Se la psicosi da coronavirus si abbatte anche sul sushi che mangiano i ticinesi

Ponte Tresa

È la meta preferita dei luganesi alla ricerca di specialità etniche, ma anche dall’altra parte del confine la crisi sembra essersi abbattuta indiscriminatamente su tutti i ristoranti che propongono piatti asiatici - IL VIDEO

Se la psicosi da coronavirus si abbatte anche sul sushi che mangiano i ticinesi

Se la psicosi da coronavirus si abbatte anche sul sushi che mangiano i ticinesi

«Rimini: Clienti in fuga dagli involtini primavera» (Il resto del Carlino), «Roma: Il coronavirus fa fuggire i clienti» (Corriere della Sera), «Il ristorante cinese di Milano che chiude per qualche giorno» (Repubblica). In Italia - come dimostrano i titoli dei più diffusi quotidiani - sembra che le principali vittime del coronavirus siano soprattutto le finanze dei ristoranti cinesi, con moltissimi clienti che per paura di ammalarsi hanno deciso di rinunciare alle cene fatte di zuppa agropiccante, riso cantonese, pollo alle mandorle e i biscotti della fortuna (che in realtà pare siano più che altro newyorkesi). Nonostante gli appelli alla logica - le probabilità di contrarre il coronavirus in un ristorante cinese sono le stesse che in pizzeria - si registra un po’ ovunque una netta diminuzione dei clienti, con gestori disperati e che ormai non sanno più come spiegare di essere stati in Cina per l’ultima volta 20 anni fa (o di non esserci mai stati del tutto) e di servire prodotti comprati e cucinati in Europa. Ma è così anche da noi? Sembrerebbe proprio di sì. Sono bastati quattro passi per le vie di Ponte Tresa - che culinariamente parlando si può considerare la Chinatown di Lugano visto che ogni sera viene letteralmente invasa da ticinesi che varcano il confine alla ricerca di piatti etnici - per capire che effettivamente è in corso lo stesso fenomeno.

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«A Milano è peggio»

Quel che colpisce è che la crisi sembra riguardare indiscriminatamente tutti i ristoranti asiatici, non importa se siano cinesi, giapponesi o thailandesi. «Noi viviamo qui - ci spiega la cameriera di un ristorante fusion - e respiriamo la vostra stessa aria». «Abbiamo notato un calo della clientela - spiega un’altra ristoratrice, - ma credo sia più che altro perché, con il coronavirus, le persone hanno più paura di uscire di casa. Non credo abbiano paura di noi». Anche perché non ce n’è motivo. «Noi lavoriamo molto con turisti, persone di passaggio e ticinesi - ci conferma il gerente di un locale - e credevamo di non avere ripercussioni. Però noto che alcuni clienti abituali non vengono più, mentre altri entrano e fanno battutine sul virus. Però ho amici ristoratori a Milano che mi dicono che da loro la situazione è più accentuata. C’è un po’ di ignoranza e di diffidenza, e qualsiasi asiatico viene preso per cinese e, automaticamente, associato al virus». «Noi abbiamo perso tra il 40 e il 50% dei clienti - ci spiega un’altra cameriera». Ma passerà anche questa.

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