Botte in famiglia e tentati omicidi: «Dopo la coltellata ha dormito con me»

Appello

È tornata in aula la vicenda della «famiglia dell’orrore» di Chiasso - Mamma, papà e nonno un anno fa sono stati condannati per decine di episodi di violenza su quattro bambini

Botte in famiglia e tentati omicidi: «Dopo la coltellata ha dormito con me»
© CdT/Archivio

Botte in famiglia e tentati omicidi: «Dopo la coltellata ha dormito con me»

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«In passato mi era già capitato che mi tirasse i capelli o mi schiaffeggiasse, ma me lo meritavo. Sono una donna ma mica le prendo e basta, le do anche indietro». Basta probabilmente questa frase pronunciata dalla donna alla sbarra, una mamma 39.enne di nazionalità italiana, per tratteggiare la normalità alterata fatta di violenze quasi quotidiane vissuta nell’appartamento chiassese dove la famiglia composta da papà e mamma e quattro figli piccoli ha trascorso circa un anno. Dal febbraio del 2016 al gennaio del 2017. Mesi fatti di cinghiate, sberle, pugni, ciabattate, tacchi usati come oggetti contundenti, padellate in testa, una coltellata e tantissime urla e rabbia.

Un caso che ha scosso l’opinione pubblica é tornato oggi in aula penale a Locarno, per il dibattimento d’Appello. La vicenda approdata di fronte a una Corte presieduta da Giovanna Roggero-Will è quella che poco meno di un anno fa ha portato alla condanna di una coppia - lei, autrice della maggior parte delle violenze, a 8 anni di carcere, lui a 3 - e di un altro uomo, il papà del marito e quindi nonno dei 4 bambini, a 16 mesi. I bimbi per mesi hanno subito violenze con cadenza quasi quotidiana, soprattutto da parte della madre che è stata reputata colpevole di decine di episodi di violenza, di cui 5 qualificati come tentati omicidi intenzionali da parte della Corte delle assise criminali che si è espressa nel 2018.

Il coltello contro il marito

Al centro del dibattimento di ieri c’è stato soprattutto uno di questi episodi qualificati come tentati omicidi lo scorso anno, l’unico commesso dalla donna nei confronti del marito: colpito con una coltellata al collo la sera del 22 novembre 2016, dopo una lite in cucina e dopo che l’uomo aveva afferrato la moglie per i capelli. «Le liti erano frequenti ma finivano sempre lì» ha spiegato la 39.enne aggiungendo di essersi resa conto solo a posteriori che quel gesto avrebbe potuto uccidere e di aver agito per legittima difesa. «Mi aveva tirato i capelli e ho reagito d’istinto, ma è finito tutto subito, quella sera infatti ha dormito con me come sempre», ha aggiunto. L’episodio oggi è stato minimizzato da entrambi i coniugi - uniti tuttora da un legame protettivo, malgrado le violenze, un legame che li ha portati a relativizzare e negare molti episodi ammessi nel corso dell’inchiesta o del primo processo, soprattutto per quanto riguarda le violenze reciproche -; «quella coltellata mi ha fatto un graffio, una lametta da barba avrebbe fatto un danno maggiore», ha sottolineato il 34.enne, anch’egli italiano, aggiungendo di non essersi spaventato. Quella sera però di sangue dal suo collo ne sgorgava molto e lo spavento era evidente, ha ricordato la procuratrice pubblica Valentina Tuoni, tanto che a Chiasso sono arrivate ambulanza e polizia.

Il difensore della donna accusata di una lunga serie di reati, l’avvocato Pascal Cattaneo, ha chiesto che questo episodio non sia qualificato come un tentato omicidio: «Non ha mai avuto intenzione di uccidere il marito, non l’ha mai nemmeno pensato», ha detto ricordando che una perizia le attribuisce un leggero decifit cognitivo e che molti suoi comportamento siano direttamente legati a questa sua condizione. «Si è sentita in pericolo e si è difesa, seppur in modo inappropriato ed eccessivo». Cattaneo ha chiesto anche la derubrica di altri reati commessi nei confronti dei figli, proponendo una pena massima di 4 anni.

Una famiglia «sprofondata»

L’avvocato del 34.enne, Stefano Camponovo, ha invece spiegato che la famiglia per anni è stata «normale, poi sono sprofondati». La situazione si sarebbe incrinata dopo la nascita della terza figlia, con problemi cognitivi e motori. L’enorme stress vissuto in casa avrebbe portato la moglie a sfogarsi su figli e marito: «Scattavo» ha ammesso anche la diretta interessata. Il marito «non ha mai usato violenza sui figli, anzi è capitato che si nascondesse con loro in bagno per evitare la furia della moglie». Per lui - accusato soprattutto di abbandono e di violazione del dovere d’assistenza o educazione e anche lui con un leggero deficit cognitivo - Camponovo ha chiesto al massimo 11 mesi di detenzione (e che la pena rimanente, 2 anni e due mesi e un mese dunque, venisse sospesa condizionalmente), «affinché possa uscire subito dal carcere».

Per l’ultimo degli imputati, assente oggi dall’aula come nel caso del primo processo -, il nonno, l’avvocato della difesa Marco Masoni ha chiesto l’assoluzione. Il 63.enne è accusato di violazione del dovere d’assistenza o educazione per non aver denunciato le violenze di cui era a conoscenza: «Gli si può solo rimproverare di non aver avuto il coraggio di segnalare la situazione».

La pubblica accusa ha invece chiesto le conferme delle condanne di primo grado: «All’interno di quella famiglia c’era una sorta di omertà immensa, unita da agire egoistico, mai si è pensato al bene dei figli». La sentenza è attesa nei prossimi giorni.

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