Scarichi di responsabilità per la più grossa truffa COVID

Processo

Alla sbarra un imprenditore e un dentista accusati a vario titolo di aver ottenuto prestiti indebiti per 1,5 milioni falsificando i conti di quattro diverse società - L’accusa chiede 5 e 4 anni, le difese 30 mesi e il proscioglimento

 Scarichi di responsabilità per la più grossa truffa COVID
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«È il caso più grave di truffa legato ai prestiti COVID emerso finora, perlomeno in Ticino». È con queste parole che il procuratore pubblico Daniele Galliano ha inquadrato il caso che coinvolge un imprenditore di 60 anni residente nel Mendrisiotto e un dentista di 46 residente nel Luganese. I due, cittadini italiani, sono accusati a vario titolo di aver ricevuto indebitamente circa 1,5 milioni di franchi in prestiti COVID a cui non avevano diritto, gonfiando o creando ad arte i bilanci di quattro società: «Hanno approfittato del sistema per aver soldi facili, acquisendo società vuote per ottenere il massimo credito COVID possibile», ha detto Galliano, che ha chiesto la condanna a cinque anni (e l’espulsione per 10) dell’imprenditore e a 4 anni (e 7 d’espulsione) del dentista. «Chiedo alla Corte di applicare il principio per cui il crimine non deve pagare», ha concluso. I due riconoscono in parte gli addebiti, ma si addossano vicendevolmente le responsabilità. L’avvocato d’ufficio dell’imprenditore, il legale Michele Rusca, ha chiesto una pena contenuta in 30 mesi, di cui 20 sospesi, mentre l’avvocato Costantino Castelli, patrocinatore di fiducia del dentista, si è battuto per il proscioglimento del suo assistito da ogni accusa. I due sono in carcere da inizio anno, dopo che una banca ha segnalato le operazioni sospette. La sentenza della Corte delle assise criminali, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, è attesa per domani, mercoledì, pomeriggio. Compito della Corte sarà in particolare stabilire le responsabilità dei due in merito alle accuse, perché che i prestiti COVID siano stati erogati non lo mette in dubbio nessuno, né è generalmente messo in dubbio che siano stati usati per scopi che esulano da quelli per cui si può richiederli. Tanto che entrambi gli imputati si sono detti dispiaciuti dal loro comportamento e si sono assunti parte di colpa.

«Correi nell’ingannare»

Tre le versioni dei fatti emerse in aula. Partiamo da quella dell’accusa. Secondo il procuratore Galliano l’imprenditore nel marzo 2020 ha gonfiato i bilanci di una sua società per ottenere il massimo prestito COVID possibile (mezzo milione di franchi) e ha poi usato i soldi per il proprio tornaconto. Della cosa ha poi parlato al dentista, amico di famiglia, e i due in aprile hanno fatto in correità la stessa cosa gonfiando il bilancio della ditta individuale del dottore, ottenendo 80.000 franchi poi usati dal 46.enne per scopi personali, come pagare il leasing della propria Ferrari.

A giugno 2020 è poi emersa la possibilità di investire in un’azienda luganese che intendeva quotarsi in borsa in America. Non avendo abbastanza disponibilità propria, i due hanno chiesto un nuovo credito COVID tramite una società acquisita di recente dal dentista, ottenendo oltre mezzo milione grazie a un bilancio stilato dall’imprenditore «con un programma Excel che generava dati a caso». A luglio, essendo necessari altri soldi, hanno ripetuto l’operazione acquistando una società da un fiduciario luganese (pure coinvolto nell’inchiesta e che sarà giudicato separatamente), incassando di nuovo mezzo milione.

«Un pollo spennato»

Ben diversa la versione resa dall’avvocato Castelli, secondo il quale il dentista sarebbe in sostanza stato a sua volta truffato dall’imprenditore e da un socio di quest’ultimo non oggetto dell’inchiesta penale: «È un pollo che si è fatto spennare e che da questa storia non ha guadagnato nemmeno un franco. Anzi ci ha rimesso diversi soldi che sono finiti nelle tasche dell’imprenditore». Quanto alle tre truffe a lui imputate, la prima non è data in quanto gli 80.000 franchi ricevuti non li ha mai toccati, tantomeno per pagare il leasing della Ferrari e anzi li ha già rimborsati («Li avrebbe usati solo in caso di necessità»); la seconda non può qualificarsi come truffa in quanto non vi è stato inganno astuto («La banca ha dato mezzo milione al primo venuto sulla sola base di un’inverosimile cifra d’affari e di un bilancio provvisorio, che probabilmente non ha neppure letto»); e nella terza non era coinvolto: «È stato chiamato in causa dall’imprenditore che intendeva sgravarsi dalla colpa e non rispondere da solo del torto». Detto ciò, Castelli ha riconosciuto che il dentista nel caso ha «responsabilità evidenti» e che «ha formulato richieste di prestito dando dati falsi», ma perché «ha agito con grande leggerezza e sotto la perniciosa influenza dei consulenti a cui si era rivolto». È quindi stato chiesto il suo proscioglimento integrale.

«No allo scaricabarile»

Anche l’avvocato Rusca ha provato a relativizzare il ruolo del suo assistito. L’imprenditore, ha affermato, per la truffa solo a carico suo ha effettivamente usato buona parte dei soldi ottenuti per gli scopi previsti: «Voleva salvare la sua società, cosa che l’ha portato a decisioni disperate». Per altre due truffe, invece, è si colpevole: ma come complice, non correo: «Ammette le proprie responsabilità, ma non intende assumersi quelle del dentista». Per l’ultima (quella da cui il dentista si dichiara estraneo) Rusca ha infine sostenuto che entrambi gli imputati erano coinvolti nella società a pari titolo.

Toccherà ora alla Corte determinare la verità processuale.

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