La donna che orchestrò il mondo

Mendrisio

A colloquio con Agnès Pierret, direttrice nel 2009 dei Campionati di ciclismo e motore de La Filanda

La donna che orchestrò il mondo
Foto Chiara Zocchetti

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La donna che orchestrò il mondo
Un momento delle gare del 2009 nei pressi di piazzale alla Valle. (Foto Archivio CdT)

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Un momento delle gare del 2009 nei pressi di piazzale alla Valle. (Foto Archivio CdT)

A nessuno piacciono i divieti. In determinate circostanze sono però imprescindibili. Anche a La Filanda di Mendrisio, ogni tanto, fanno capolino: «Bambini, non mettete i piedi sul divano»; o ancora esortazioni come «Si prega di rimettere a posto i giochi». Seccante ma logico, no? No. Non per Agnès Pierret, l’anima di quello che è centro culturale e biblioteca al contempo. A lei, che della fiducia negli altri ha fatto un principio, un eccesso di disposizioni proprio non va giù. Non ne vale la pena: «Il rischio è perdere un videogioco che costa quanto, 40-50 franchi?». Meglio piuttosto dare credito alle persone. Ecco perché, qualche volta, la si vede strappare i cartelli-ammonizione nella «sua» Filanda, sconfessando lo zelo degli 82 volontari – i Filanderi – che li avevano appesi. Un atteggiamento quantomeno curioso.

E in fondo poco c’è di convenzionale anche in quella che fu l’organizzazione dei Mondiali di ciclismo a Mendrisio, che ormai risalgono a dieci anni fa (si tennero tra il 23 e il 27 settembre 2009) e che sono anch’essi (in parte, ovvio) opera sua. A partire dall’esordio, completamente inatteso: «Ero venuta in Ticino dicendo mai più ciclismo», racconta la responsabile dell’Ufficio sviluppo economico del capoluogo. Ingente era infatti l’esperienza accumulata negli anni nell’organizzazione di eventi come il Tour de France o la Parigi-Dakar. E quale – paradossalmente – la prima cosa che Pierret ha fatto, al suo arrivo in terra rossoblù nel 2004? Gettarsi anima e corpo nella gestazione dei Mondiali del 2009: «È stato un grande onore». Che ha portato con sé una conseguenza importante: si è trattato infatti di «una fantastica macchina d’integrazione: alla fine del 2009 conoscevo tantissima gente». Un grande appoggio è stato offerto dalla Città di Mendrisio, dal Velo Club e dai mezzi radiotelevisivi. «Quando si organizza un evento così, si deve allargare il ventaglio di conoscenze: io non credo più all’evento organizzato da una società sola». D’altro canto, lo slogan era inequivocabile: «Ticino terra di ciclismo», con l’ implicito invito ad ampliare l’orizzonte al di fuori del solo capoluogo, cooperando quindi con realtà come Bellinzona, Locarno e Lugano, che si è occupata della parte più congressuale. «Le collaborazioni intercomunali e interregionali devono essere sviluppate. Mendrisio ha fatto un enorme passo avanti con l’aggregazione, ma secondo me c’è da fare su tutti i fronti e in diverse forme».

Una promozione inaudita

Chi non se li ricorda, quei giorni in cui il Ticino era al centro, era il centro del mondo? Una visibilità ineguagliabile, con 90 televisioni e 300 ore di trasmissione live, e la conseguente diffusione nel mondo dei marchi Ticino e Mendrisio. Ritorni quantificabili?, chiediamo alla nostra interlocutrice. «Difficile da dire quanto valga questo spot pubblicitario». È palese la sua diffidenza nei confronti di quelle agenzie che promettono misurazioni tangibili di un eventuale guadagno. «È estremamente difficile dire che dieci secondi di visibilità del nome Ticino alle undici di mattina alla televisione nazionale danese valgano x franchi». La notorietà della regione ne ha risentito positivamente, certo, con ricadute anche turistiche. Ma da lì a trattare in modo scientifico qualcosa che non lo è, o lo è solo difficilmente...

Eppure, qualcosa di percepibile è stato lasciato. «Probabilmente quello che mi è più rimasto, come a tutti coloro che hanno collaborato – le 500 persone della protezione civile, i 200 uomini della polizia, i 500 volontari, le autoambulanze, il comitato – è un giusto orgoglio: siamo usciti dal Mondiale con la fierezza di dire che siamo stati bravi». Una sensazione che è resistita all’ultimo decennio: «Non di rado arriva da me un operaio comunale che ai tempi aveva collaborato e che mi chiede: “Ma Agnès, quand’è che lo facciamo ancora?”. La competenza che ciascuno ha acquisito nel suo ambito, la capacità di lavorare insieme: questo se lo sono portati a casa», afferma Pierret, che al contempo ammette: «Invidio un po’ la tipologia di eventi come il Festival di Locarno, perché il loro grande vantaggio è che si parte con una squadra che si ritrova e che migliora ogni anno». Una bella differenza rispetto all’unicità dei Mondiali. Un lascito dell’evento è però sicuramente la riasfaltatura delle strade. Ed è (quasi) tutto. La preparazione di una manifestazione ciclistica di questo tipo ha infatti poco a che vedere con la creazione dei villaggi che caratterizzano gli eventi olimpici. A livello di infrastrutture si è preferito puntare su tende e capannoni o su costruzioni esistenti («e questo è probabilmente anche un bene»), come la palestra o la scuola degli operatori sociosanitari nel parco di Casvegno.

Ritrovarsi dopo anni

Buffo vedere come le tracce di certe cose ritornino, magari modificate, a distanza di anni. Alcune persone conosciute durante la preparazione dei Mondiali oggi sono coinvolte ne La Filanda (che proprio l’altroieri ha festeggiato il suo primo compleanno) o lavorano per il Comune di Mendrisio, «in un ambito totalmente differente ma con lo stesso spirito». Di rispetto per gli altri: «Ai Mondiali, per ragioni economiche ma non solo, a un certo punto abbiamo dovuto dar fiducia alla gente, e questo ha dato buoni esiti». Tappezzare il territorio di videocamere non sarebbe stata una soluzione. Chiaro, in certi frangenti può sembrare strano: un’alienazione che alcuni visitatori de La Filanda si trovano a vivere alla buvette con cassa self-service. «Ma allora voi vi fidate?», è un quesito già giunto alle orecchie della nostra interlocutrice. «Sì, sì, ci fidiamo di voi, è anche casa vostra», la risposta. «È difficile, la gente deve reimparare a parlare», conclude Pierret. «Fondamentalmente è timida».

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