Accoltellò il padre: adesso è in cura e sogna un futuro migliore

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Confermata la terapia in un foyer per il giovane protagonista di un fatto di sangue a Novazzano - Il papà: «Non era lui, voglio solo stargli vicino»

Accoltellò il padre: adesso è in cura e sogna un futuro migliore
Un processo che non era un processo. © CdT/Zocchetti

Accoltellò il padre: adesso è in cura e sogna un futuro migliore

Un processo che non era un processo. © CdT/Zocchetti

È una storia che scende nelle profondità della mente umana quella rievocata stamattina, in aula penale a Lugano, al processo a carico del giovane che nel febbraio dell’anno scorso accoltellò il padre nella loro casa di Novazzano. Una storia di dolore, di lotta continua contro una malattia che non permette mai di abbassare la guardia, ma anche di amore: quello di una famiglia per un ragazzo che si sta ritrovando e che spera in un futuro migliore. La sentenza pronunciata dal giudice Mauro Ermani al termine del dibattimento è lontana dal concetto di condanna: il giovane, che tecnicamente non era processabile perché quella sera, come ha stabilito un esperto, non sapeva ciò che faceva, dovrà continuare il suo percorso di cura nel foyer specializzato in cui si trova e non smettere mai di prendere le medicine che tengono sotto controllo la sua patologia, per difendere se stesso e le persone attorno a lui.

Il nemico si chiama schizofrenia paranoide. Il ragazzo sentiva delle voci rimbalzare dentro la sua testa, percepiva presenze oscure e si sentiva investito di un potere superiore, quasi divino, con il quale avrebbe dovuto fermare il male. E la sera dei fatti, a notte fonda, la malattia lo aveva portato a pensare che il male fosse suo padre. Lo aveva aggredito con calci e pugni, poi con un coltello da cucina: una serie di affondi che avevano ridotto l’uomo in fin di vita. Era stato salvato prima dalla polizia, intervenuta in tempo a casa, poi dai medici in sala operatoria. «Non era lui - dirà poi l’uomo all’avvocato Stefano Camponovo, che ha rappresentato la famiglia - Adesso voglio solo stargli vicino». E così è stato. Lui, la moglie e il figlio minore parlano spesso al telefono con il ragazzo. Un ragazzo che in aula ha ricostruito con sorprendente lucidità il suo viaggio in un inferno che sembra essersi lasciato alle spalle. «Mi sento amato, sostenuto e compreso - ha detto di fronte al giudice - Non dico di non essere più malato, ma oggi sono consapevole della malattia e cerco di prevenirla con l’aiuto dei medici e delle persone che tengono a me». Sa dove la schizofrenia paranoide può portarlo e ultimamente gli è capitato di sentire ancora quelle voci. Ne ha grande paura. A differenza di un anno fa, però, ha chiesto subito aiuto a un educatore e questo, per la Corte, ha un significato importante per la cosiddetta «prognosi».

Ermani, e con lui il procuratore pubblico Zaccaria Akbas, gli ha ripetuto il concetto diverse volte, ha cercato d’imprimerglielo nella mente: deve prendere sempre le sue medicine. La dose gli è stata raddoppiata dopo l’ultimo episodio, ma non gli crea problemi di lucidità, come hanno dimostrato le sue riflessioni durante il processo. «Deve seguire scrupolosamente sia la terapia farmacologica, sia quella psichiatrica: ci vogliono tutte e due, sono come due gambe per lei. Senza una di queste rischia di essere zoppo. E quando si è zoppi si cade». Al foyer il giovane fa qualche lavoretto e studia per completare la maturità liceale interrotta. Non ha ancora deciso cosa vuol diventare da grande. «Lascerò che gli studi facciano il loro corso e sceglierò la mia strada in base al rendimento». «Se lei è ‘compensato’ - ha detto Ermani ribadendo la necessità di tenere sotto controllo la patologia - non è privo di risorse». «La ringrazio» ha risposto il giovane. Alla fine del processo, prima di tornare verso il foyer, ha fatto un cenno di saluto alla madre.

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