Madre e figlio divenuti nomadi

La storia dei bellinzonesi Natascha e Oscar Nota: hanno mollato tutto e viaggiato per 10 mesi

BELLINZONA - «Le cose si possono fare se c'è davvero la volontà di farle, il resto sono solo scuse. Fuori c'è  un mondo che aspetta di essere visto. Con le sue incognite, ma niente è irrisolvibile. Tutto è possibile. E succeda pure quel che deve succedere. Noi ci siamo lanciati senza paura ed è andata benissimo».

A parlare è Natascha Nota, 49 anni, di Bellinzona. Stufa della solita vita e dei soliti posti, nell'estate dello scorso anno ha lasciato il lavoro. Ed è partita per un viaggio di quasi un anno verso l'Oriente. Per vedere cosa stava accadendo al di fuori della minuscola Svizzera, conoscere le preoccupazioni degli altri, «senza sottrarsi alle esperienze e mescolandosi a gente sconosciuta». Non da sola però. Sacco in spalle, senza pensarci su due volte l'ha seguita uno dei due figli, Oscar, 15.enne appena uscito dalle scuole medie. In Ticino sono rimasti il marito Matteo, docente liceale di 50 anni, e il figlio maggiore, Leo, apprendista 20.enne.

«La partenza il 9 luglio 2013», ricorda Oscar, memoria storica della coppia di viaggiatori che un mese dopo il «rimpatrio» abbiamo incontrato a casa, nel centro cittadino. Conoscevano solo la prima tappa: una comunità agricola a due passi dal deserto del Negev, in Israele, paese che da tempo affascina il giovane. Qui hanno lavorato sodo per un mese. Come volontari, in una famiglia. «Molto faticoso per noi che non eravamo abituati a lavorare con le mani», racconta Natascha. E il primo grande insegnamento: «Mi impressionavano perché appena avevano un'idea la realizzavano senza pensarci troppo, pur privi delle conoscenze tecniche necessarie. Così anche noi, chiedendo e provando, abbiamo allenato il nostro cervello a trovare soluzioni creative». Qualità che forse in Occidente abbiamo un po' smarrito: «In uno stato di benessere non devi inventare nulla perché c'è già tutto».

Poi via senza una meta precisa per un paio di mesi, sempre in Israele alloggiando da gente del posto individuata tramite l'App 'airbnb'. E siamo a metà ottobre. Tocca all'India. «Uno choc», ricorda Oscar. «Ti fermano per ogni cosa, c'è gente ovunque che ti chiede continuamente dove stai andando ('Where are you going?'), guidano come pazzi e a ogni angolo rischi di farti investire. Per me è stata durissima, volevo tornarmene subito in Israele». «Io invece mi divertivo e ho imparato a convivere con scarafaggi, vermi e topi senza l'isteria che questi animali creerebbero da noi» racconta la madre. Decisamente meno caotica ma altrettanto impegnativa la tappa successiva, sempre in India ma stavolta ospiti di un prete induista e del suo discepolo. «Sbagliavamo tutto». Oscar spiega che ad esempio lì bisogna fare tutto con la mano destra.

A Natascha brillano gli occhi quando rievoca il paese successivo: la Thailandia, dove per Natale sono stati raggiunti da Matteo e Leo. La cortesia di questo popolo le ha toccato il cuore. Non esclude di tornarci, un giorno. A viverci. «Dopo l'India, abbiamo trovato un paradiso». A regnare, il silenzio. Un silenzio assoluto nella foresta, insieme ai monaci buddhisti. Il ragazzo ha festeggiato il 16.esimo compleanno in una cella, con una candela, solo. Mentre lo zaino si alleggeriva cammin facendo («in giro puoi trovare di tutto ma comunque ti serve pochissimo»), per rimanere in questo Eden madre e figlio hanno poi dovuto ottenere il pass sconfinando brevemente in Laos e Vietnam, paesi che «non hanno più nulla del comunismo» e in cui, come nell'amata Thailandia, c'è in giro un sacco di gente che non fa altro che divertirsi «senza rispetto per le usanze locali anche nel modo di vestire». Il tempo passa e per evitare un rientro troppo brusco alla «normalità» elvetica, restano due tappe. Istanbul e Belgrado. Nella capitale serba vive il padre di Natascha. Poi di nuovo Bellinzona, dove a metà maggio hanno riabbracciato marito, figlio e fratello. «È stato bello viaggiare insieme - sottolinea Natascha - Io donna d'azione e mio figlio un giovane saggio e colto».

Quale l'insegnamento più importante, per concludere? «Che la vita non finisce a 50 anni. In giro ho visto anche donne sulla sessantina, sole, che hanno deciso di vedere il mondo dopo aver capito che in realtà qui siamo a côté della vita». Ad affermarlo, rispondendo al nostro quesito finale, è ancora, la madre, un fiume in piena. Tra poco, grazie a una coincidenza, dopo le dimissioni un anno fa riprenderà il lavoro come responsabile dell'antenna ticinese di 'Infoclic.ch' attiva per l'infanzia. Intanto Oscar, che a settembre inizia il liceo dopo un anno sabbatico, scalpita sul divano. È riflessivo ma non sembra trovare terra ferma. Forse sta già sognando una nuova partenza.

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