Giustizia

La morte di un 27.enne all’OSC: improvvisa o poteva essere evitata?

Dopo due anni di attesa, i quattro medici della clinica di Mendrisio accusati di omicidio colposo sono tornati in aula - Devono rispondere della morte di un giovane, avvenuta nel 2014 mentre si trovava legato a un letto della struttura

La morte di un 27.enne all’OSC: improvvisa o poteva essere evitata?
(Foto Zocchetti)

La morte di un 27.enne all’OSC: improvvisa o poteva essere evitata?

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LUGANO/MENDRISIO - «Improvvisa e inaspettata» come l’ha definita uno degli imputati, oppure dovuta a decisioni ed errori dei suoi medici? Il caso del decesso di un paziente dell’OSC di Mendrisio, accaduto nel maggio del 2014, è tornato oggi in aula in Pretura penale.

A doversi difendere dall’accusa di omicidio colposo sono i quattro medici, che con responsabilità e ruoli diversi, si sono occupati del 27.enne durante il suo ultimo ricovero a Mendrisio, terminato con la morte mentre si trovata legato al letto. I ricoveri nel capoluogo vissuti dal giovane adulto nel corso della sua breve vita sono però stati ben più di quello al centro del dibattimento di ieri, che si è tenuto a Palazzo di giustizia a Lugano, si parla infatti di quasi 40 registrazioni nella struttura cantonale.

«La contenzione fisica è una misura estrema - è stato spiegato dai dottori -, ma non c’erano alternative». Il 27.enne soffriva di un disturbo di personalità misto che lo portava ad atteggiamenti violenti, pensieri magici, visione alterata della realtà e autolesionismo. Degli atteggiamenti che in passato lo avevano portato anche in prigione, chiesta da lui stesso quando non riusciva più a sopportare lunghi periodi di contenzione, quindi legato al letto, spesso in 5 punti (mani, piedi e vita).

Il caso era già finito in aula circa 2 anni fa ma il giudice Siro Quadri aveva sentenziato che i decreti di accusa firmati dal procuratore pubblico Zaccaria Akbas - identici tra loro - dovevano essere rielaborati, distinti e precisati.

«Il caso più difficile arrivato qui»

Il 27.enne - «Il caso più difficile giunto all’OSC», è stato ribadito - è stato sottoposto a una contenzione fisica e a un trattamento farmacologico con diversi medicamenti assunti contemporaneamente e in dosaggi elevati. Per Akbas la terapia avrebbe portato al decesso, avvenuto il 7 maggio presumibilmente per una crisi cardiorespiratoria, di cui i medici sono quindi responsabili. «La morte avrebbe potuto essere evitata - ha evidenziato Akbas durante la requisitoria -, se gli imputati avessero applicato l’arte medica oggi non saremmo qui con loro che dicono che il paziente è morto per colpa sua, perché prendeva farmaci di nascosto. Come avrebbe potuto farlo mentre era legato al letto?».

Il 27.enne all’OSC è arrivato il 22 aprile. La situazione è però precipitata il 1. maggio, quando è diventato ingestibilmente violento costringendo i medici alla contenzione fisica. Akbas ha chiesto la stessa condanna per i quattro imputati - peraltro confermando la richiesta di 2 anni fa -: una pena pecuniaria di 90 aliquote, sospesa per due anni, e una multa di 2.000 franchi a testa.

Di tutt’altro avviso sull’intera vicenda rispetto al procuratore pubblico gli avvocati della difesa: «Quando c’è un morto non ci deve necessariamente essere un colpevole» ha premesso Roberto Macconi, difensore di un medico caposervizio di 65 anni, al lavoro all’OSC l’1, 2 e 6 maggio 2014. «Credo inoltre che la contenzione possa aver aiutato, i medici dovevano essere infatti particolarmente assidui nei controlli con il paziente legato al letto».

I farmaci non prescritti

Al centro del dibattito in aula ci sono stati soprattutto dei farmaci - uno in particolare, il Nozinan - rinvenuti nel sangue della vittima in concentrazioni non ordinate dai medici (o addirittura non prescritti del tutto). «Questo resta un mistero ed è un punto centrale. Non sta a noi dire come la vittima li abbia assunti, ma ad esempio in bagno andava da solo e l’OSC è una clinica aperta», ha continuato Macconi.

Tutti gli avvocati hanno chiesto l’assoluzione dei loro assistiti. Luca Marcellini, patrocinatore di un 35.enne medico assistente al lavoro l’1, 5 e 6 maggio 2014, responsabile del 27.enne durante l’ultima degenza a Mendrisio, si è invece soffermato sull’atto d’accusa firmato da Akbas, «tuttora impreciso, quando si parla di prescrizione di farmaci a livelli tossici o letali ci si riferisce a quelli riscontrati dopo il decesso, non a quelli prescritti», ha ad esempio evidenziato.

L’atto d’accusa è stato criticato anche da Luigi Mattei, avvocato di un 49.enne medico caposervizio intervenuto a Mendrisio quale dottore di picchetto. «Questo atto di accusa è la fotocopia del decreto di due anni fa con alcune correzioni risibili, e questo malgrado le indicazioni di allora. È inadeguato e inutile per suffragare le condanne».

In merito alla posizione del suo assistito Mattei ha ricordato come il 49.enne abbia avuto un ruolo marginale, perché non conosceva la vittima ed è intervenuto in una situazione d’urgenza in quanto di picchetto. «C’è inoltre assenza completa di ogni rapporto di causalità naturale tra i farmaci prescritti dal mio assistito - intervenuto l’1, 3 e 4 maggio - e il decesso del ragazzo».

L’avvocato Goran Mazzucchelli, patrocinatore di una 45.enne medico assistente, di guardia durante il fine settimana del 3 e 4 maggio si è infine soffermato sulle conclusioni del perito: «Nessuno garantisce che le misure suggerite dal perito, anche se fossero state attuate, cosa che comunque non era possibile all’OSC, avrebbero con certezza evitato il decesso del 27.enne», ha ricordato.

Nella perizia commissionata dalla pubblica accusa si elencano infatti una serie di misure - aveva spiegato Akbas durante la sua requisitoria - che, «attuate anche solo in parte, avrebbero potuto evitare il decesso del giovane adulto». Tra queste si trovano maggiori esami durante la degenza (in particolare durante la contenzione) - impossibili perché il 27.enne li rifiutava, hanno evidenziato tutti i medici -, la semplificazione della terapia farmacologica, la presenza continua di un operatore durante la contenzione - controlli venivano fatti ogni 30 minuti al massimo - e il monitoraggio costante dei parametri vitali.

La sentenza è attesa a inizio settembre.

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