamente attraverso le fotografie d’epoca, le vecchie mappe cittadine, i documenti storici: l’antico borgo cresciuto nel Seicento e nel Settecento, popolato di conventi, con le sue chiese e i suoi bei chiostri colonnati, ha iniziato a cedere sotto i colpi del piccone demolitore fin dai tempi di Napoleone. Nel corso del Novecento, sotto la spinta della modernità, che insieme all’antico tessuto medievale del borgo ha trasformato vita sociale e economica, è scomparso ciò che restava del nucleo tradizionale della città lombarda, per far spazio alla città degli affari e dei negozi dei grandi marchi internazionali dell’alta moda, che sono identici a quelli dei grandi centri come Milano, Parigi e New York. E allora, eccola lì la nostalgia a far capolino: quartiere di Sassello, dove sei? Dov’è finito l’antico rione popolare di Lugano, con i suoi vicoli tortuosi e i saliscendi acciottolati a ridosso della via Nassa, le case addossate le une alle altre con i tetti in vecchi coppi, un assieme architettonico paesano e pittoresco fittamente abitato da famiglie del ceto popolare, con le sue botteghe, i laboratori artigiani, le numerose «bettole»?

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